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Va in scena Pop Up: perché Robinson ha scelto di farvi ridere

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All’Officina Pasolini di Roma l’esperimento di Repubblica su ironia, satira e comicità. Dalla pagina al palco
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Situazione: due uomini nello scompartimento di un treno, seduti uno di fronte all’altro. Il primo sta leggendo un libro, l’altro è perso nel suo smartphone. Si attendono sviluppi della trama. Direbbe Billy Wilder: se fossimo in Italia i due comincerebbero a parlare, se fossimo in America il treno salterebbe in aria. Ecco i due tipici sviluppi narrativi. Il secondo porta direttamente al thriller, il primo non lo esclude (L’altro uomo di Highsmith-Hitchcock o La morte paga doppio di James Cain) ma si apre ad altri orizzonti. Vediamone uno. Un terzo uomo entra nello scompartimento trascinando una valigia. Goffamente, con grande sforzo e creando non poco scompiglio riesce a sistemarla nella cappelliera. Nel farlo infastidisce gli altri due viaggiatori che sono costretti controvoglia a interrompere le rispettive occupazioni. Il terzo uomo, stravolto e accaldato, si toglie cappello, sciarpa e cappotto e dopo altre innumerevoli evoluzioni, contorsioni e sbandate rovinose addosso prima all’un…

Situazione: due uomini nello scompartimento di un treno, seduti uno di fronte all’altro. Il primo sta leggendo un libro, l’altro è perso nel suo smartphone. Si attendono sviluppi della trama. Direbbe Billy Wilder: se fossimo in Italia i due comincerebbero a parlare, se fossimo in America il treno salterebbe in aria. Ecco i due tipici sviluppi narrativi. Il secondo porta direttamente al thriller, il primo non lo esclude (L’altro uomo di Highsmith-Hitchcock o La morte paga doppio di James Cain) ma si apre ad altri orizzonti. Vediamone uno. Un terzo uomo entra nello scompartimento trascinando una valigia. Goffamente, con grande sforzo e creando non poco scompiglio riesce a sistemarla nella cappelliera. Nel farlo infastidisce gli altri due viaggiatori che sono costretti controvoglia a interrompere le rispettive occupazioni. Il terzo uomo, stravolto e accaldato, si toglie cappello, sciarpa e cappotto e dopo altre innumerevoli evoluzioni, contorsioni e sbandate rovinose addosso prima all’uno e poi all’altro passeggero a causa del movimento del treno, finalmente si accascia in poltrona. Prende fiato e attacca discorso.

Quale? Potrebbe dire, mostrando una fotografia estratta da una cartellina imbottita fino a scoppiare presumibilmente di immagini analoghe: «Le piace? È il ponte di Tancarville: 346.422 fiammiferi! Ci ho messo due anni esatti a farlo. Ma cominciamo dall’inizio: che cos’è un ponte sospeso? Apparentemente, la risposta è semplice: un ponte sospeso è…». Oppure, facendosi male mentre posa il bagaglio: «Ahi! Però poteva andare peggio con il morso di un sarchiapone. Voi sapete che cos’è un sarchiapone vero?».

Nella prima scena siamo alla Cena dei cretini, nella seconda nel classico sketch di Walter Chiari e Carlo Campanini, ma quel che conta è che il terzo elemento, l’elemento ignoto, ha introdotto la comicità. Il terzo elemento ha molti nomi, — il trickster, il matto, il jolly, lo zanni — e simboleggia l’irriducibile parte della psiche che ci distingue come esseri umani, più della saggezza e del buon senso che invece sono decisamente meglio distribuite in altre specie. È il trickster in noi a farci scoppiare in una risata nei momenti meno opportuni (cerimonie, colloqui di lavoro, esami universitari), a costringere gli spiriti che ci possiedono attraverso di lui a buttare all’aria carriere e amori pur di non rinunciare a una battuta, a sciogliere nell’acido del ridicolo e ridurre a macchietta gli adepti del conformismo e del potere. E a consolarci o riequilibrarci quando immancabilmente prendiamo noi stessi o la vita troppo sul serio.

Questa lunga premessa per ricordare che non esiste forma di vita né forma d’arte umana che possa dirsi tale se, per quanto seria, austera ed elevata, non ha risciacquato i panni nel fiume dell’ironia. A partire proprio dal classico autore da cui la metafora è liberamente tratta: che cosa sarebbero I promessi sposi senza scene come quella del pensoso Don Abbondio che si arrovella su chi diavolo fosse quel Carneade un attimo prima che il mondo gli crolli fantozzianamente addosso? Chi nell’espressione culturale vede solo oscuri abissi o asettici empirei senza coglierne il vero motore che la anima, l’ironia, continuerà a confondere tragedia e melodramma, serietà e seriosità, rigore e pedanteria. E difficilmente capirà una battuta di spirito (parola usata non a caso).

Da questa convinzione nasce l’ultimo esperimento di Robinson, il supplemento culturale di Repubblica: uno spettacolo dal vivo in cui l’ironia e la sua sorella anarchica, la comicità, conducano per una volta al ballo la principessa travestita da Cenerentola che è la cultura. Lo abbiamo chiamato Pop Up, sarà in scena domani sera a Roma al Teatro dell’Officina Pasolini, che ha collaborato con Repubblica per la sua realizzazione. Si alterneranno sul palco comici, musicisti, scrittori, psichiatri, editori, fotografi. In comune hanno una spiccata eccentricità e condividono con noi l’idea che la cultura ha tanti linguaggi quanti sono i canali attraverso cui si diffonde ma tutti nel fondo interpretano l’assurdità del mondo alla cui fine, non a caso, la serata è dedicata. Come ha scritto citando Flaiano su queste pagine Saverio Raimondo, il conduttore dell’happening di Robinson, la fine del mondo sarà pure grave, ma non seria. E di certo il mondo, come diceva Shakespeare (a proposito di tragedia risciacquata nella commedia) non è altro che un grande palcoscenico.

Saverio Raimondo

 (fotogramma)

Poscritto. 1) Tutta l’opera di Kafka è più logica se considerata comica, a partire dal povero Gregor Samsa divenuto scarafaggio. 2) Aveva ragione Borges a dire che la storia della filosofia è solo un grande e goffo tentativo di trovare il vero che inconsapevolmente produce letteratura, mentre è nella letteratura che inavvertitamente si trovano sprazzi di verità. 3) Chi non ha letto Mark Twain o peggio, chi lo ha letto senza ridere, è un caso disperato. 4) Leggete Jerome K. Jerome, leggetelo tutto. Anche P.D. Woodhouse, certo, ma soprattutto J.K.J: è un antidoto a ogni futura letteratura che vorrà presentarsi come seria. 5) Graham Greene, il tormentato cattolico Graham Greene, non si comprende senza il suo trickster agente all’Avana, così simile all’inadeguato agente segreto del tenebroso Conrad. 6) L’uso poco ortodosso dei paperi e la particolare caratteristica anatomica dei genitali degli abitanti della Lorena fanno di Gargantua e Pantagruel un capolavoro completo come completa era la psiche del francescano Rabelais.

7) L’ironia è socratica, quindi platonica, la sua mancanza è aristotelica: scegliete con chi è meglio schierarsi. 8) Schopenhauer era un pessimista irriducibile: è lo stesso autore che firma i suoi aforismi? 9) Nessuno dubita della grandezza di Tristram Shandy, ma auguri se cercherete di capirlo da un punto di vista che non sia o cosmico o comico che è lo stesso, diciamo cosmicomico.

10) A proposito, un frammento di un testo gnostico del III secolo, il Papiro di Leida, dice: «Non appena Dio scoppiò a ridere, apparve la luce. Rise di nuovo e fu acqua dappertutto. Alla terza risata apparve Ermes, alla quarta la generazione, alla quinta il destino, alla sesta il tempo. Poi, prima di scoppiare a ridere per la settima volta, Dio inspirò profondamente. Ma aveva riso talmente tanto che pianse: e dalle sue lacrime nacque l’anima».

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