Nicola Scafidi, il fotografo dei misteri siciliani (in bianco e nero)
di Mario Di CaroIl bandito Salvatore Giuliano
PALERMO – Vita e morte si intrecciano in due scatti che raccontano il prima e il dopo del bandito Giuliano: una posa impettita col fucile a tracolla e un cadavere, “vero”, nel cortile De Maria di Castelvetrano. Già, perché nell’archivio da 96 mila foto ci sarebbe anche il cadavere “finto” del “re di Montelepre”, sul set del film di Francesco Rosi. Del resto Nicola Scafidi, fotoreporter palermitano di un’epoca in bianco e nero, diceva che Turiddu, come lo chiamavano i compagni della sua banda, era molto fotogenico.
Di certo Scafidi, “Artista reporter” a cui è dedicata la mostra al Loggiato San Bartolomeo di Palermo curata dal figlio Pucci e da Lorenzo Matassa e un libro fotografico, attraverso l’obiettivo della sua Rolleiflex è stato testimone della grande Storia che ha attraversato la Sicilia: un percorso lungo novanta foto che va dallo sbarco degli alleati nel ’43 al terremoto del Belice nel ’68, dagli omicidi di mafia all’ultimo volo di Enrico Mattei, dalla spinta separatista del d…
PALERMO – Vita e morte si intrecciano in due scatti che raccontano il prima e il dopo del bandito Giuliano: una posa impettita col fucile a tracolla e un cadavere, “vero”, nel cortile De Maria di Castelvetrano. Già, perché nell’archivio da 96 mila foto ci sarebbe anche il cadavere “finto” del “re di Montelepre”, sul set del film di Francesco Rosi. Del resto Nicola Scafidi, fotoreporter palermitano di un’epoca in bianco e nero, diceva che Turiddu, come lo chiamavano i compagni della sua banda, era molto fotogenico.
Di certo Scafidi, “Artista reporter” a cui è dedicata la mostra al Loggiato San Bartolomeo di Palermo curata dal figlio Pucci e da Lorenzo Matassa e un libro fotografico, attraverso l’obiettivo della sua Rolleiflex è stato testimone della grande Storia che ha attraversato la Sicilia: un percorso lungo novanta foto che va dallo sbarco degli alleati nel ’43 al terremoto del Belice nel ’68, dagli omicidi di mafia all’ultimo volo di Enrico Mattei, dalla spinta separatista del dopoguerra fino alla scomparsa di Mauro De Mauro, suo compagno di lavoro al giornale L’Ora: su e giù assieme per le strade polverose della Sicilia a bordo di una Millecento, a caccia di storie e di delitti da prima pagina, con una macchina da dodici pose che dovevano essere tutte pubblicabili, come pretendevano i capocronisti di allora. E quando si arrivava tardi sulla scena dell’omicidio, raccontava Scafidi, bisognava essere bravi a provocare una lacrima supplementare alla vedova di turno: è la stampa, bellezza. E via di corsa verso lo studio di via Mariano Stabile dove il fratello Agostino presidiava la camera oscura, per stampare il più presto possibile. Parola di uno che ha pubblicato su Time, Stern e la Pravda.
Enrico Mattei sale sull’aereo sul quale troverà la morte
Fatto sta che diciannove anni dopo la sua morte, come testimoniano le sue foto, resta lo sguardo di Scafidi davanti ai misteri d’Italia. Come quello del collega De Mauro, fotografato nell’esercizio del suo mestiere mentre prende appunti tra contadini intabarrati ed evocato dalla sua auto vuota, dalla quale fu prelevato nel settembre del 1970 per mai più ricomparire. O come quello di Enrico Mattei che dopo la visita in Sicilia per annunciare il benessere prossimo venturo portato dal petrolio, sale sull’aereo che cadrà a Buscapè lasciando tra i suoi resti più di un interrogativo. Una foto che fu sequestrata dalla magistratura durante le indagini e che solo di recente è stata restituita all’archivio.
Salta fuori anche il viso severo di un giovane Sergio Mattarella, futuro presidente della Repubblica, accanto al fratello Piersanti, per il funerale del padre Bernardo.
Mauro De Mauro intervista i contadini di San Mauro Castelverde (1964)
Il romanzo per immagini di Nicola Scafidi, però sconfina dagli spazi della mostra per fare riemergere memorie dolorose. È il caso delle immagini dei bambini protagonisti di storie terribili, custodite nel suo archivio: quelle di Paolino Riccobono, il ragazzino ucciso da Cosa nostra nel 1961, prova che anche sessanta e più anni la mafia non osservava alcun codice d’onore, e quella di “Cudduredda” che commosse l’Italia, la bambina miracolosamente recuperata dalle macerie del terremoto a Gibellina e morta pochi giorni dopo. Scafidi, che aveva masticato morte e sofferenza per una vita, confessò che nel Belice distrutto dalla furia del sisma ebbe paura: «Arrivai lì con De Mauro e vidi sbriciolarsi il castello di Salaparuta pezzo dopo pezzo», raccontò il fotografo. In mostra c’è anche una foto che ritrae un addolorato Leonardo Sciascia in visita nei luoghi dove la terra tremò e una donna impietrita con la scarpetta di un bimbo perduto.
E se Letizia Battaglia ha legato il suo nome all’immagine del boss Leoluca Bagarella che ringhia rabbia, Scafidi portò a casa Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano, con i polsi legati al processo nell’ex chiesa di Montevergini, prima di assaggiare il caffè avvelenato nel carcere dell’Ucciardone. E in archivio figura anche un guardingo Giuseppe Genco Russo, padrino di Mussomeli, Caltanissetta, al corteo per il santo patrono con cappello d’ordinanza e cravatta corta, che sembra uscito dritto da un film della trilogia di Coppola.
L’emigrazione dei siciliani verso Nord adesso si arricchisce di nuovi scatti recuperati dal figlio: il giornale pubblicava sempre lo stesso volto smarrito di un emigrante alla stazione ma dai negativi è saltato fuori un piccolo patrimonio di bagagli sulla testa e donne nei piroscafi che inquadrano quell’epoca di viaggi verso un benessere possibile.
Il capitolo sulla vita, invece, racconta di una Palermo che non c’è più, quella del mare proibito di Romagnolo, quando i ragazzini scivolavano in acqua su un toboga d’epoca, quella di Sciascia e Guttuso, ancora amici, che fumavano la loro ennesima sigaretta, così pensosi, quasi uno specchio dell’altro.
Leonardo Sciascia (a sinistra) con Renato Guttuso
E c’è la Palermo dei set di film che hanno fatto epoca. Uno su tutti, Il Gattopardo, che vide Scafidi ammesso da Luchino Visconti per la sua amicizia con il direttore de L’Ora Vittorio Nisticò. Ed ecco lo sguardo rubacuori di Alain Delon seduto sui sacchi di sabbia in piazza Magione per la scena della battaglia garibaldina, Alberto Sordi a Villa Palagonia con baffetti neri da Mafioso per il film di Alberto Lattuada del 1962, e un turista di nome Paul Newman, a Monreale, con macchina fotografica al collo. «Io ho fotografato la vita e la morte – disse una volta Scafidi – il resto è silenzio».
Il libro – Nicola Scafidi. Artista e reporter (mostra Loggiato San Bartolomeo a Palermo, fino al 12 dicembre) è anche un libro (Serradifalco, pagg. 240, euro 60)