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Mimmo Jodice: “Il Mediterraneo mi ha insegnato a vedere”

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Gli inizi in una Napoli poverissima. L’amore per la bellezza e l’Accademia frequentata di nascosto. Il grande fotografo che porta la sua opera al Palazzo dell’Onu di Ginevra si svela
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Sono nato nel 1934 nel quartiere Sanità che è stato un quartiere dove ho vissuto l’infanzia e tutta la gioventù. È un ricordo importante. Il quartiere è sempre stato ricco di storia e personalità; l’appartenere a quella realtà mi ha convinto a non lasciare Napoli.

Ho iniziato a lavorare a soli dieci anni, dopo la morte di mio padre. Mia madre rimase da sola con i miei fratelli piccoli, mentre io, dovendo lavorare, non ho potuto studiare. A causa della guerra, abbiamo vissuto la povertà.

Ho iniziato da ragazzo, giovanissimo, a dipingere e solo più tardi mi sono approcciato alla fotografia. Quando mi chiedevano: tu cosa sai fare bene? Rispondevo: io so vedere.

In età adulta, quando iniziai a guadagnare maggiormente, iniziai a frequentare le scuole serali e di nascosto …

Sono nato nel 1934 nel quartiere Sanità che è stato un quartiere dove ho vissuto l’infanzia e tutta la gioventù. È un ricordo importante. Il quartiere è sempre stato ricco di storia e personalità; l’appartenere a quella realtà mi ha convinto a non lasciare Napoli.

Ho iniziato a lavorare a soli dieci anni, dopo la morte di mio padre. Mia madre rimase da sola con i miei fratelli piccoli, mentre io, dovendo lavorare, non ho potuto studiare. A causa della guerra, abbiamo vissuto la povertà.

Ho iniziato da ragazzo, giovanissimo, a dipingere e solo più tardi mi sono approcciato alla fotografia. Quando mi chiedevano: tu cosa sai fare bene? Rispondevo: io so vedere.

In età adulta, quando iniziai a guadagnare maggiormente, iniziai a frequentare le scuole serali e di nascosto i corsi all’Accademia di Belle Arti. Alla fine, sono riuscito ad insegnare proprio all’Accademia quando, nel 1970, il direttore Franco Mancini mi diede l’incarico per chiari meriti di insegnare nel primo corso in Italia dedicato alla fotografia: ebbi oltre cinquecento studenti e dal 1975 diventò un corso annuale di fotografia in tutte le Accademie di Belle Arti in Italia.

Nel mio lavoro fotografico parto sempre da un tema: un’inchiesta sul lavoro minorile oppure sulle industrie e gli operai, un racconto sulla scultura, il mare, il vuoto. Poi trovo uno o più luoghi che possano aiutarmi a svilupparlo. Torno più volte nello stesso luogo per capire come cambia la luce. Poi inizio a fotografare.

La mia città, Napoli, la sua storia e le sue questioni sociali, hanno sempre costituito per me un immaginario fondamentale.

Fra il 1971 e il 1972, quando a Napoli scoppiò una grande epidemia di colera, decisi di occuparmi del problema scegliendo come oggetto di attenzione i ruderi di un fatiscente ospedale mai terminato ad Ercolano nel quale si erano rifugiati un gran numero di emarginati. Nella serie Il ventre del colera colsi con la macchina fotografica le strutture fatiscenti, la miseria, la morte, i bambini senza futuro. Quello era il vero colera di Napoli, la sua profonda malattia sociale! La ricerca sfociò nella mostra “Il ventre del colera”, che si tenne al Sicof di Milano nel 1973.

L’anno successivo, con Roberto De Simone e con la prefazione di Carlo Levi, ho pubblicato il volume Chi è devoto, dedicato alle feste popolari e ai rituali religiosi.

In Vedute di Napoli (1980) ho invece fissato sulla pellicola la realtà napoletana spogliata dalla presenza umana, invasa dal silenzio in una dimensione fuori dal tempo.

In Pompei. Parole in viaggio (2010) ho delineato una sorta di Grand Tour contemporaneo in una città che per me rimare viva, facendo riferimento a uno dei temi cardine del mio lavoro: le origini e l’antica cultura del Mediterraneo.

Anche le opere incluse in Mediterraneo (1995) fanno parte di questa mia lunga riflessione e ricerca che da anni sviluppo sulle origini e sull’antica cultura del Mediterraneo, sulla persistenza del passato nel presente e insieme su me stesso, figlio di quelle antiche genti. Ho iniziato questo progetto per un bisogno forte di “rassicurazione”. Dopo il mio impegno sociale e politico degli anni settanta e le speranze perdute, sentivo la necessità di ritrovare un sentimento nuovo e forte; e questo non poteva essere altro che la ricerca delle mie radici.

Il Mediterraneo, nostro ventre antico, è per me un luogo mentale, un laboratorio che mi permette di far coincidere il presente e la memoria, l’immaginazione e l’emozione, che mi ispira una lettura inquietante e poeticamente sospesa nel tempo e solo apparentemente non legata al nostro quotidiano. Nelle mie ricerche e progetti, chi guarda può sempre ritrovare il fil rouge che segna ed accompagna da sempre il mio “sentire”, una assenza di riferimenti a luoghi e tempi.

In questo mio Mediterraneo io ritrovo l’eternità dei luoghi, immagini di architetture, paesaggi pieni di bagliori, cavità misteriose, frammenti di corpi e volti che hanno visto e ci parlano di vicende lontane.

Qualsiasi elemento di contemporaneità, di specificità è cancellato dall’universalità che questo mare riconosce ed unisce. La metastasi dei riferimenti locali produce solo cartoline ed è la trappola da cui fuggire. Solo il lavoro di scarnificazione e di sottrazione mi ha permesso di esprimere il massimo della forza con il minimo segno.

Sotto una superficie di tranquilla espressività, questi volti, questi occhi spalancati, che hanno visto vicende lontane contengono ed evocano la mia inquietudine.

Testimonianze di vicende accadute e che accadranno ancora, sguardi che mi turbano nella loro silenziosa normalità.

Oggi, per me, è difficile guardare il mio lavoro di quasi quarant’anni fa, dove appare forte i legami di bellezza, cultura e scambio attraverso questo mare, in un momento in cui questa unità è fratturata, la bellezza ferita ed il viaggio attraverso i luoghi è diventato drammaticamente incerto.

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