Parigi
Modellato per la prima volta in gesso nel 1947, Il Naso, è diventato un tema ricorrente nell’opera di Alberto Giacometti, anche se meno noto di un suo altro filone di ispirazione come L’uomo che cammina.
L’occasione di indagare meglio quella che per l’artista fu una vera ossessione, inseguita fino a poco prima della sua morte — l’11 gennaio 1966 –, è la mostra Le Nez in corso all’Institut Giacometti, museo inaugurato nel 2018 nel quattordicesimo arrondissement. «È sorprendente che sia stato così poco studiato il rapporto di Giacometti al naso anatomico», nota il curatore Hugo Daniel partendo da questa scultura tanto iconica quanto enigmatica: una testa deformata appesa in una gabbia con un naso così lungo che spunta fuori dalle sbarre.
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Parigi
Modellato per la prima volta in gesso nel 1947, Il Naso, è diventato un tema ricorrente nell’opera di Alberto Giacometti, anche se meno noto di un suo altro filone di ispirazione come L’uomo che cammina.
L’occasione di indagare meglio quella che per l’artista fu una vera ossessione, inseguita fino a poco prima della sua morte — l’11 gennaio 1966 –, è la mostra Le Nez in corso all’Institut Giacometti, museo inaugurato nel 2018 nel quattordicesimo arrondissement. «È sorprendente che sia stato così poco studiato il rapporto di Giacometti al naso anatomico», nota il curatore Hugo Daniel partendo da questa scultura tanto iconica quanto enigmatica: una testa deformata appesa in una gabbia con un naso così lungo che spunta fuori dalle sbarre.
«Il naso di Giacometti si colloca tra l’osservazione della realtà e la visione di una realtà più complessa — racconta Daniel — diventando il legame tra diverse epoche e registri dell’artista». Creato la prima volta nel 1947, quando l’artista svizzero comincia a cimentarsi nelle figure umane, Il Naso è stato rielaborato nell’arco di quasi diciassette anni con dimensioni e materiali diversi, prima gesso, poi bronzo. A seconda dei momenti della creazione, rappresenta una figura grottesca che ricorda il popolare Pinocchio, una visione della morte, un tema ricorrente che, per l’artista prende forme spesso paradossali.
«Le Nez è un’opera mobile, non solo nella sua forma ma anche nell’elaborazione progressiva dall’artista», sottolinea il curatore. «Le continue rielaborazioni testimoniano l’importanza di quest’opera per l’artista, per il quale era in perpetuo movimento».
La mostra riunisce per la prima volta cinque versioni del Naso, tra cui tre modelli in gesso della Fondation Giacometti e del Centre Pompidou (1947-1949-1964), due bronzi (1964), di cui uno in prestito dalla Collezione Justin Sun. Il primo gesso del 1947, che fa parte della collezione della Giacometti Stiftung ed è in prestito al Kunstmuseum di Basilea, era troppo fragile per viaggiare, ed è quindi rappresentato virtualmente.
L’Institut Giacometti ha usato la tecnologia degli ologrammi nel suo percorso, in collaborazione con gli americani della piattaforma Proto. Grazie a una scansione 3D ad alta definizione, il visitatore ha una nuova prospettiva sull’opera, con inedite angolazioni e la rivelazione di nuovi dettagli. Prodotta contemporaneamente alla prima versione del Naso, è invece esposta in tutta la sua fisicità la Tête sur tige. Si ritrova l’identica espressività e nervosità nell’opera, la stessa vernice color ruggine, che avvolge una torsione per metà grottesca e per metà vertiginosa.
L’opera è la materializzazione di una visione della morte, descritta nel 1946 da Giacometti a proposito di Pieter van Meurs, bibliotecario olandese con cui aveva trascorso le vacanze in Italia. Quando Van Meurs muore improvvisamente, l’artista passa l’intera notte al suo capezzale, accompagnando la sua agonia. «L’ho visto cambiare la testa, il naso più pronunciato, le guance incavate» aveva confidato Giacometti. Altre due opere iconiche esprimono le riflessioni dell’artista sulla morte, la famosa Pointe à l’œil (1932) e Tête crâne (1934).
Il percorso ricostruisce le molteplici ispirazioni di Giacometti per la ricerca sul Naso, a cui il critico d’arte Jean Clair ha dedicato un saggio. «Impossibile non vedere anche l’influenza di figure carnevalesche della cultura popolare e di maschere tribali della Nuova Guinea» osserva il curatore.
Al piano inferiore dell’Institut Giacometti, un piccolo spazio presenta alcuni disegni inediti dell’artista, realizzati in gioventù, illustrando anche il rapporto con la caricatura, genere che ha influenzato il suo immaginario, come l’umorismo surrealista.
Una selezione di busti, in particolare del fratello Diego realizzati tra il 1955 e il 1956, segnalano il particolare contrasto che l’artista ha organizzato tra la visione frontale e di profilo, di cui Il Naso è la massima espressione.
Per Giacometti si tratta di un registro essenziale del volto umano. «Se guardo il viso, dimentico il profilo. Se guardo il profilo, dimentico il viso, tutto diventa discontinuo» diceva nel 1962. Il percorso espositivo invita anche quattro artisti contemporanei — Annette Messager, Rui Chafes, Hiroshi Sugimoto e Ange Leccia — per gettare nuova luce sulla creazione dello scultore. Chafes ha creato una maschera gigantesca intorno a una delle versioni in gesso, con un pungiglione acuto che richiama una carica erotica e violenta.
L’Institut Giacometti, presieduto da Catherine Grenier, è un centro di ricerca ma anche un piccolo museo con un’esposizione permanente dell’atelier dell’artista, conservato dalla vedova Annette Giacometti, con mobili, pareti dipinte ed alcune opere molto fragili in gesso e argilla, finora mai mostrate al pubblico. Il progetto della Fondazione è già di ingrandirsi: tra qualche anno il museo si trasferirà in un nuovo spazio agli Invalides.