Non esistono nidi in cui rifugiarsi, la retorica rassicurante delle radici è un prodotto confezionato da chi vive in città. La grandezza di Donatella Di Pietrantonio è nella capacità di raccontare un mondo, quello della provincia italiana appenninica, con l’approccio ambivalente di chi lo ha vissuto e lo vive: un misto di gratitudine e insofferenza, attaccamento e senso di colpa. L’età fragile (Einaudi), il suo nuovo romanzo, strattona tra sentimenti contrastanti narrando la storia di una madre e di una figlia ventenne che si ritrovano nel paesino d’origine tra i monti abruzzesi, scrutandosi di colpo come estranee. È fragile il loro rapporto, in equilibrio su troppi non detti, probabilmente su ferite accumulate da generazioni. Lucia, la madre, voce narrante di questa storia, si rispecchia nella vulnerabilità di Amanda in cui si rivede giovane, quando un delitto brutale in un terreno di famiglia sconvolge la sua vita segnandola per sempre.
Amanda è sfuggente, non studia, tradendo senza neanche rendersene conto l’idea che sua madre ha di emancipazione. Lucia non riesce a indagare quella strana pigrizia, non ha chiavi di accesso: Amanda avrebbe i mezzi per farsi largo nel mondo senza troppa fatica e invece spreca il tempo a vegetare, chiudendosi in un mutismo ostinato e scontroso. È evidente che è impaurita, la notte dorme con la luce accesa, che cosa le è successo? Perché non ne parla? L’ha accompagnata a Milano felice della sua ammissione alla Statale, per poi vedersela tornare indietro come un pacco, con uno degli ultimi treni prima del lockdown. Magrissima, spenta, pallida non sembra interessata a niente, si chiude per ore in camera, la mattina dorme fino a tardi. Un giorno ha subito un’aggressione, uno scippo, e adesso Lucia si incolpa per aver minimizzato ma la verità è che non sa come entrare nel suo silenzio.
Uno dei nuclei principali della narrativa di Donatella Di Pietrantonio, a cominciare da Mia madre è un fiume, passando per L’Arminuta, romanzo vincitore del Campiello, è quel nodo di tenerezza e ostilità che spesso lega madri e figlie. Il piano temporale slitta, torna indietro, e il romanzo diventa la narrazione della giovinezza di Lucia in una famiglia contadina, dove il padre è un patriarca, protettivo e duro come un albero, e la madre è la quintessenza dello spirito di sacrificio, quello che Lucia si ripromette di non essere. Per questo studia, frequenta Fisioterapia, ma poi irrompe “il fatto” che risucchia tutto e la scaraventa nell’età adulta. E allora i prati verdi scompaiono e la terra si apre sui corpi morti di due turiste modenesi, due giovani escursioniste uccise da un pastore mentre una terza, Doralice, amica del cuore di Lucia, riesce a salvarsi fingendosi morta. Quel doppio femminicidio fa parte del bagaglio dei ricordi di Lucia. Ma chi sopravvive al dolore degli altri è dannato e a Doralice, la sopravvissuta, non basterà andare in Canada, non farsi più trovare.
La scrittrice rielabora narrativamente un vecchio episodio di cronaca realmente accaduto sulla Maiella che negli anni Novanta sconvolse l’Abruzzo e l’Italia e lo fa con una prosa che avvince, pagine che si leggono in apnea, una sintassi asciutta e pulsante. Entriamo nel bosco alla ricerca dell’assassino, le torce illuminano il costone della montagna, si sentono spari, piccole fette di cielo stellato tra le chiome, in basso solo nero. Lucia partecipa alle ricerche infreddolita e impaurita. Di colpo sente la sua montagna ostile. Il romanzo si muove tra due piani temporali: il presente e il passato incancellabile della mattanza.
L’età fragile parla delle ferite dei vent’anni, della delicatezza dei figli di ieri e di oggi, delle paure che si trasmettono di donna in donna. Lucia è spezzata tra due mondi, quello delle origini e quello nuovo, borghese, a cui ha avuto accesso studiando. Il marito se n’è andato a Torino ma lei ha scelto di restare. Ha lottato per conquistare una sua indipendenza, per non finire a lavorare nei campi, ma non riesce a liberarsi del tutto. Di Pietrantonio è la più brava a restituire la provincia italiana sospesa tra due epoche, le lacerazioni di una generazione, la sua (è nata nel 1962), in bilico tra il vecchio e il nuovo. È un mondo duro quello che descrive, un mondo che anche quando ama non conosce il linguaggio dell’affetto, che prova imbarazzo a mostrare i sentimenti, che non abbraccia, non accarezza, dove anche la bellezza della natura è considerata un orpello e la vita è vincolata a una catena di necessità. Dei suoi genitori, Lucia dice: «Mi hanno concepita restando muti, lui per ignoranza, lei per pudore». E quel mutismo ora torna a perseguitarla in altre forme.
Il romanzo è dedicato “a tutte le sopravvissute”, e scommettiamo che siano tutte le donne che lottano per la libertà. Ci sono tre generazioni: la nonna, ubbidiente a un marito che la voleva «uomo in campagna e femmina in casa», Lucia, mansueta e ribelle, e infine Amanda, la più confusa, che sembra rianimarsi solo quando si unisce alla protesta dei pastori che vogliono fermare la speculazione edilizia del bosco. A modo loro sono tutte sopravvissute, perché tutte in cerca di un posto nel mondo.
Di Pietrantonio, scrittrice-dentista che vive a Penne, ha deciso come Lucia di rimanere a vivere nella sua terra aspra e meravigliosa. Sa che la natura può esserti amica e nemica, proprio come gli uomini. Il bosco — la faggeta del Dente del Lupo — è l’altro personaggio di questo romanzo, che è insieme saga generazionale e favola nera: nel bosco si aggirano ancora gli spiriti delle ragazze uccise, le loro voci portate dal vento tolgono il sonno agli abitanti della valle. La natura non dimentica, basta questo a mandare in frantumi la retorica della montagna buona, del nido che protegge. Come è fragile tutto ciò che è umano.
Il libro – L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, pagg. 192, euro 18)