Addio Toni Negri “cattivo maestro” della lotta armata
di Stefano CappelliniUna manifestazione di Potere Operaio
«La morte non c’è, è un’illusione che le nostre membra restino fredde; ridiventano piuttosto una scintilla e un movimento di quel caotico desiderio che ci ha generato». Toni Negri la spiegò così a una figlia piccola, con il tipico approccio mezzo hegeliano mezzo dannunziano, la morte che lo ha raggiunto ieri novantenne a Parigi. È raccontato nella monumentale autobiografia del 2015 che Negri, all’anagrafe Antonio, ha voluto intitolare come una nuda didascalia: Storia di un comunista.
Comunista lo è stato visceralmente, e senza soluzione di continuità, con la passione che già aveva animato la sua militanza nell’Azione cattolica veneta e poi l’iscrizione in una sezione del Partito socialista a Padova, città natale. L’Azione cattolica l’aveva abbandonata da espulso, non doveva essere facile nella Chiesa preconciliare di Pio XII condividere la convinzione che la cacciata dal paradiso di Adamo ed Eva fosse la perfetta metafora della fatica del lavoro salariato nel capitalismo. …!-->
«La morte non c’è, è un’illusione che le nostre membra restino fredde; ridiventano piuttosto una scintilla e un movimento di quel caotico desiderio che ci ha generato». Toni Negri la spiegò così a una figlia piccola, con il tipico approccio mezzo hegeliano mezzo dannunziano, la morte che lo ha raggiunto ieri novantenne a Parigi. È raccontato nella monumentale autobiografia del 2015 che Negri, all’anagrafe Antonio, ha voluto intitolare come una nuda didascalia: Storia di un comunista.
Comunista lo è stato visceralmente, e senza soluzione di continuità, con la passione che già aveva animato la sua militanza nell’Azione cattolica veneta e poi l’iscrizione in una sezione del Partito socialista a Padova, città natale. L’Azione cattolica l’aveva abbandonata da espulso, non doveva essere facile nella Chiesa preconciliare di Pio XII condividere la convinzione che la cacciata dal paradiso di Adamo ed Eva fosse la perfetta metafora della fatica del lavoro salariato nel capitalismo.
ROMA - ROMA - NEGRI TONI DURANTE UN PROCESSO (ROMA - 1979-11-02, Roma's/Giacominofoto)
A Negri piacevano le collocazioni sghembe, fluide si direbbe forse oggi, detestava la forma partito, lo stalinismo, l’ortodossia terzinternazionalista, si era formato sul liberale Piero Gobetti, era stato allievo di Federico Chabod, amava Baruch Spinoza anche per proiezione autobiografica, perché come lui il filosofo olandese aveva smontato la religione e il concetto di Dio. Da studioso e giovanissimo docente universitario di filosofia del diritto fu protagonista per tutti gli anni Sessanta di una delle stagioni più feconde del pensiero intellettuale della sinistra, l’operaismo, prima con la rivista Quaderni rossi di Raniero Panzieri, e poi con Classe operaia, “mensile degli operai in lotta”, fondato insieme ad Alberto Asor Rosa e Mario Tronti. Con Massimo Cacciari andavano insieme ai cancelli del petrolchimico di Porto Marghera, a chiosare l’effetto degli scioperi “a gatto selvaggio”.
Porto Marghera era la roccaforte di Potere operaio, il partito insurrezionale che Negri contribuì a fondare e che implose nel giro di pochi anni per dissidi teorici che oggi appaiono più astrusi di una crittografia e che in realtà si sciolse soprattutto perché dentro aveva vite e traiettorie future troppo diverse: aspiranti terroristi e proto-dj, professorini e picchiatori, Bifo Berardi e Valerio Morucci, i microfoni di Radio Alice a Bologna e le P38 nei cortei degli autonomi milanesi e romani. Dove autonomi sta per militanti di Autonomia operaia, il movimento gassoso di cui Negri fu teorico, che predicava una rivoluzione diffusa, contropotere territoriale, sigla contenitore di tante realtà diverse da città a città, tutte accomunate dalla profonda e reciproca inimicizia con il Pci.
Negri era convinto che la teoria fosse nulla senza azione, azione, azione, certo non più cattolica, e all’occorrenza violenta, «sento il calore della comunità operaia e proletaria tutte le volte che mi calo il passamontagna», come da celebre citazione dal saggio Il dominio e il sabotaggio.
Dopo la prigione una brillante carriera da filosfo con libri come "Impero" con Michael Hardt.
Al professor Guido Petter, pestato brutalmente dagli autonomi padovani, non dovette interessare molto se a ridurlo in fin di vita fossero stati teorici della clandestinità piuttosto che movimentisti.
Negri ha sempre rivendicato di non aver mai ucciso, ma non ha mai sconfessato il suo magistero, anzi. Nel 2006, quando viveva a Venezia, nel sestiere di Castello, andai a casa sua a intervistarlo per un libro sul movimento del 1977. Avevo con me molte fotografie di quell’anno, tra cui il famoso scatto milanese che immortala un giovane con pistola imbracciata a due mani, le gambe piegate ad arco, in posizione di tiro. Un lampo attraversò lo sguardo di Negri, con la sua voce un po’ stridula disse: «Ah, il Terrone». Era il soprannome di Giuseppe Memeo, ed era uno dei suoi ragazzi, che a Milano bazzicavano la sede della rivista Rosso. Da lì erano passati molti poi finiti in clandestinità, bazzicava pure Marco Barbone, uno degli gli assassini del giornalista del Corriere della sera Walter Tobagi. Il giorno del 1977 in cui fu scattata quella foto, in via De Amicis, rimase ucciso un giovane poliziotto, Antonio Custra.
ROMA - TONI NEGRI E MARCO PANNELLA (ROMA - 1983-06-22, MARIO PROTO)
Il “7 aprile” fu un’inchiesta tanto scombinata – Giorgio Bocca la stroncò in un celebre libro per Feltrinelli, ma in un altro riservò un feroce ritratto umano a Negri – che il Partito Radicale decise di candidare alle Politiche del 1983, mentre era in regime di carcerazione preventiva. Fu eletto e la cosa costò a Marco Pannella molte più polemiche della candidatura, pochi anni dopo, di Cicciolina. Negri non frequentò il Parlamento, scappò presto in Francia e si stabilì a Parigi, città dove già aveva studiato da ragazzo e dove aveva legami con il marxista eretico Louis Althusser e soprattutto con i filosofi desideranti, Gilles Deleuze e Felix Guattari, che lo sostennero anche economicamente. Tornò in Italia nel 1997 per scontare l’ultima parte della pena a 12 anni, pochi anni dopo era libero.
Negri fu tra i primi a capire gli effetti della fine della grande fabbrica fordista, anche grazie alla sua profonda conoscenza del nord est, dove padroncini e capannoni, lavoro domestico e operai sociali soppiantavano i grandi stabilimenti industriali. All’inizio del nuovo secolo cominciò la sua seconda vita da acclamato saggista internazionale, grazie al successo di Impero e Moltitudine, scritti insieme a Michael Hardt, testi sacri del movimento no global e tuttora bussole dello spirito antioccidentale che spinge molti “progressisti” a considerare alleati indiretti i più truci dittatori e movimenti, purché antiamericani. Nell’autobiografia ha scelto questo epitaffio: «La nostra intelligenza è più potente della morte».