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Una libreria-cinema per ritrovare il piacere della lentezza

La libreria-cinema Go di Firenze

 

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Lo spazio Go, inaugurato a Firenze, aiuta a riscoprire il silenzio e l’attenzione. E ci fa pensare a quanti spazi d’attesa sono stati invece eliminati dalla nostra vita collettiva
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La guerra, questa guerra così vicina e sull’orlo di incendiare tutto, non ha bisogno di tifoserie. Lo ha scritto benissimo su queste pagine Concita de Gregorio: la difficoltà di obbedire alla coscrizione obbligatoria, il non riconoscersi in un pensiero binario, chiede piuttosto tempo, attenzione, riflessione. Seduta sulla balconata di GO, la libreria/cinema Giunti inaugurata a Firenze, penso a questo silenzio, a questa attenzione.

Ci venivo spesso da bambina al cinema Odeon, un cinema serio e maestoso come molti all’epoca. Era il tempo in cui tutti andavamo al cinema, si faceva la fila, poco importava che le sedie fossero scomode, l’audio imperfetto. Era il cinema, e a casa non c’era. Chi ha adottato questo posto di sgangherato fascino – con tutta la sua goffa e magniloquente eleganza ottocentesca, fatta di colonne e fontane, balconate e lucernai – ha, tra gli altri, il merito dell’ostinazione. Martino Montanarini, amministratore delegato di Giunti, si è imbarcato in questa impresa na…

La guerra, questa guerra così vicina e sull’orlo di incendiare tutto, non ha bisogno di tifoserie. Lo ha scritto benissimo su queste pagine Concita de Gregorio: la difficoltà di obbedire alla coscrizione obbligatoria, il non riconoscersi in un pensiero binario, chiede piuttosto tempo, attenzione, riflessione. Seduta sulla balconata di GO, la libreria/cinema Giunti inaugurata a Firenze, penso a questo silenzio, a questa attenzione.

Ci venivo spesso da bambina al cinema Odeon, un cinema serio e maestoso come molti all’epoca. Era il tempo in cui tutti andavamo al cinema, si faceva la fila, poco importava che le sedie fossero scomode, l’audio imperfetto. Era il cinema, e a casa non c’era. Chi ha adottato questo posto di sgangherato fascino – con tutta la sua goffa e magniloquente eleganza ottocentesca, fatta di colonne e fontane, balconate e lucernai – ha, tra gli altri, il merito dell’ostinazione. Martino Montanarini, amministratore delegato di Giunti, si è imbarcato in questa impresa navigando contro corrente, affrontando il mugugno della città. Le mille ubbie di chi pensa che niente possa essere modificato e reso migliore, che l’unica forma di progresso sia il restauro.

Firenze, capitale di avanguardie, di futuristi incendiari, di sabotatori di ogni ortodossia, sempre più spesso si pianta come un mulo davanti alle novità, ai progetti. È un peccato, perché mentre utilizziamo tutta la nostra energia per arginare i sogni, sotto il nostro naso si materializzano quelli con la saccoccia piena di denaro e si comprano tutto, trasformando i centri storici in quei luna park che poi deprechiamo, i cinema in banche, i palazzi storici in ristoranti e locali di grandi catene internazionali. Questa balconata in cui siedo affaccia adesso sulla libreria, lo spazio un tempo occupato dalla platea del cinema. È grande, ben illuminata, curata nei particolari. Niente di quello che c’era è stato eliminato, tutto è stato riutilizzato, ridestinato.

Ma si è mosso. Go, appunto. Persino la macchina per spillare la birra è diventata un distributore gratuito di acqua potabile con cui riempire le borracce. Go, secondo le intenzioni, offrirà rifugio ai lettori compulsivi, agli studenti spatriati, a chiunque abbia voglia di sedere per un po’ su queste morbide poltroncine girabili. E questa mi sembra la più rivoluzionaria delle idee.

Pensate a quanti spazi di attesa sono stati eliminati dalle nostre esistenze. Viaggiamo tantissimo, ma se il nostro treno è in ritardo non abbiamo un posto dove aspettarlo. Le panchine dei parchi suscitano l’ira dei sindaci sceriffi e vengono deformate fino a ottenere forme mostruose ma perfette per scoraggiare, anzi impedire, il ristoro. I negozi di vestiti sono gallerie del vento, per stendere il proprio asciugamano sulla spiaggia bisogna allontanarsi da qualsiasi costruzione umana che colonizza qualsiasi centimetro da lì al mare.

Con in testa il furore ideologico di questi giorni, l’incubo dello schieramento isterico e irragionevole, mi commuove l’idea che qualcuno abbia immaginato un luogo bello, comodo, nel quale aspettare e non fare niente. Sedere soltanto, senza dover spendere soldi per bere/mangiare/giocare, che mi lasci in pace per tutto il tempo che desidero leggere, ma anche non leggere. A scrivere, navigare (incredibilmente da GO funziona anche la rete wifi gratuita e senza password), a chiacchierare col mio vicino di poltroncina. La sera ci sarà il cinema, con i film in lingua originale, di giorno incontri letterari, appuntamenti con la cultura, musica e quant’altro. Ma anche niente.

La cosa importante è che sia aperto e disponibile. Cosa devono fare gli intellettuali di fronte alla catastrofe, qual è il ruolo della cultura, dei libri? Ascoltare. Sedere in silenzio, non farsi sbatacchiare da una parte all’altra. Avere un orizzonte più lungo possibile. Scappare dalle cose facili, tenere la bussola puntata verso il futuro, non dimenticare il passato. Prendersi cura di posti che siano argini alla rincorsa, al salto nel vuoto. «Sempre aperto teatro», scriveva Patrizia Cavalli. «Bellezza sia visibile, formata, guardarla da lontano, anche sfocata, purché ci sia, purché ci sia, anche non mia». Anche non mia, né tua né mia: di tutti.

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