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È morto Elliott Erwitt: il grande fotografo aveva 95 anni

Elliott Erwitt

 
Nel suo obiettivo Marilyn e Jackie Kennedy, ma anche Krusciov, Nixon e...i cani. Scompare l’ultimo tra i padri nobili della Magnum, che non smise mai di prendere la vita con ironia
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Quando austeri filosofi francesi un po’ menagramo parlavano di fotografia come specchio della morte, Elliott Erwitt faceva sobbalzare la vita a colpi di trombetta. Un’azienda di design gliel’ha perfino brevettato, quel suo celebre bastone da passeggio con la tromba da bicicletta sul manico. Popipopi!, i cani saltavano per aria, la gente faceva facce strane, e Erwitt faceva clic.

Lo sapeva, Erwitt, l’ultimo cavaliere della fotografia umanista, l’ultimo superstite tra i padri nobili di Magnum, che alla terza riga i suoi necrologi avrebbero parlato di cani. Non gli dispiaceva. Faceva gentilmente notare di aver fatto anche fotografie serissime. Il più commovente ritratto di Jacqueline Kennedy in lutto. Una Marilyn mai così ingenua e bella. I lavandini apartheid per bianchi e per colored ne…

Quando austeri filosofi francesi un po’ menagramo parlavano di fotografia come specchio della morte, Elliott Erwitt faceva sobbalzare la vita a colpi di trombetta. Un’azienda di design gliel’ha perfino brevettato, quel suo celebre bastone da passeggio con la tromba da bicicletta sul manico. Popipopi!, i cani saltavano per aria, la gente faceva facce strane, e Erwitt faceva clic.

Lo sapeva, Erwitt, l’ultimo cavaliere della fotografia umanista, l’ultimo superstite tra i padri nobili di Magnum, che alla terza riga i suoi necrologi avrebbero parlato di cani. Non gli dispiaceva. Faceva gentilmente notare di aver fatto anche fotografie serissime. Il più commovente ritratto di Jacqueline Kennedy in lutto. Una Marilyn mai così ingenua e bella. I lavandini apartheid per bianchi e per colored negli Usa degli anni Cinquanta. Lo scoop mondiale dei missili nucleari sovietici. Ma non si vergognava di certo dei suoi otto libri dedicati ai cani. Ci parlava abbaiando, “mi capiscono”. A un certo momento aveva scoperto di averne fotografati a centinaia, anche perché “a New York è più difficile fotografare elefanti”, anche se preferiva i cani francesi, “hanno più personalità”, comunque i cani “non ti chiedono di mandargli la foto e non devi fargli firmare la liberatoria”.


Da oggi la fotografia è più triste. Ha perso il fotografo della leggerezza profonda, il suo filosofo più ironico, malinconico, anche amaro, anche sarcastico, mai cattivo. Lo abbiamo perso anche noi italiani. Il su vero nome è Elio Romano Erviz. In realtà lo perdemmo ottant’anni fa, per colpa del fascismo. “Grazie a Mussolini sono americano”, è la curiosa dedica nella sua autofotobiografia.

Figlio di emigrati russi, una nonna ebrea l’altra cristiano-ortodossa, era nato a Parigi ma cresciuto a Milano fino ai dieci anni, perché il padre (socialista ordinato sacerdote buddista in Giappone, insomma si capiscono tante cose) amava l’Italia. Furono le leggi razziali a consigliare l’espatrio. Si imbarcarono per gli Usa due giorni prima dell’invasione della Polonia. “Gli emigranti hanno qualcosa in più”, diceva.

Elliott Erwitt, Mother and Child (1953)/Magnum photo/Contrasto

 

Parlava un passabile italiano quando veniva da noi a trovare il suo amico fraterno Gianni Berengo Gardin. “L’umorismo è un meccanismo di difesa. Meglio ridere che piangere. Questo in effetti è un tratto molto italiano”. Pinocchio era il suo libro preferito.


In California, quindicenne, la fotografia gli servì per imbucarsi alle feste. “Ero timido”. Però erano buone foto. Se ne accorsero tutti. A New York trovò il coraggio di farle vedere a un guru del fotografico, Edward Steichen, che gli procurò qualche lavoretto. Un altro potente del settore, Roy Stryker, gli procurò un impiego di fotografo per la Standard Oil. Conobbe Robert Capa. Incontri fondamentali. Durante il servizio militare vinse un concorso di Life con una serie sulla noia della naja. Congedato nel ’53, venti minuti dopo essersi tolto l’uniforme, Capa lo arruolò in Magnum, l’accademia del fotogiornalismo, e lo fece lavorare per Collier’s, Look, Life.

Inviato sui fronti di pace più che di guerra: “Le guerre non sono molto spiritose”. Nel ‘55, il suo ritratto della prima moglie con la prima figlia e il gatto su un letto immerso in una tiepida penombra sognante fu l’immagine più sentimentale della più grande mostra The Family of Man.

Nonostante questo la vita di Erwitt, come quella della grande agenzia di fotografi di cui sarà presidente nei momenti più tempestosi, è stata un ottovolante di grandi imprese e bollette da pagare. “Almeno non ho rapinato banche”. Pochi lo sanno, ma le sue più grandi fotografie Erwitt le prese nei ritagli di tempo dei suoi viaggi di lavoro commissionato da grandi aziende. A Mosca, nel ‘59, lo mandò la Westinghouse: frigoriferi. Caso volle che a quella fiera dell’elettrodomestico si incontrassero Krusciov e Nixon.

Erwitt era lì nel momento preciso in cui il vicepresidente americano puntò il dito su quello sovietico, producendo l’icona più potente della sfida americana al comunismo. Con dispiacere di Erwitt, Nixon la usò nella sua campagna elettorale. Si vendicò raccontando cosa si erano veramente detti i diarchi del pianeta. Nixon: “Noi mangiamo bistecche e voi cavoli”. Kruscev: “Ma va’ a fottere tua nonna”. Non proprio un vertice ad alto livello, commentava.


Laconico fino al monosillabico, a una buona battuta Erwitt non ha mai rinunciato. “Cerco seriamente di non essere serio”. Quand’era presidente di Magnum gli telefonò angosciato un amico caporedattore, «Aiutami Elliott, il direttore vuole una foto del Daily Lama e io non so neanche cos’è», e lui, imperturbabile: «Sì, è un quotidiano del Perù, te la mando subito». Ironia, sorpresa, fiducia nella vita, le foto di Erwitt sono un ricostituente emotivo, per Ferdinando Scianna “dovrebbero essere incluse in ogni corso di sopravvivenza”. Eppure pochi lo hanno visto ridere. Stile Buster Keaton. Ma lui preferiva Chaplin: “Quando sai far ridere e piangere alternativamente hai raggiunto la vetta”. Ci riuscì nella sua foto del cuore, il bambino nero di Pittsburgh che ride puntandosi la pistola giocattolo alla tempia, “una foto buffa e nello stesso tempo tragica, non so...”. È stato un umanista sorridente, un Democrito della fotografia. “Non sei un cercatore di rarità, fai delle foto perché altri le vedano”.


Sei figli con quattro mogli, nove nipoti. “Amo la vita”. La reverenza unanime rarissima nel litigioso invidioso mondo della fotografia. Con cui non era tenero: travestito con baffi e basco si calò in un alter-ego stile Dalì, un artista-fotografo di nome André S. Solidor. Le cui iniziali formano la parola ass, “che è esattamente quel che penso di lui”. In realtà, avrebbe voluto essere Modigliani. È stato invece uno dei più grandi fotografi del Novecento, perché ha fatto saltare per aria la prosopopea che vuole l’arte come destino unico della fotografia. “La trombetta dice che sappiamo tutti che quello che stiamo facendo è una cosa di poco conto, tanto vale prenderla bene”. La fotografia è stata per lui, e lo è davvero, una questione di apparenze, di fortuna, un regalo del mondo e della fotocamera. Quel che si può fare è farlo sobbalzare un po’, il mondo, e vedere di nascosto che faccia fa.

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