Cultura

La società degli invidiosi

La società degli invidiosi

Parlare male di qualcuno ai tempi dei social network. Fenomenologia dei leoni da tastiera

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Una volta l’invidia era una cosa da tenere nascosta, era vissuta essenzialmente in solitudine. L’invidioso poteva affidarsi alla maldicenza e la maldicenza era faticosa: dovevi procurarti qualcuno che ti stava a sentire, dovevi cercarlo, dovevi spostarti fisicamente. Oggi la maldicenza è facile, basta far un post. Oggi l’invidia ha trovato nella Rete il suo ambiente ideale. Gli invidiosi non si macerano più in solitudine, ma possono esporre il loro rancore e trarne anche un reddito simbolico. Quella persona ha fatto qualcosa che avrei voluto fare io. L’ultima cosa che posso fare è ammetterlo, meglio prenderla in giro, denigrarla in ogni modo, denigrarla a oltranza. Il risultato per l’invidioso è confortante. Se un post qualsiasi prende sette like, quello che prende di mira qualcuno arriva di colpo a settanta. Oggi gli invidiosi lavorano in gruppo, formano cooperative provvisorie. Se parli male di qualcuno arrivano in fretta altri cecchini sul luogo del delitto per sparare alla salma digitale che l’invidioso esibisce senza nessuna remora.

Nella realtà sarebbe tutto più difficile. Nella realtà per dare uno schiaffo a qualcuno devi essere a una distanza tale che quello schiaffo potresti anche riceverlo. In Rete l’invidioso gode del fatto che all’invidiato non conviene replicare, farebbe il gioco dell’invidioso, gli darebbe quella cassa di risonanza che sta cercando.

Ovviamente l’invidioso nega questi meccanismi. Lui opera perché è rigoroso, perché non sopporta quell’artista, lo trova banale. L’invidioso si propone come campione di rettitudine morale. Lui critica perché tiene a cuore l’arte, perché vuole impedire che la fama dei fasulli si faccia più grande. E la stessa cosa fanno quelli che giungono a commentare o a mettere un like. Tutti seriamente preoccupati per i pericoli che l’individuo famoso arreca all’ambito in cui è occupato.

Il punto è proprio la fama. Io ti diffamo per acquisire un poco di fama, sto facendo il peccato che ti rimprovero. Se ho fallito il mio arrembaggio alla fama col mio libro, ecco che la Rete mi offre una sorta di esame di riparazione: anche io posso avere un pubblico, il pubblico di quelli che odiano quella persona e di cui io mi incarico di cantarne i difetti, le miserie artistiche e morali.

Ecco che la Rete diventa nello stesso tempo incubatore di solitudini e nello stesso tempo occasione per creare piccole comunità di rancorosi, piccoli branchi di insofferenti alla ricerca di qualcuno, di qualcosa su cui sfogare la propria insofferenza.

In un mondo in cui è facile sentirsi artisti è anche facile accumulare frustrazione per il fatto che qualcuno occupa degli spazi che noi riteniamo alla nostra portata. In apparenza la posta in palio è un’idea di mondo, una certa idea di poesia o di cinema o di politica. In realtà il vero oggetto dell’invidia è sempre la vita. L’invidiato conduce una vita che a noi è negata. Può essere fortuna, può essere talento, fatto sta che qualcuno sembra avere delle gioie che noi non abbiamo.

A questo punto davanti all’invidioso si aprono due strade. La prima sarebbe lavorare per ottenere pure noi le nostre gioie con il nostro lavoro. La seconda è dedicarci a portare il broncio a tutto e a tutti. Non ci vuole molto a condire questo nostro cupo disagio con l’abito di chi è radicale, di chi non accetta compromessi, di chi è puro.

La storia politica è piena di rivoluzionari che arrivati al potere diventano subito moderati. È piena di artisti anarchici che non vedono l’ora di mettersi al servizio di qualche padrone. Il meccanismo è questo: voi non mi date quel che merito, allora io sparlo, sparlo ogni giorno, e così mi faccio notare pure io, mi prendo un pezzettino di fama, poco importa che il mio esercizio non è innalzarmi ma tirare in basso gli altri.
Sono dinamiche che il mondo ha sempre conosciuto, ma prima della Rete si svolgevano in un ambito essenzialmente ristretto.

Franco Arminio

Franco Arminio

 

L’invidioso se esternava la sua invidia in qualche modo lo faceva a suo rischio e pericolo. Adesso una condizione penosa, una patologia dell’anima, diventa esercizio di stile: la cattiveria come stile di vita, come genere letterario. Invidio e dunque sono ammirato da altri invidiosi. I conti sembrerebbero tornare e invece non tornano: il rancore porta soddisfazioni superficiali, ci porta sempre a dare addosso alla nostra vittima, non ci mette mai in pace. L’invidia aumenta consumandosi.

A questo punto potremmo dire che non c’è ragione di occuparsi della questione in quanto riguarda un numero limitato di persone che in fondo fanno danni limitati. E invece non è così. In un mondo in cui ciascuno sembra avere detto addio a tutti gli altri, c’è da prendere atto che l’invidia crea legami, può anche arrivare a creare un partito politico, secerne un acido che tenta di corrodere ogni forma di bellezza, di entusiasmo, di partecipazione incantata alla vita. L’invidia non va combattuta, va solamente conosciuta ed evitata per il semplice fatto che non migliora la vita di chi la pratica e chi la subisce dovrebbe dolersene assai meno: in fondo è il ronzio di una mosca intorno all’orecchio di un cavallo.


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