Atene. Alla Plaka anche gli alberghi a due stelle hanno come vista l’Acropoli, un ristorante italiano propone le linguine alle vongole avvolte in un crema di limone, ci sono occhi portafortuna ovunque e la vita è ancora autentica, sostenibile. Siamo ad Atene per l’inaugurazione del Museo Maria Callas, desiderato da tutti quelli che hanno avuto a che fare con la soprano, finalmente realizzato nella sua patria, lei newyorchese di origine greca, greca fino in fondo, fino alla fine. Le sue ceneri, o presunte tali considerando un incidente di percorso pure dopo la cremazione, sono nell’Egeo per arrivare, almeno in questo modo, a Skorpios, dov’è sepolto Aristotele Onassis. Aristo, come lo chiamava lei, che le avrebbe fatto intraprendere la battaglia per il divorzio quando in Italia non c’era, dal 1959.
Su una parete del Museo li troviamo vicini: il marinaio greco allora più famoso del mondo e l’imprenditore veneto che è stato il primo e unico marito di Maria Callas, Giovanni Battista Meneghini. Nei ritratti scelti per questo angolo di un luogo venuto benissimo, da visitare, uno dei due è sorridente, guascone, ha il mondo in tasca; l’altro, con uno smoking da prime teatrali, ha una espressione perplessa.
La guida è la presidentessa del Museo, Liana Skourli. «Sono stata all’opera per la prima volta a otto anni, con Maria Callas. L’ho incontrata a ventitré anni, quando è venuta al Kennedy Center di Washington per cantare. Passai due giorni con lei come sua segretaria francese» spiega. «Ero a Parigi il weekend in cui è morta. E ho deciso di essere coinvolta nel museo, su richiesta del sindaco di Atene, per conservare la sua eredità. Ho donato al museo la mia collezione su di lei, che ho raccolto in una trentina di anni, da varie aste».
All’ingresso troviamo, a sinistra, un ricco bookshop e un caffè, aperto a tutte e a tutti con vetrine piene di Callas che attirano chiunque passi davanti a questa palazzina. Il percorso museale, su più piani, propone una esperienza immersiva, The Callas Experience, a partire da una dichiarazione del tenore Giuseppe Di Stefano, amico, compagno di scena, al centro pure lui del gossip che perseguitava la soprano. «Ascoltatela anche una sola volta e non la dimenticherete» è la citazione, in inglese, di Di Stefano.
E così, c’immergiamo, attraverso la voce di Callas, in uno scenario da bosco incantato, in tre delle sue performance stellari: Tosca, Norma, La Traviata. Sullo stesso piano la sua esperienza da docente alla Juilliard di New York, ma come si fa a trasmettere l’essere Maria Callas?
Tra le altre opere che spiccano, un busto di Paulina Cassimatis, donato dalla Maria Callas Greek Society. La didascalia dice, citando la soprano: «Avrei voluto essere Maria, ma c’è La Callas che chiede che io vada avanti con la sua dignità». E poi, spartiti, occhiali – che non metteva con piacere in pubblico –, lettere come quella ad Aristo per il suo ultimo compleanno in cui gli dichiara il suo grande amore eterno, le sue incisioni, i pochi video rimasti con le sue esibizioni, un ritratto anche di Pier Paolo Pasolini, l’amore che prescinde dai corpi e per questo non inferiore ad altri legami, e una vista spettacolare, mentre si brinda con il vino “La Divina”, davanti alle autorità di questa città e di questo Paese, sinonimo di cultura.
Il pezzo migliore, a suo modo una installazione nello stile di Marina Abramovi?, che infatti ha incarnato in scena Callas, sono i suoi capelli. Un famoso parrucchiere ha tenuto alcuni suoi capelli e se li è fatti autenticare da un esperto, che ha confermato che sono proprio i suoi: corti, sulle spalle, nel periodo Onassis, che la preferiva così e lei lo accontentava; lunghi e striati di grigio verso la fine, prima che morisse (quasi) sola a cinquantatré anni; conservati dopo un taglio per un party, per essere restituiti, come tutto ciò che la riguarda, alla storia.
Come dovrebbe essere ricordata Maria Callas, a cento anni dalla sua nascita? «Come la soprano che ha portato il teatro e il dramma nell’opera. Era felice solo quando il pubblico le dimostrava il suo grande amore e la sua vicinanza, con gli applausi e gli apprezzamenti. Era felice anche quando scoprì che il suo amato Aristo la amava. Era sempre molto insicura perché non aveva ricevuto vero amore da sua madre» dice Skourli. «La grande Maria Callas è morta infelice, ma il nostro amore e la nostra adorazione terranno il suo ricordo vivo per sempre e renderanno la sua eredità eterna. Vorrei ricordarla così: l’immortale Maria che ha sacrificato tutto per l’arte e per l’amore».