Biennale di Venezia, con Luca Massimo Barbero l’archivio diventa “vivente”
di Chiara ValerioLuca Massimo Barbero al Palazzo Reale di Milano davanti a un'opera di De Chirico
(fotogramma)Si potrebbe partire da Simone Weil e cioè assumere che l’eternità è nel passato. Si potrebbe ricordare che si è stati studenti, prima ancora di diventare studiosi, e aver saputo che in una base di dati, la consultazione della base, l’accesso ad essa, diventa immediatamente un dato, una stringa, una casella, una posizione.
Si potrebbe tenere conto della premessa che Giorgio Agamben fa a La mente sgombra (Einaudi). È possibile – scrive Agamben – che la vera tradizione non consista nel conservare le cose intangibili e mute, ma nello sgombrare lo spazio in cui esse possano finalmente aprirsi e parlarci. Date queste premesse, e tenendo conto di ciò che rimane scritto nel Ciclo della fondazione di Asimov – per salvare una civiltà percorsa da intransigenze religiose, verità a bassissima definizione, falsità ad altissima definizione, rumore (senza purtroppo Raffaella Carrà) – bisogna creare un archivio.
Date le premesse, dicevo, la conclusione non può che essere la realizzazione di archivi di…
Si potrebbe partire da Simone Weil e cioè assumere che l’eternità è nel passato. Si potrebbe ricordare che si è stati studenti, prima ancora di diventare studiosi, e aver saputo che in una base di dati, la consultazione della base, l’accesso ad essa, diventa immediatamente un dato, una stringa, una casella, una posizione.
Si potrebbe tenere conto della premessa che Giorgio Agamben fa a La mente sgombra (Einaudi). È possibile – scrive Agamben – che la vera tradizione non consista nel conservare le cose intangibili e mute, ma nello sgombrare lo spazio in cui esse possano finalmente aprirsi e parlarci. Date queste premesse, e tenendo conto di ciò che rimane scritto nel Ciclo della fondazione di Asimov – per salvare una civiltà percorsa da intransigenze religiose, verità a bassissima definizione, falsità ad altissima definizione, rumore (senza purtroppo Raffaella Carrà) – bisogna creare un archivio.
Date le premesse, dicevo, la conclusione non può che essere la realizzazione di archivi di umani viventi. L’archivio insieme alla persona e non solo dopo.
Che siano vivi tutti gli archivi consultabili e consultati è chiaro, ma occorre sottolineare quanto ciascuno di noi – e in questo la vita degli animali non umani si differenza da quella degli animali umani – assembli un archivio, giorno per giorno. E quanto per capirsi e capire il resto, questo archivio bisogna ordinarlo. Ordinare è fare spazio, sgombrare.
Adesso, per quanto indomiti sognatori e scialacquatori, ci è chiara l’impossibilità di raccogliere e rendere consultabile l’archivio che ciascuno di noi è e ha, sia mentre viviamo che dopo. Siamo consci che possa capitarci ciò che è successo a Janina Turek, arrivi cioè Mariusz Szczygiel (Reality, nottetempo) a studiare e pubblicare le annotazioni quotidiane di una vita che solo apparentemente può definirsi qualsiasi. Ma è un evento raro.
Come si fa a sottolineare che la vita coincide con l’archivio nella vita, sempre di più in una civiltà che diventa tutta scritta? L’unica soluzione percorribile è quella pensata e messa in atto dalla Biennale di Venezia e da Luca Massimo Barbero, nato a Torino nel 1963, veneziano con la valigia, come pure si è definito, storico dell’arte, curatore e fotografo, personalità miscellanea, interessi vasti e larghi, ossessioni verticali.
La Biennale dotata, come ha dichiarato Roberto Cicutto, presidente della Biennale, di una settima arte, “l’arte della connessione”, ha acquisito l’archivio di Barbero, e gli ha dedicato la mostra Luca Massimo Barbero. Un diavolo amico che ha inaugurato il 16 Novembre scorso nel portego di Ca’ Giustinian, sede della Biennale. Visitabile (e consultabile).
La mostra contiene carotaggi dell’archivio di Barbero, i materiali ruoteranno o trasleranno, cambieranno insomma nel corso della mostra per dare la misura caleidoscopica dell’archivio acquisito e delle possibilità dello stesso.
Se finora abbiamo ripetuto troppo spesso “Biennale” e “Luca Massimo Barbero” non è perché ci manchino i sinonimi, o rifuggiamo pronomi e giri di parole, tutt’altro, pensiamo che in uno squarcio di storia complicato che disprezza la memoria di tutti (sì, tutti), e in cui la parola memoria indica quasi esclusivamente la capienza dei dispositivi, ripetere ad alta voce i nomi sia di chi ha messo a disposizione le proprie memorie e i propri studi – oggettivamente straordinari, le une e gli altri – sia di chi ha deciso di accoglierli e renderli disponibili, ci entusiasma. Barbero da facitore e proprietario dell’archivio ne diventa elemento. Non solo può continuare ad ampliare e consultare il proprio archivio, ma può essere egli stesso consultato.
Nel 2013, esce in Italia Un genio nello scantinato (Adelphi) libro in cui Alexander Masters rinnova il genere della biografia. Masters, giornalista, si trasferisce a Cambridge per un anno, affitta un appartamento, e scopre che il padrone di casa vive nel basement ed è Simon Norton, uno dei più grandi matematici al mondo. Decide così di scriverne la biografia, consultando però Norton che è lì, vivente e fa eccezioni.
Pensiamo così che la Biennale e Barbero abbiano rinnovato il genere archivio e consultazione degli archivi, con una eco di Fahreneit 451 senza però la tragedia, anzi con la speranza e l’immaginazione umana, umanissima di riuscire ad abitare e a comprendere il futuro perché abbiamo abitato e compreso il passato e gli inciampi che esso ci ha concesso. «Considero gli archivi una culla» ha detto Barbero, e così sia pure per ciascuno di noi.