Il bambino e l’eremita una favola antica nella Sicilia del ’43. Il nuovo libro di Veronica Galletta
di Lucio LucaVeronica Galletta
Non era facile per Veronica Galletta tornare in libreria con un romanzo dopo il clamoroso – e per certi versi inaspettato – successo di Nina sull’argine, una storia di morti sul lavoro capace di arrivare in finale allo Strega senza l’appoggio delle grandi major dell’editoria italiana. E invece Pelleossa, pubblicato anche questa volta da minumum fax, consacra la scrittrice siciliana nel gotha della grande letteratura italiana contemporanea malgrado una lingua a prima vista ostica che, pagina dopo pagina, si trasforma in poesia. Con una musicalità tipica del dialetto della Sicilia orientale, ben più dolce di quello dell’altro versante dell’isola, e una storia corale che ruota intorno a un bambino di quasi otto anni durante lo sbarco degli americani nel luglio 1943.
Paolino Rasura vive a Santafarra, paesino immaginario ma fino a un certo punto visto che dalle descrizioni è facile riconoscere qualsiasi piccolo centro della Sicilia di quegli anni. Paolino è uno dei Pelleossa, appunto, “ing…
Non era facile per Veronica Galletta tornare in libreria con un romanzo dopo il clamoroso – e per certi versi inaspettato – successo di Nina sull’argine, una storia di morti sul lavoro capace di arrivare in finale allo Strega senza l’appoggio delle grandi major dell’editoria italiana. E invece Pelleossa, pubblicato anche questa volta da minumum fax, consacra la scrittrice siciliana nel gotha della grande letteratura italiana contemporanea malgrado una lingua a prima vista ostica che, pagina dopo pagina, si trasforma in poesia. Con una musicalità tipica del dialetto della Sicilia orientale, ben più dolce di quello dell’altro versante dell’isola, e una storia corale che ruota intorno a un bambino di quasi otto anni durante lo sbarco degli americani nel luglio 1943.
Paolino Rasura vive a Santafarra, paesino immaginario ma fino a un certo punto visto che dalle descrizioni è facile riconoscere qualsiasi piccolo centro della Sicilia di quegli anni. Paolino è uno dei Pelleossa, appunto, “ingiuria” con cui è soprannominata la sua famiglia, chissà poi perché. Il bambino se l’è sempre chiesto, senza trovare risposta, e invidia da sempre Cateno, figlio di un’altra famiglia storica di Santafarra, quella dei “Lucicùli”. Quella sì che è una “ingiuria” dignitosa, deriva dalla lucciola, animale magico delle notti di prima estate: «Giusto giusto a quello zotico – si danna Paolino – mentre alla mia famiglia è toccato Pelleossa…». A Santafarra la gente si divide in due categorie: i Terragni, cioè i contadini che lavorano la terra, e i Sali, i pescatori, abituati al sapore salato dell’acqua del mare. Ognuno qui è fiero della sua appartenenza e “schifa” gli altri. Tranne Paolino, che dovrebbe già andare in barca assieme al padre e al fratello maggiore ma non vuole vedere il sangue dei pesci e non ha alcuna voglia di sfidare le acque.
In paese si sussurra che quel bambino sia un po’ strano, “strammo”, perché si lascia rapire dalle storie fantastiche, fa domande a chiunque gli capiti a tiro, rimane estasiato dalle parole. Per questo i suoi amichetti lo chiamano “ncantesimo” e da qualche tempo preferiscono ignorarlo. Non ci si diverte con uno che pensa troppo, pensa Giacinto, che per questo da un po’ di tempo preferisce passare il suo tempo con Cateno dei “Lucicùli” piuttosto che con lui. Così, per tentare di farsi riammettere nel gruppo, Paolino accetta di superare una prova di coraggio: addentrarsi nel Giardino in cui vive Filippu, il pazzo, l’eremita che passa il suo tempo a costruire immense teste di pietra e sul quale circolano leggende tremende. Lì dovrà sottrargli la mazzetta con cui scolpisce i suoi personaggi illustri.
Paolino accetta, pieno di paura, ma quello che gli succede è pura magia. Filippu diventerà amico del bambino, gli racconterà quelle storie che lui tanto ama e, come in un sogno, pure le teste di pietra parleranno. Perché questo regala la letteratura, che ciò che sembra impossibile si può avverare. Ma è tutto drammaticamente reale quello che nel frattempo succede a Santafarra: la lunga attesa degli alleati, il loro arrivo, le speranze, i voltafaccia di chi, fino al giorno prima, aveva inneggiato al fascismo. Ci vorrà poco a capire che lo sbarco non è la fine di tutti i mali: la fame, il dolore per chi è partito per la guerra e non è ancora tornato, il bisogno di trovare lavoro non si risolvono certo con le jeep cariche di cioccolato o la gomma da masticare. Veronica Galletta racconta un periodo meno lontano di quanto appaia, con riferimenti alla tradizione letteraria siciliana e il continuo rimpallo fra reale e fantastico che ha già caratterizzato i suoi romanzi precedenti. Con un omaggio a un personaggio realmente vissuto come Filippo Bentivegna, “strammo” come il suo omonimo pazzo del Giardino, artista dimenticato vissuto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il secolo scorso che battendo sulla pietra creò il suo castello incantato a Sciacca. Un posto magico che a Paolino, c’è da giurarci, sarebbe piaciuto davvero tanto.
Il libro – Pelleossa di Veronica Galletta (minimum fax, pagg. 345
euro 18)