Le finte verità del caso Vannacci
di Giulia BoeroRoberto Vannacci
Un linguista contro un generale. Massimo Arcangeli, professore ordinario all’Università di Cagliari, confuta le argomentazioni fallaci e le contraddizioni contenute in uno dei libri più discussi dell’anno: Il mondo al contrario del generale Roberto Vannacci, autopubblicato in piena estate, caso editoriale e immediatamente anche mediatico e politico. Il titolo del libro, Il generale ha scritto anche cose giuste, non deve ingannare. È il sottotitolo, Le finte verità del senso comune, a svelarne l’intento di piccola guida utile per controargomentare le parole di Vannacci: militare sconosciuto ai più con esperienze in Afghanistan, Iraq e Siria, da poco nominato capo di Stato Maggiore del Comando delle Forze operative terrestri, oggi sotto inchiesta disciplinare e in licenza per motivi familiari.
Arcangeli propone un’analisi del testo dei principali argomenti trattati ne Il mondo al contrario. Che parli di omosessualità, etnia (per il generale razza), ecologia, emancipazione femminile o fa…
Un linguista contro un generale. Massimo Arcangeli, professore ordinario all’Università di Cagliari, confuta le argomentazioni fallaci e le contraddizioni contenute in uno dei libri più discussi dell’anno: Il mondo al contrario del generale Roberto Vannacci, autopubblicato in piena estate, caso editoriale e immediatamente anche mediatico e politico. Il titolo del libro, Il generale ha scritto anche cose giuste, non deve ingannare. È il sottotitolo, Le finte verità del senso comune, a svelarne l’intento di piccola guida utile per controargomentare le parole di Vannacci: militare sconosciuto ai più con esperienze in Afghanistan, Iraq e Siria, da poco nominato capo di Stato Maggiore del Comando delle Forze operative terrestri, oggi sotto inchiesta disciplinare e in licenza per motivi familiari.
Arcangeli propone un’analisi del testo dei principali argomenti trattati ne Il mondo al contrario. Che parli di omosessualità, etnia (per il generale razza), ecologia, emancipazione femminile o famiglia, in Vannacci sono continui i rimandi a un ordine sovvertito e a una presunta dittatura orchestrata da minoranze organizzate per turbare le vite normali di una maggioranza “che non trova il modo di far valere le proprie opinioni”. Il linguista esamina alcuni termini usati dal generale, come fluidità, buonsenso, anormalità, maggioranza silenziosa; cita tra gli altri Michael Foucault, Judith Butler, Zygmunt Bauman, Teresa De Laurentis; ricorre alla Costituzione e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; e a dati di istituti come l’Istat e l’Eurispes, dimostrando come le posizioni che per Vannacci sono in conflitto potrebbero in realtà coabitare senza problema.
È evidente quando il generale contrappone l’affetto smisurato che le persone riporrebbero negli animali domestici a quello provato per i membri anziani della famiglia, secondo lui in stato di abbandono. Parla di misera sorte e di squallide case di cura a cui sarebbero destinati, in contrasto allo spazio dato agli animali; senza considerare - come nota Arcangeli - che spesso sono proprio gli anziani a beneficiare maggiormente della loro compagnia in modo da ingannare la solitudine. Ma è evidente anche quando condanna la parola schwa, proposta dall’informatico Luca Boschetto nel 2015 cercando un modo per parlare a tutte le persone senza escludere nessuno, che Vannacci evidenzia come uno dei tentativi di castrare la lingua italiana.
Partendo da dichiarazioni come “l’odio è un sentimento che non può essere represso nell’aula di un tribunale”, sostenute dal generale, Arcangeli rivela la deriva militare del pensiero di Vannacci. Lo fa riproducendo in corsivo alcune parole come competizione, dittatura, determinazione, audacia. Ma lo fa anche individuando relazioni chiare con alcuni discorsi celebri che Mussolini pronunciò pubblicamente. La stessa declinazione biologica per la presunta anormalità della minoranza omosessuale posta a fondamento delle ragioni che giustificherebbero il pensiero di Vannacci, Arcangeli le ritrova nel razzismo - anch’esso biologico - del Duce che avrebbe poi portato, il 5 settembre 1938, all’avvio dei decreti regi conosciuti come leggi razziali. “Ha fatto anche cose buone”, si sente ancora dire in riferimento alle politiche del Duce. “Il generale ha scritto anche cose giuste”, scrive Arcangeli. Un gioco di parole per ribaltare una retorica ormai centenaria, un ammonimento, se ce n’è ancora bisogno (e tempo).
Il libro – Massimo Arcangeli, Il generale ha scritto anche cose giuste (Bollati Boringhieri, pagg. 128, euro 10)