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Lo scandalo sul nostro mare che non vogliamo vedere. Il saggio di Nello Scavo

Migranti in un campo di accoglienza a Tajura nei pressi di Tripoli

 (afp)
Un’inchiesta ricca di informazioni e documenti sul dramma delle migrazioni e sulle torture nei campi profughi libici
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C’è una verità, e c’è un giornalista che la scrive da anni. Non un sospetto: una verità. Non un signor nessuno costretto a sbraitare dall’angolo di un parco: Nello Scavo, uno dei più esperti giornalisti di inchiesta di questo Paese, che scrive su Avvenire. E dunque? E dunque niente. Non succede niente. Non viene giù l’intera impalcatura di menzogne, neanche vacilla. Non ci sono dimissioni, scandali, inversioni di rotta.

Solo una cosa accade, che Nello Scavo finisce sotto scorta, perché la persona che bracca da anni col suo lavoro l’ha minacciato di morte. Il suo nome è Abd al-Rahman al-Milad, ma è noto soprattutto col suo nom de guerre: Bija. Quest’uomo, libico, militare, trafficante di uomini, «accusato dall’Onu di essere padrone della vita e della morte nei campi di prigionia in Libia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiyah, cit…

C’è una verità, e c’è un giornalista che la scrive da anni. Non un sospetto: una verità. Non un signor nessuno costretto a sbraitare dall’angolo di un parco: Nello Scavo, uno dei più esperti giornalisti di inchiesta di questo Paese, che scrive su Avvenire. E dunque? E dunque niente. Non succede niente. Non viene giù l’intera impalcatura di menzogne, neanche vacilla. Non ci sono dimissioni, scandali, inversioni di rotta.

Solo una cosa accade, che Nello Scavo finisce sotto scorta, perché la persona che bracca da anni col suo lavoro l’ha minacciato di morte. Il suo nome è Abd al-Rahman al-Milad, ma è noto soprattutto col suo nom de guerre: Bija. Quest’uomo, libico, militare, trafficante di uomini, «accusato dall’Onu di essere padrone della vita e della morte nei campi di prigionia in Libia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiyah, città nella Libia nord occidentale», quest’uomo l’11 maggio 2017 è stato ricevuto, al Cara di Mineo (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, finanziato dallo Stato) da una delegazione del ministero dell’Interno italiano. Perché quest’uomo, del cui curriculum si è detto, è stato ritenuto dal governo italiano l’affidabile interlocutore nella delicata faccenda della gestione dei flussi migratori, la persona alla quale ricorrere, alla quale soprattutto versare una enorme quantità di denaro perché risolvesse problemi. Nonostante il Times avesse diffuso un video nel quale un uomo ripreso di spalle ma con una menomazione alla mano identica alla sua picchiava un gruppo di migranti su un gommone, nonostante la giornalista italiana Nancy Porsia, avesse pubblicato un’inchiesta nel quale spiegava che Bija lavora sotto la protezione di al-Qasseb, alias Mohammed Kashlaf, che a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah esporta clandestinamente petrolio, nonostante le svariate indagini tra gli altri di Francesca Mannocchi e Sergio Scandura, lo avessero indicato come uomo chiave del traffico di esseri umani, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia, come racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.

Di lì a poco, nella primavera del 2018 parte la guerra contro le ong promossa dall’allora ministro dell’Interno Salvini (succeduto a Marco Minniti). Bija verrà promosso al grado di maggiore e le sanzioni Onu alla Libia verranno rinnovate ogni anno e mai eseguite. Mentre gli uomini le donne e i bambini che tenteranno di attraversare il Mediterraneo verranno come sempre messi in mare, catturati dalla cosiddetta Guardia costiera libica, imprigionati nei campi di detenzione, torturati e ricattati per poi essere messi di nuovo in mare. In un gioco dell’oca mostruoso, che siamo noi stessi, noi italiani, a finanziare. Di questa storia e di molto altro racconta Nello Scavo nel suo ultimo libro Le mani sulla Guardia costiera (Chiarelettere). Della spaventosa e irrazionale politica sulle migrazioni che stiamo mettendo in scena, anno dopo anno, governo dopo governo, senza ottenere nessun risultato, alimentando paranoie, lasciando morire in mare uomini, donne e bambini.

Il 20 luglio 2018, l’estate nella quale si delirava di pull factor (la teoria ampiamente smentita secondo la quale la presenza di navi di salvataggio in mare sarebbe un fattore di attrazione per le partenze dei barconi) e taxi del mare, Nello Scavo assiste alla cerimonia nella quale viene ricordata la fondazione della Guardia costiera italiana. Durante la quale il maresciallo Giovanni Pettorino ricorda le vicende di Salvatore Todaro, comandante siciliano che durante la seconda guerra mondiale salvò tutti i naufraghi della nave nemica da lui stesso affondata. All’ufficiale tedesco alleato che lo rimproverava, chiamandolo con scherno «Don Chisciotte del mare», Todaro rispose: «Noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà, e noi queste cose le facciamo». Vicenda questa che è stata raccontata da Sandro Veronesi e Edoardo De Angelis nel film Comandante, uscito questo autunno.

Ne Le mani sulla Guardia costiera Nello Scavo dettaglia e argomenta, correla di documenti, informazioni verificate fino all’ossessione, riscontri. Compito nostro è invece non lasciare soli i giornalisti come lui. Lo diceva il giudice Falcone - prima ti screditano, poi ti isolano e dopo ti uccidono - ed è quello che è successo a Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre 2017 mentre indagava sui traffici legati alle rotte dei migranti e ai respingimenti. Vicenda che si intreccia con l’inchiesta di Nello Scavo, i cui particolari però non vi rivelo. C’è una verità, c’è un libro che la racconta. Ci sono inchieste e sanzioni. Eppure non succede niente. «Il Mediterraneo è il palcoscenico della più vasta operazione di distrazione di massa mai conosciuta negli ultimi decenni.

Attingendo ai pregiudizi sullo straniero e manipolando le informazioni, nonostante le ripetute condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo e i reiterati appelli delle Nazioni unite, si è arrivati a istituzionalizzare la deportazione di massa, la tortura, l’eliminazione fisica di decine di migliaia di esseri umani. Non con il silenzio, ma con la complicità della politica e delle opinioni pubbliche. Come avrebbe detto Camus: “Davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo”».

Il libro – Le mani sulla Guardia costiera di Nello Scavo (Chiarelettere pagg. 176, euro 15)

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