C’è un piccolo-grande libro che può essere utile a chi pensa ancora che il siciliano – come il napoletano, il bergamasco, il barese, forse ancor di più il sardo – sia solo un dialetto. Perché basta leggere anche solo qualcuna delle 150 definizioni, parole di uso comune dalle parti dell’isola, per scoprire come la lingua siciliana sia un trattato di storia, un concentrato di dominazioni, uno stato d’animo quasi, con quelle centinaia, migliaia di sfumature, che possono cambiare totalmente il senso di una frase pur utilizzando sempre gli stessi vocaboli.
Abbecedario siciliano di Roberto Alajmo, giornalista, scrittore, uomo di cultura che per tanti anni ha anche diretto il Teatro Biondo di Palermo, non è soltanto un libro appena pubblicato da Sellerio. No, è più un trattato breve di antropologia che diverte sicuramente i siciliani che lo leggono ma apre un mondo anche a chi siciliano non è e spesso non riesce a coglierne a pieno il significato.
Prendiamo il verbo acchianare, che apre proprio il volume di Alajmo. Lui lo spiega così: “Portare a livello, sollevare, salire. Ma in senso figurato: approdare a una dimensione nuova e maggiore. Acchianata è la prima visita del fidanzato che va a conoscere i parenti della futura sposa. Delle persone che hanno fatto il salto verso una diversa qualità della vita si dice: – Se ne acchianò. Massimo grado dell’acchianata è quello elettorale, di chi viene eletto e può considerarsi fuori dagli affanni per il resto dell’esistenza. In questo caso, però, prima di acchianare bisogna portarsi, voce del verbo candidarsi alle elezioni….”.
Capite bene che pare facile capire una frase in siciliano, e certamente non parliamo di un dialetto – pardon, lingua – tra i più incomprensibili. Quello che diventa complicato è interpretare ciò che si dice e ciò che si nasconde dietro quello che si dice. E che si può decifrare solo da un gesto, una smorfia del viso, un tono più o meno incarcato, tanto per restare in tema.
Le dominazioni, si diceva, a partire da quella araba che in Sicilia ha lasciato cultura, monumenti, cibo. E parole di uso comune come allafannàto, ovvero colui che, provenendo da un lungo digiuno, si getta senza ritegno sul cibo. “Non è difficile immaginare che l’origine vada ricercata nell’usanza del banchetto che conclude il digiuno del Ramadan – ci spiega Alajmo - al quale i devoti arrivano ferocemente affamati. Lo stigma dello straniero si riscontra nel fatto che l’accusa di essere volgarmente affamato è sempre rivolta a qualcun altro: – Talè quello ch’è allafannato!”.
Ma da babbasone a cabbasìsi, termine ormai sdoganato da Camilleri, da cusciuliàri a lampiàre, da matapollo a zaùrdo, c’è da fare un giro completo della Sicilia, da Occidente a Oriente, da Vigàta del Commissario Montalbano a Màkari di Gaetano Savatteri. Insomma, leggendo Abbecedario siciliano si può andare unnegghiè, ovunque. Dove il suffisso egghiè non è altro che l’equivalente inglese ever. Whenever, wherever, whoever, however, whatever che altro sono se non quannegghiè, unnegghiè, cuegghiè, comegghiè e ‘nzocchegghiè?
Il libro
Abbecedario siciliano
di Roberto Alajmo
Sellerio Editore
pagg. 200
euro 14