✕

Marino Sinibaldi: “E adesso la destra occupa pure i libri”

Marino Sinibaldi

 

Ascolta l'audio

Il giornalista è stato sostituito alla presidenza del Centro per la Lettura: “Stanno cancellando le professionalità. Tragica angustia culturale”
3 minuti di lettura

Era in motorino, quando è arrivata una telefonata. Marino Sinibaldi non si aspettava di essere fatto fuori dal Centro per il Libro e la Lettura. La sua presidenza triennale era scaduta lo scorso 8 gennaio, ma tutto faceva pensare a una riconferma del mandato. Il metodo poi dispiace: «Quella telefonata è arrivata senza nessun preavviso. In 24 ore mi hanno sostituito dimostrando un’intenzione famelica che non mi aspettavo». Una vita spesa per la cultura, venti anni bibliotecario, dodici anni direttore a Rai Radio Tre, coinvolto con lo spirito di un ragazzo ancora oggi nell’organizzazione culturale di festival come Libri Come e sperimentatore di linguaggi nuovi, tra cui i podcast. Curioso, sempre Un millimetro in là, come recita il titolo di un suo libro (Laterza, a cura di Giorgio Zanchini).

È evidente che non è una questione di curriculum.

«È un po’ vergognoso. Non è certo una faccenda di soldi, l’incarico è gratuito, ma stavamo lavorando bene quindi mi sorprende».

Possibile che nessun…

Era in motorino, quando è arrivata una telefonata. Marino Sinibaldi non si aspettava di essere fatto fuori dal Centro per il Libro e la Lettura. La sua presidenza triennale era scaduta lo scorso 8 gennaio, ma tutto faceva pensare a una riconferma del mandato. Il metodo poi dispiace: «Quella telefonata è arrivata senza nessun preavviso. In 24 ore mi hanno sostituito dimostrando un’intenzione famelica che non mi aspettavo». Una vita spesa per la cultura, venti anni bibliotecario, dodici anni direttore a Rai Radio Tre, coinvolto con lo spirito di un ragazzo ancora oggi nell’organizzazione culturale di festival come Libri Come e sperimentatore di linguaggi nuovi, tra cui i podcast. Curioso, sempre Un millimetro in là, come recita il titolo di un suo libro (Laterza, a cura di Giorgio Zanchini).

È evidente che non è una questione di curriculum.

«È un po’ vergognoso. Non è certo una faccenda di soldi, l’incarico è gratuito, ma stavamo lavorando bene quindi mi sorprende».

Possibile che nessuno le avesse sussurrato qualcosa?

«Mi sembrano pazzi. Per mesi non hanno nominato il direttore e quindi mi ero trovato a gestire tutto da solo, coprendo anche quel ruolo, poi andato a Luciano Lanna, con il quale ho un ottimo rapporto, ci tengo a dirlo».

E con il ministro Sangiuliano?

«Pure con lui. Così almeno credevo».

La Rai, i direttori dei musei, ora il Cepell. Non c’era da aspettarselo?

«Non parlerei però di lottizzazione ma di occupazione, una propensione famelica che non guarda al lavoro, alle competenze, alle biografie».

La sinistra non ha fatto lo stesso?

«Il precedente direttore del Centro per il Libro, Angelo Piero Cappello, nominato come me da Franceschini, era di destra. E poi, guardi, c’è sempre stata una misura anche nello spoil system e nelle lottizzazioni».

Chi l’ha chiamata per darle la notizia?

«Mi hanno telefonato dal Cepell. Stavo andando proprio lì, alla riunione settimanale. Mi hanno comunicato, sorpresi, che era arrivata la nomina del nuovo presidente. Ho fermato il motorino e sono tornato a casa».

Sarà sostituito da Adriano Monti Buzzetti Colella, lo conosce?

«Non conosco nessuno dei tre!». (ride, ndr)

Le dico qualcosa allora. Direttore della rivista “Dimensione cosmica”, amante dell’horror di Lovecraft, tra gli organizzatori della mostra su Tolkien.

«È dentro il loro mondo, un piccolo cerchio asfittico di persone con gusti molto simili che mettono a repentaglio il pluralismo, che è il concime della cultura. Il fatto che non vogliano lasciar spazio ad altre culture è preoccupante. Stanno cancellando professionalità ed eccellenze con l’unico disegno di non includere la diversità. Questa è una cosa che la sinistra non ha fatto ed è lo specchio di una evidente angustia culturale».

Lo hanno dichiarato, si tratta di conquistare l’egemonia culturale per troppo tempo appannaggio della sinistra.

«Senza capire che l’egemonia di Gramsci non significava occupare spazi con le persone, ma vincere con le idee, generare idee migliori degli altri. Contro i suoi compagni di partito, Gramsci diceva che la borghesia non vince perché ha denaro e armi ma perché ha idee».

C’è uno spirito di rivalsa?

«Una sorta di risentimento, una voglia di rivincita, una fame ingiustificata. Ma non stiamo parlando di underdog, nessuna di queste persone è vissuta prima in esilio, nessuna è stata a digiuno per anni. Sono interessati solo a politicizzare la cultura per reagire a un’egemonia culturale che non c’è più, se mai c’è stata».

Accusano la sinistra di elitismo, si sente un radical chic?

«Sono nato a Roma nel 1954 a Valle Aurelia, che allora era una borgata. Mio padre era tranviere. Quello che ho cercato di fare con il mio lavoro, in cinquant’anni di dedizione al mondo del libro, è abbattere la concezione aristocratica della cultura. Ho creduto, e credo, in una cultura democratica, né elitaria, né libresca. Mi piaceva che il Centro potesse contribuire con qualche finanziamento alla vita delle biblioteche o dei piccoli editori».

Il Cepell è un istituto autonomo del ministero della Cultura che ha il compito largo di promuovere la lettura e i libri. Quanti soldi gestisce?

«Non molti, circa 4 milioni di finanziamenti. Tra le attività ci sono i Patti per la lettura e il sostegno a festival e associazioni culturali. Un lavoro quotidiano per sostenere il libro diffuso che in questi tre anni, funestati dalla pandemia, mi sembra di aver curato al meglio. L’industria editoriale, anche grazie all’impegno del ministero, è sopravvissuta bene al virus. È verosimile che la destra voglia ora costruire una nuova rete di festival culturali “identitari” con una matrice politica forte».

Lascia in sospeso molti progetti?

«Stavo lavorando a un incontro europeo sulle politiche della lettura in occasione della Fiera di Francoforte del 2024, dove l’Italia sarà ospite d’onore. L’altro progetto riguardava il sostegno alle traduzioni dei libri italiani all’estero, che spero non si interrompa. La Buchmesse è una sfida per l’editoria e la cultura italiana, bisogna sorvegliare che non diventi la festa delle radici e della tradizione».

Teme un programma strapaesano?

«Il culto delle radici e la paura del nuovo non portano da nessuna parte. Se la destra sceglie questa via rinuncia ad accogliere altri mondi».

Venti anni fa moriva Norberto Bobbio che sulle differenze tra Destra e Sinistra aveva scritto un saggio. Esiste ancora uno scarto culturale di contenuti, al di là dell’occupazione dei posti di potere, o si riduce a sdoganare il fantastico e Tolkien?

«O a citare in continuazione Prezzolini come fa il ministro Sangiuliano. La cultura però non rispecchia mai il senso comune del proprio tempo, provoca semmai, si lascia attraversare dalle contraddizioni, non teme ciò che è diverso. Non può diventare una casa angusta, cavalcare le paure».

Il suo futuro?

«Intanto continuo a lavorare al festival Libri Come, che si terrà a Roma a marzo, e alla serie di podcast Timbuctu per il Post. Il prossimo riguarda proprio Acca Larentia. Quell’immagine della parata nera con saluto fascista mostra chiaramente che hanno vinto loro. Non perché governano ma perché nessuno capisce più la tragicità di quel gesto».

Leggi i commenti