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Quando le parole americane conquistarono il leggendario Dizionario di Oxford

Un saggio uscito negli Stati Uniti svela che il vocabolario della lingua inglese più autorevole del mondo fu realizzato anche grazie al contributo degli americani. E dei loro vocaboli
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LONDRA – Una vecchia battuta afferma che inglesi e americani sono due popoli separati dalla stessa lingua: in teoria la medesima, in pratica con una notevole serie di differenze. Per dirne una, la parola “colore” si scrive in modo diverso, colour (in Inghilterra) e color (negli Stati Uniti). E naturalmente a complicare le cose c’è la questione dell’accento, che rivela immediatamente se chi parla viene da Londra o da New York.

Ma una recente rilettura dell’Oxford English Dictionary, il dizionario di Oxford della lingua inglese, considerato il testo di riferimento dell’idioma di Shakespeare, porta alla luce una storica iniziativa per unire linguisticamente inglesi e americani anziché dividerli: o perlomeno per arricchire l’inglese comunemente parlato dagli inglesi con quello degli americani e di ogni altra ex-colonia del British Empire, l’impero più vasto e popoloso della storia, che ha diffuso l’inglese in tutti i continenti, facendone già in passato la lingua globale del pianeta. Ecc…

LONDRA – Una vecchia battuta afferma che inglesi e americani sono due popoli separati dalla stessa lingua: in teoria la medesima, in pratica con una notevole serie di differenze. Per dirne una, la parola “colore” si scrive in modo diverso, colour (in Inghilterra) e color (negli Stati Uniti). E naturalmente a complicare le cose c’è la questione dell’accento, che rivela immediatamente se chi parla viene da Londra o da New York.

Ma una recente rilettura dell’Oxford English Dictionary, il dizionario di Oxford della lingua inglese, considerato il testo di riferimento dell’idioma di Shakespeare, porta alla luce una storica iniziativa per unire linguisticamente inglesi e americani anziché dividerli: o perlomeno per arricchire l’inglese comunemente parlato dagli inglesi con quello degli americani e di ogni altra ex-colonia del British Empire, l’impero più vasto e popoloso della storia, che ha diffuso l’inglese in tutti i continenti, facendone già in passato la lingua globale del pianeta. Ecco come si è arrivati a scoprirlo.


Un giorno di alcuni anni fa, aggirandosi per i corridoi dell’Oxford University Press, casa editrice dell’Oxford Dictionary, la professoressa Sarah Ogilvie, una linguista e lessicografa di fama, ha notato in un angolo una cassa polverosa. Dentro ci ha trovato sei quaderni ancora più coperti di polvere: aprendoli, si è accorta che erano indirizzari meticolosamente compilati un secolo e mezzo prima da James Murray, primo e più longevo direttore dell’Oxford Dictionary Press. Ognuno conteneva nomi e indirizzi di tutti coloro che avevano contribuito al più grande dizionario della lingua inglese mai scritto.


Il dizionario di Oxford, in effetti, è nato nel 1858 come una sorta di Wikipedia del diciannovesimo secolo. Chiunque parlava inglese, in ogni parte del mondo, venne invitato a mandare termini da considerare per quest’opera di ben 20 volumi. Fino alla scoperta della professoressa Ogilvie, non si sapeva quante persone avessero inviato contributi. Grazie agli indirizzari, la studiosa li ha contati: sono più di tremila.

E su questi autori o co-autori del primo dizionario della lingua inglese ha poi fatto altre ricerche, scrivendo a sua volta un affascinante saggio sull’argomento, The dictionary people: the unsung heroes who helped create the Oxford English Dictionary (La gente del dizionario: gli eroi dimenticati che aiutarono a creare il dizionario inglese di Oxford), ora pubblicato negli Usa da Knopf, di cui il Wall Street Journal ha anticipato un capitolo.


Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, per la maggior parte non si tratta di illustri accademici. I quattro maggiori contributori, uno dei quali ha inviato a Oxford ben 165 mila parole, vivevano in manicomi psichiatrici (“asili per lunatici”, come erano chiamati allora). Tre erano assassini che scrivevano da una cella di prigione. Uno era il maggiore collezionista mondiale di pornografia, che si occupò di inviare parole di natura sessuale, in particolare sul tema del bondage.


E non pochi erano americani. In ogni pagina degli indirizzari, racconta nel suo saggio la ricercatrice, almeno un nome è sottolineato in rosso: sono gli autori statunitensi del dizionario. Alcuni celebri e istruiti: politici, bibliotecari, librai, avvocati, luminari come Noah Thomas Porter, curatore del Webster Dictionary, primo dizionario americano, e presidente della Yale University. Altri sconosciuti e non particolarmente dotti, come la 21enne Carille Atwood, che abitava in una casa di piacere di San Francisco ma nondimeno amava i classici. L’americano più prolifico fu Job Pierson, un sacerdote del Michigan, proprietario della più grande biblioteca privata del suo stato, che inviò a Oxford 43 mila parole.

I termini americani inseriti nel dizionario di Oxford sono di ogni tipo: si va da praire (prateria) a skunk (puzzola), da coyote (lupo della prateria) a chipmunk (scoiattolo), da casket (bara) a baggage (bagaglio, che gli inglesi chiamano luggage), da cookie (biscotto, gli inglesi preferiscono dire biscuit) a faucet (rubinetto, chiamato tap in Inghilterra).

Un’avvocata dei diritti umani (ce n’erano anche nell’Ottocento), Anna Thorpe Wetherill, contribuì a inserire due parole associate alla lotta per la fine dello schiavismo: abhorrent (ripugnante) e abolition (abolizione). Francis Atkins, medico di una base militare, difensore ante-litteram dei diritti dei nativi americani, inviò parole legate alla loro cultura, come squash (un tipo di zucca) e bison (bisonte).

È anche grazie a questa inclusività linguistica che inglesi e americani hanno imparato a conoscersi meglio e a diventare oggi i più stretti alleati, fautori della cosiddetta special relationship, la relazione speciale nata in due guerre mondiali e sviluppata fino ai nostri giorni, nonostante la rivoluzione americana contro la corona britannica che portò nel 1776 alla fondazione degli Stati Uniti.

A dispetto dell’Oxford Dictionary, tuttavia, non sempre i due popoli “separati dalla stessa lingua” si comprendono immediatamente. Come sottolinea la storiella dei due esploratori bianchi dispersi da settimane nel fitto della giungla africana, ciascuno per conto proprio: all’improvviso nel folto della foresta si apre una radura e i due si incontrano. In preda alla gioia di non essere più soli, si abbracciano commossi. Il primo comincia a parlare trafelato raccontando l’avventura che ha vissuto, ma il secondo non capisce una parola, scuote la testa e prova a sillabare, accompagnato da ampi gesti: “Io americano…Di New York…Tu di dove?” Leggermente sorpreso, l’altro risponde: “Liverpool”.

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