Cultura

In 300 mila a Venezia: boom di visitatori per la Biennale Architettura dedicata all’Africa

In 300 mila a Venezia: boom di visitatori per la Biennale Architettura dedicata all’Africa

Si è chiusa la rassegna curata da Lesley Lokko, che si dice “incredibilmente orgogliosa” di un’edizione le cui parole d’ordine sono state “decolonizzazione” e “decarbonizzazione”

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I biglietti venduti sono stati 285 mila, le presenze della preapertura 14.150: anche a guardare soltanto i numeri, che superano così i 300 mila visitatori, la Biennale Architettura 2023 che si è appena chiusa a Venezia, curata da Lesley Lokko e intitolata The Laboratory of the Future, è stata un successo, anzi una sfida vinta.

Perché per la prima volta il focus della grande vetrina dell’architettura mondiale, la manifestazione che più di ogni altra racconta lo state of the art della disciplina, era esplicitamente rivolto a un continente, l’Africa, e alla sua diaspora nel mondo, e più in generale a una pratica dell’architettura che, senza volerne necessariamente distruggere il canone, metteva l’accento sulla necessità di ripensarne le pratiche per affrontare le contingenze drammatiche della modernità.


I temi forti della rassegna, decolonizzazione e decarbonizzazione, hanno attirato le nuove generazioni: i giovani sono stati il 38% dei visitatori totali, e sono aumentate anche le visite di gruppo rivolte a studenti e universitari. Una delle iniziative della Biennale, il College, ha permesso a una cinquantina di architetti junior di studiare e progettare con 15 tutor provenienti da tutti i continenti.

Lo scopo della curatrice – scrittrice oltre che architetta, un curriculum di vita e di esperienze diviso tra Europa e continente africano e la direzione dell’African Futures Institute in Ghana – era quello di mostrare come l’Africa, il continente giovane per eccellenza, sia davvero un laboratorio, un luogo in cui imparare dagli errori del passato per riprogettare un futuro più equo e non più basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse.


Un tema declinato da questa Biennale in molti modi. A partire dall’assegnazione dei Leoni d’Oro. Quello alla Carriera è stato attribuito all’architetto nigeriano Demas Nwoko, decano dell’architettura africana, il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale è andato al Brasile, quello per la migliore partecipazione al duo italo palestinese DAAR (Alessandro Petti e Sandi Hilal), che da lungo tempo lavora sul concetto di decolonizzazione.

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I progetti esposti nei 64 padiglioni nazionali e i lavori dei 53 partecipanti, esposti tra i Giardini e l’Arsenale, hanno proposto un approccio “creolo” all’architettura. I pratictioner, come Lokko preferisce chiamare gli architetti, a sottolineare una vocazione a stare nel mondo e a fare i conti con il reale, senza calare progetti dall’alto, hanno sì esposto plastici, ma anche installazioni e fotografie che raccontano angoli di mondo e ambienti urbani e rurali diversissimi.

Lo scopo, ha ricordato il presidente della Biennale Roberto Cicutto, era anche quello di portare l’attenzione “su molte criticità figlie della storia più recente. I temi decolonizzazione e decarbonizzazione si sono allargati a molti aspetti della società civile, anche in quei paesi che sembravano esserne "al riparo" o meno esposti”.


Un aspetto che la stessa Lesley Lokko ha voluto sottolineare parlando del bilancio della sua curatela: "Il banco di prova di questa mostra, o di qualsiasi mostra, non è solo il numero di biglietti venduti, di articoli, di recensioni o di commenti sui social media. È nei piccoli fili, a volte inosservati, che vengono raccolti, amplificati, ricuciti insieme e presentati mesi, anni, persino decenni dopo. Mi piace pensare - e solo il tempo ci dirà se è un'ipotesi ragionevole - che questa mostra sia stata ricca di fili, se non addirittura di arazzi, e che la sua eredità sia l'impulso a continuare a fare, cucire, ricucire, dire, formulare nuove idee sulla nostra professione, sul suo posto e sulla sua importanza nel mondo dei pensieri e delle cose, arricchendo i discorsi dove può, sostituendo dove dovrebbe, riparando dove è necessario e sostenendo e difendendo ciò che è prezioso. È un'eredità di cui sono incredibilmente orgogliosa. Esco da questa esperienza riconoscendo che, da un lato, ho avuto probabilmente uno dei team più piccoli di qualsiasi altro curatore fino ad ora, e dall'altro, il più grande. Tutti coloro le cui mani, cuori e menti hanno toccato un qualsiasi aspetto di questa mostra fanno parte di quella squadra, e ne faranno sempre parte".


Un riferimento, probabilmente, anche al caso di cronaca che ha tenuto banco in maggio, proprio all’apertura della manifestazione: alcuni dei giovani collaboratori di Lokko, provenienti dal Ghana, non hanno ottenuto il visto per poter essere a Venezia.

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