Dove può spingersi oggi la filosofia? Intendo su quali territori del sapere conserva ancora quell’autorevolezza che ebbe fin dalla nascita (presocratica) ed esercitò, con indiscussa credibilità, almeno fino a Hegel? È una delle domande di fondo che muove il nuovo libro di Massimo Cacciari, Metafisica concreta (edito da Adelphi): provare a ripensare la metafisica dopo il tramonto della metafisica.
All’autore preme ristabilire il senso originario in cui fisica e metafisica, filosofia e scienza, erano strettamente connesse. La storia di questa relazione ha vissuto soprattutto di forti contrasti; basti pensare al modo in cui Platone ha tenuto distinte le due entità. Tuttavia, limitandoci alla modernità, non c’è stato pensatore degno di questo nome che non abbia provato a costruire ponti con le discipline fondate sull’evidenza scientifica. Matematica, astronomia, fisica, perfino la biologia suscitarono la curiosità e si aprirono alla discussione di Cartesio, Leibniz, Spinoza, Kant, tanto p…
Dove può spingersi oggi la filosofia? Intendo su quali territori del sapere conserva ancora quell’autorevolezza che ebbe fin dalla nascita (presocratica) ed esercitò, con indiscussa credibilità, almeno fino a Hegel? È una delle domande di fondo che muove il nuovo libro di Massimo Cacciari, Metafisica concreta (edito da Adelphi): provare a ripensare la metafisica dopo il tramonto della metafisica.
All’autore preme ristabilire il senso originario in cui fisica e metafisica, filosofia e scienza, erano strettamente connesse. La storia di questa relazione ha vissuto soprattutto di forti contrasti; basti pensare al modo in cui Platone ha tenuto distinte le due entità. Tuttavia, limitandoci alla modernità, non c’è stato pensatore degno di questo nome che non abbia provato a costruire ponti con le discipline fondate sull’evidenza scientifica. Matematica, astronomia, fisica, perfino la biologia suscitarono la curiosità e si aprirono alla discussione di Cartesio, Leibniz, Spinoza, Kant, tanto per indicare nomi illustri.
Per non parlare di quel pensiero dell’umanesimo che annovera figure come Bruno e Cusano, Campanella e Vico che insieme allo studio della storia hanno rivolto lo sguardo alle conoscenze che hanno preceduto o sono giunte immediatamente dopo la rivoluzione scientifica. Gli stessi Galileo e Newton furono tutt’altro che indifferenti ai problemi che la filosofia classica, in particolare Aristotele, poteva sollevare.
Una tale ricchezza di intrecci si disperse quando le grandi macchine del positivismo e dell’idealismo si dichiararono guerra in un reciproco gioco di accuse. Solo una serie di eventi successivi scosse la fiducia in quei sistemi filosofici. La stessa fisica classica, alla fine del diciannovesimo secolo, entrò in crisi aprendo a una nuova e tumultuosa stagione conoscitiva: più frammentaria e misteriosa, segnata da scoperte clamorose e dalla consapevolezza che all’essere umano toccasse un ruolo sempre più decentrato. La destabilizzazione sia filosofica che scientifica, accompagnata da ulteriori specialismi, contribuì nel corso del Novecento ad aumentare la distanza tra i diversi saperi.
È possibile un nuovo dialogo tra una filosofia meno astratta, ma anche meno impressionistica e una scienza meno tecnica? La “navigazione” di Cacciari affronta questo nodo cruciale. Quale filosofia? Certo non quella che ha tentato di imporre una propria visione del mondo e neppure l’altra che ha cercato di imitare la scienza Compito del filosofo – diciamo il suo dover essere – è prendersi cura dello spazio nel quale abitiamo, che è insieme luogo dell’esperienza e del pensiero, corpo e linguaggio, logos e vita appunto.
Se guardiamo indietro intuiamo di essere da un lato il risultato di storie ed eventi passati, ma dall’altro ci comportiamo come individui, determinati ad agire in vista del futuro. Anche se quel futuro ci appare opaco e incerto non possiamo delegare ad altri la possibilità di intervenire sul nostro presente, sulla nostra ora. Con questo richiamo, allusivamente messianico, Cacciari apre al rapporto tra pensiero escatologico e la prospettiva di un’ontologia del possibile, tra il proprio trascendersi e il prendersi cura delle cose del mondo. Potrà apparire enigmatico l’uso di una terminologia così spiccatamente specialistica. Non da meno è la stessa invalsa nelle scienze contemporanee. In quegli ambiti della fisica che – grazie alle scoperte di Heisenberg, Pauli, Bohr e Einstein – hanno rivoluzionato il nostro modo di concepire il mondo e fornito spunti di riflessione sulle conseguenze della scienza.
L’ampia ricostruzione che Cacciari fa del passaggio dalla fisica classica (Galileo e Newton per intenderci) alla fisica contemporanea, dall’osservabile all’interno dell’esperimento all’inosservabile della materia, riconduce al rapporto tra possibile e impossibile. Le due figure non stanno in opposizione ma in una sorta di singolare continuità per cui l’estremo del possibile è l’impossibile. Passaggio che non chiama in causa l’intervento divino ma quello dell’uomo che aspira a una conoscenza questa sì infinita.
Si avverte sotto la complessa tensione speculativa di Cacciari la presenza dell’umanesimo tragico, in particolare l’infinito operare della natura di Giordano Bruno e la Docta Ignorantia di Niccolò Cusano, esperienze limite che non chiudono il sapere filosofico ma lo lasciano necessariamente esposto al cammino nel mondo. Di qui, il bisogno di costruire una tessitura tra il fare filosofico e le pratiche scientifiche. Linguaggi che, pur restando nei loro codici, riprendano a parlarsi e a scambiarsi esperienze.
Non si tratta dell’abusata interdisciplinarietà. Né tanto meno del confronto tra le “due culture”. In gioco c’è qualcosa di più essenziale e minaccioso: Intelligenza artificiale, neuroscienze, quantistica, biotecnologie stanno sviluppando un potere enorme che richiede la responsabilità di coloro che fanno ricerca scientifica. Un’ontologia del possibile – dove “possibile” assume l’antico significato di dynamis, ossia potenza e movimento – rinvia alla visione antisostanzialistica delle nuove scienze. Ma altresì indica un compito che solo la politica – come era stata delineata da Max Weber – può provare a svolgere.
Questa complessa navigazione impegna il filosofo a rivedere il rapporto tra il pensiero escatologico (anche le ultime pagine dedicate a Pavel Florenskij sono particolarmente intense) e la prospettiva ontologica. Tutto chiaro? Niente affatto. C’è sempre, osserva Cacciari, una «parola che manca» per definire il Reale, un vuoto che solo la poesia, la letteratura e la musica possono provare a colmare. Di qui anche il confronto con le figure di Dante e Dostoevskij.
Se la metafisica si richiama alla concretezza e non all’astrattezza, se il suo cammino è solidale con l’esperienza scientifica, allora compito del filosofo, sarà di concepire l’infinito ignoto come un campo aperto di possibilità reali. Aperto nel senso di mettere costantemente in dubbio una ragione inflessibile che si ritenga immune dalle forme di vita. Contro l’uso riduttivo del logos Cacciari approda a un sapere mai superbo (belle le pagine dedicate alla povertà di spirito) e libero dalla pretesa di imporre una philosophia prima.
Da questo punto di vista restano tutte le antinomie classiche: finito-infinito, tempo-eternità, la verità del cielo e quella moltitudine di verità parziali che Florenskij diceva non si possono comporre tra loro. Una metafisica che non fonda e non risolve definitivamente ma porta alla luce il nostro difficile compito di stare nel mondo e ne indica la strada.
Il Libro
Metafisica concreta di Massimo Cacciari (Adelphi, pagg. 423, euro 38)