Geo Poletti il cacciatore di quadri
di Lara CrinòGeo Poletti, Sala d’attesa, 1961
Chi era Geo Poletti? Un collezionista dall’occhio finissimo, capace di comprare tele fino a quel momento fuori dal radar della storia dell’arte, per poi dare loro la giusta attribuzione? Un pittore originale ed enigmatico, che non aveva studiato alla scuola d’arte ma si era avvicinato alla pittura frequentando un maestro come Mario Sironi? Un uomo mondano, con case in Svizzera, a Milano, sul lago di Como, o un artista riservato, che decise di non esporre in pubblico le sue tele?
A riaccendere i riflettori su una figura anomala dell’arte italiana del Dopoguerra, Ruggero Poletti da tutti detto Geo (1926-2012), è la mostra in corso fino al 3 marzo alla Pinacoteca Civica di Como, curata da Paolo Vanoli (con Serena Matarrese e Pietro Spadafora) che per la prima volta riunisce nello stesso luogo alcune eccellenze della sua collezione e le tele di sua mano, dando così conto della sua anima molteplice di raffinato connoisseur.
Chi era Geo Poletti? Un collezionista dall’occhio finissimo, capace di comprare tele fino a quel momento fuori dal radar della storia dell’arte, per poi dare loro la giusta attribuzione? Un pittore originale ed enigmatico, che non aveva studiato alla scuola d’arte ma si era avvicinato alla pittura frequentando un maestro come Mario Sironi? Un uomo mondano, con case in Svizzera, a Milano, sul lago di Como, o un artista riservato, che decise di non esporre in pubblico le sue tele?
A riaccendere i riflettori su una figura anomala dell’arte italiana del Dopoguerra, Ruggero Poletti da tutti detto Geo (1926-2012), è la mostra in corso fino al 3 marzo alla Pinacoteca Civica di Como, curata da Paolo Vanoli (con Serena Matarrese e Pietro Spadafora) che per la prima volta riunisce nello stesso luogo alcune eccellenze della sua collezione e le tele di sua mano, dando così conto della sua anima molteplice di raffinato connoisseur.
Geo Poletti, Olympia (circa 1975-1980)
Alla mostra si accompagna il catalogo (pubblicato da Dario Cimorelli editore) che pure segue questa traccia, raccogliendo oltre a testi curatoriali — firmati da Vanoli, Morandotti, Frangi — anche le testimonianze di chi lo conobbe e frequentò. Un lavoro importante, perché ricostruire la vicenda artistica di Poletti non è impresa facile: pur restando affidate alla famiglia molte delle opere che collezionò e praticamente tutti i quadri che dipinse, risulta complesso ricostruire cronologia e geografia degli acquisti e delle scoperte, delle vendite e delle donazioni; Poletti non tenne mai un archivio sistematico, lasciando che a guidarlo fossero — in tempi in cui il mercato dell’arte non era certo finanziarizzato come oggi — la sicurezza del gusto e l’arditezza nel puntare spesso sui “minori”, forte anche dell’amicizia con studiosi del calibro di Roberto Longhi e Francesco Arcangeli, e con intellettuali poliedrici come Giovanni Testori.
È la figlia Giovanna, che ha studiato come storica dell’arte, a raccontarne la parabola partendo proprio dalle frequentazioni e dalle fascinazioni, facendo intendere come per il padre la pittura sia stata la passione d’una vita: «Geo veniva da una famiglia di industriali tessili: suo papà si era trasferito in Brasile e lì aveva iniziato un’impresa. Geo ci rimase qualche anno, poi tornò in Italia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, sul lago di Como conobbe Mario Sironi che era ospite del Grand Hotel Villa Serbelloni. Non posso dire che Sironi gli abbia insegnato a dipingere ma certo ebbe molta influenza su di lui».
Nel primo Dopoguerra Geo si sposa con Giulia Fiocchi; anche lei dipinge. Insieme cominciano a frequentare le aste, in Italia e all’estero, in particolare a Londra. Geo conosce Roberto Longhi (uno dei suoi pochi dipinti a non essere rimasto agli eredi è conservato proprio dalla Fondazione Longhi), con cui condivide l’amore per i caravaggeschi, ed è amico di Giovanni Testori e di Francesco Arcangeli. Compra, vende, dipinge. «Mio padre non si fermava mai» racconta ancora la figlia «per lui l’arte era una passione fortissima. Spendeva tutto in quadri, ed era generoso. Ogni Natale regalava un quadro a noi figli, e ha fatto varie donazioni: tre opere alla Pinacoteca di Brera, una al Castello Sforzesco, una al Poldi Pezzoli; gli piaceva più regalare che vendere. Ma quando alla porta bussò il Getty di Los Angeles, chiedendo di comprare la sua Baccante con scimmia di ter Brugghen, cedette».
Geo Poletti, Ragazza (ritratto di Renata Cannella), 1965
Non catalogava, non scriveva se non qualche cartolina agli amici, preferiva “vivere” le opere che scovava e spesso attribuiva. «I quadri erano tutti appesi nelle case che abitava. Li appendeva senza cornice, le pareti erano tutte piene» rievoca Giovanna, che ricorda anche il rapporto speciale che legava il padre e la madre in questa vertigine collezionistica. Geo amava la pittura lombarda seicentesca e settecentesca, amava le nature morte; proprio al filone delle nature morte seicentesche, di cui possedette una raccolta tra le più importanti in Italia, sono state dedicate nel 2019 due mostre, una alla Galleria Corsini di Roma e una al Palazzo Reale di Milano. Per la mostra di Como, invece, i curatori hanno scelto un’altra strada. Sono partiti da un’opera, la Caduta degli angeli ribelli di Paolo Pagani, data in comodato dagli eredi Poletti alla Pinacoteca, per disseminare nel museo le opere della collezione di Geo che meglio dialogavano con la permanente comasca, facendo così della temporanea un’occasione per apprezzare i pittori amati da Geo: il Boccaccino, il Crespi, il Nuvolone, e un grande interprete come Paolo Pagani; di questo pittore tardo seicentesco che lavorò tra la Valsolda (di nuovo gli amati laghi lombardi di Geo…) e il Nord Europa, arrivando fino alla Polonia, scopriamo a Como un alfabeto pittorico, dall’Idolatria di Salomone alla Sacra Famiglia, carnale e umanissimo, fatto di rosa, bianchi spumosi, di rossi sanguigni. Se si cerca un filo che leghi ciò che amava e collezionava a ciò che Geo dipingeva, non è certo nell’imitazione che lo si trova.
Geo Poletti, Uomo, 1966
Come pittore era schivo, originale, attaccato al proprio mondo e alle proprie suggestioni. Ricorda ancora la figlia Giovanna che «dipingeva ogni giorno, chiudendosi in una stanza, fino alla vecchiaia». I suoi quadri erano alle pareti di casa, ma non espose in galleria che due sole volte, nel 1962 e nel 1967, al Milione di Gino Girinelli; i testi di presentazione furono affidati a Testori, nel ’62, e ad Arcangeli nel ‘67. Nelle sue tele «soffia un vento di inquietudine», scrive giustamente Giuseppe Frangi nel catalogo definendo Geo un “maestro involontario”, notando come alcuni lavori, ad esempio Incidente stradale (1958), precorrano nel tema la celebre serie di Warhol.
Guardando i suoi autoritratti, i nudi, le tele che dedicò all’amato mondo dello sport (i Pugili, il solitario Tennista, lo Stadio, tutti degli anni Sessanta), i ritratti di sconosciuti che rievocano il Brasile e quelli delle donne della cerchia familiare e amicale, la borghesia milanese, le signore dalla silhouette allungata, si ritrova di nuovo quella straordinaria capacità di guardare e assorbire che fece di Geo un collezionista.
Qualcosa ricorda le protagoniste dei film di Antonioni, o Bacon, o Hockney, che pure non frequentò. È un’aura, solo una suggestione. Del resto, lo spiegava lui stesso proprio nei Sessanta «un artista moderno, ai maestri dell’antico non domanda né soluzioni formali né aiuti diretti, ma l’esempio concreto di come si risolva in espressione un determinato modo di esistere e di vedere il mondo». Quello che all’arte, con lo stesso amore di Geo, possiamo chiedere tutti.
La mostra
Geo Poletti collezionista e pittore è il titolo della mostra, curata da Paolo Vanoli e in corso fino al 3 marzo alla Pinacoteca di Como, con una selezione delle opere della sua collezione e dei quadri dipinti da Geo Poletti. Il catalogo è edito da Dario Cimorelli editore