Proviamo a ribaltare la prospettiva: è falso che gli immigrati sono solo un problema ed è falso che pesano sul Pil, è vero semmai il contrario. Gaia Vince, saggista e giornalista scientifica britannica, unica donna a vincere il Royal Society Prizes for Science Books, ha il pregio di rifiutare allarmismi. Nel recente Il secolo nomade (Bollati Boringhieri) racconta come l’immigrazione può diventare una risorsa.
I cambiamenti climatici porteranno sempre più persone ad abbandonare le proprie case.
«Nei prossimi 50 anni ci saranno milioni di migranti spinti a muoversi da regioni non più abitabili in cerca di una vita migliore. Se questo è lo scenario, conviene avvantaggiarsene e pensare politiche adeguate».
Le sue tesi inclusive però oggi sono prese di mira da chi fa coincidere il realismo politico con misure di contenimento dei flussi migratori.
«Le catastrofi alimentari in un’economia globale coinvolgeranno anche la nostra parte di mondo. Oltre al fatto che bisognerà affrontare la…
Proviamo a ribaltare la prospettiva: è falso che gli immigrati sono solo un problema ed è falso che pesano sul Pil, è vero semmai il contrario. Gaia Vince, saggista e giornalista scientifica britannica, unica donna a vincere il Royal Society Prizes for Science Books, ha il pregio di rifiutare allarmismi. Nel recente Il secolo nomade (Bollati Boringhieri) racconta come l’immigrazione può diventare una risorsa.
I cambiamenti climatici porteranno sempre più persone ad abbandonare le proprie case.
«Nei prossimi 50 anni ci saranno milioni di migranti spinti a muoversi da regioni non più abitabili in cerca di una vita migliore. Se questo è lo scenario, conviene avvantaggiarsene e pensare politiche adeguate».
Le sue tesi inclusive però oggi sono prese di mira da chi fa coincidere il realismo politico con misure di contenimento dei flussi migratori.
«Le catastrofi alimentari in un’economia globale coinvolgeranno anche la nostra parte di mondo. Oltre al fatto che bisognerà affrontare la crisi demografica dei paesi più ricchi. L’Italia è uno dei luoghi più colpiti dal calo della natalità. Le migrazioni ci saranno, che ci piaccia o no, tanto vale pianificarle. Dobbiamo fare in modo che la transizione geografica non sia dirompente e generatrice di conflitti ma diventi parte di un movimento più vasto verso un mondo compatibile con i cambiamenti. Se guardiamo al passato, abbiamo le prove che la migrazione non è stata solo un fenomeno negativo. Così si sono costruiti paesi come gli Stati Uniti e l’Australia. Così la Gran Bretagna ha risollevato la sua economia nel dopoguerra. C’è un’anima nomade dentro ognuno di noi».
Le guerre in corso, tra cui quelle in Ucraina e in Medio Oriente, non cambiano la tabella delle priorità?
«Altre guerre arriveranno se non ci occupiamo del clima. Le questioni legate al cambiamento climatico sono un moltiplicatore di diseguaglianze. Ci sono luoghi in cui i conflitti sono esacerbati a causa della siccità. Bisogna guardare a lungo termine, progettare città che resistano alle erosioni del suolo, alle inondazioni, alle frane».
Come si inseriscono le migrazioni in questo quadro?
«Dovrebbero far parte di una pianificazione generale, che riguarda i sistemi energetici, alimentari, abitativi. Investire in infrastrutture per i nuovi arrivati è prioritario. Così come assicurare l’accesso alle cure e all’educazione».
Un approccio pragmatico di che altro deve tener conto?
«Di tanti fattori, tra i quali l’età media dei migranti. La maggior parte delle persone si sposta tra la tarda adolescenza e i 35 anni. Muovendosi dai loro luoghi d’origine formano nuove reti, nuove connessioni sociali. Non è un’invasione, è una diaspora graduale che siamo in grado di sostenere, a patto di volerlo naturalmente».
Lei scrive che avremo bisogno dei migranti per ragioni economiche.
«Non sopravviveremo senza immigrazione. Abbiamo carenza di manodopera in tanti settori: lavoro agricolo, assistenza sanitaria, istruzione. Gli immigrati sono essenziali per la crescita del Pil e invece sta vincendo la narrazione che ci rubano posti di lavoro. L’economia non è a somma zero, implementa con le sinergie. Ecco perché le grandi città riescono meglio nei processi di integrazione. Ma, oltre a un investimento economico, servirebbe un cambiamento di mentalità. I migranti saranno sempre più i nostri futuri colleghi, i compagni di scuola dei nostri figli. Parte integrante delle nostre società. Essere inclusivi non va considerato un onere ma un investimento per il futuro».
Perché?
«Guardiamo che cosa è successo all’Italia, è stata lasciata sola, e la stessa cosa è accaduta ad altri paesi in prima linea negli sbarchi. L’Unione europea dovrebbe elaborare un piano, che coinvolga anche la Gran Bretagna, per progettare una redistribuzione razionale, individuare e trovare case per queste persone, indirizzarle verso luoghi in cui la manodopera è necessaria. E invece la Ue paga paesi come la Libia per compiere abusi e violare i diritti umani, costringendo i migranti in campi che sono prigioni, dove subiscono torture. Non solo è disumano ma nega quei valori europei che ci vantiamo di difendere».
La nuova onda nazionalista e populista fa leva sulla paura dell’invasione migrante.
«Politiche sbagliate hanno marginalizzato gli immigrati considerandoli solo una minaccia. La paura dello straniero serve a mascherare i fallimenti della politica, ricompattando la società contro gli “estranei”, usati come capro espiatorio. Questa retorica non riguarda solo la destra, anche i partiti di centro e la sinistra».
Bisognerebbe concertare strategie di accoglienza valide?
«Costruire muri o arruolare l’esercito non è una soluzione praticabile. Invito a guardare all’esempio virtuoso del Canada che sta progettando di incrementare la propria economia triplicando la popolazione con arrivi di immigrati. Il progetto è costruire un Paese più grande e più ricco».
Come si vive in Gran Bretagna dopo la Brexit?
«L’economia sta andando malissimo. Se si votasse oggi, la Brexit non passerebbe».
Il libro - Gaia Vince, Il secolo nomade (Bollati Boringhieri, traduzione Giuliana Olivero, pagg. 302, euro 27)