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Ivano Dionigi. Perché bisogna tornare a scuola

Raffaello, La Scuola di Atene, particolare

 

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Vi proponiamo la lectio magistralis che l’autore terrà oggi alla Camera e che auspica una nuova centralità culturale dell’istituzione didattica
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Tre voci andrebbero scolpite all’ingresso delle nostre scuole, università e istituzioni formative: interrogare, intelligere, invenire.

Compito della scuola è abitare le domande, nella consapevolezza che l’ars interrogandi è più importante e decisiva dell’ars respondendi. Il domandare non è forse «la pietà del pensiero» (Heidegger)? Dove sono finiti i perché interrogativi? Siamo sempre più circuìti e assediati da improvvisati e interessati venditori di perché causali.

La scuola è il luogo naturale dove non solo conoscere l’origine, la storia e il futuro dei diversi saperi ma anche orientarci sulle domande penultime e ultime: il nostro posto nel mondo, il nostro disegno di vita, il nostro rapporto con la comunità, la nostra identità personale. Dove un giovane possa…

Tre voci andrebbero scolpite all’ingresso delle nostre scuole, università e istituzioni formative: interrogare, intelligere, invenire.

Compito della scuola è abitare le domande, nella consapevolezza che l’ars interrogandi è più importante e decisiva dell’ars respondendi. Il domandare non è forse «la pietà del pensiero» (Heidegger)? Dove sono finiti i perché interrogativi? Siamo sempre più circuìti e assediati da improvvisati e interessati venditori di perché causali.

La scuola è il luogo naturale dove non solo conoscere l’origine, la storia e il futuro dei diversi saperi ma anche orientarci sulle domande penultime e ultime: il nostro posto nel mondo, il nostro disegno di vita, il nostro rapporto con la comunità, la nostra identità personale. Dove un giovane possa rispondere alla domanda, che Socrate pose un giorno a Gorgia e che Agostino poneva quotidianamente a se stesso, «Tu chi sei? (Tu quis es?)»; e chiedersi «dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? dov’è la sapienza che abbiamo perduto nella conoscenza? dov’è la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione? (T. S. Eliot)».

Quanto alla seconda voce, già Spinoza ammoniva che di fronte alle vicende umane «non c’è né da ridere né piangere né da imprecare, ma da capire»: intelligere, vale a dire cogliere (legere) “il dentro” (intus) e “la relazione” (inter) delle cose; recuperare la profondità, la verticalità, la metamorfosi della dimensione del tempo, oggi messo all’angolo e mortificato dalla grande rete dello spazio, che privilegia la linearità, la superficie, l’orizzontalità. Abbiamo bisogno di fare pace col tempo e di risarcire i giovani, ai quali abbiamo staccato la spina della storia confinandoli in un eterno presente. Non è tollerabile essere giganti e planetari nel web e nello spazio, nani e provinciali nel tempo. Di qui la necessità e l’urgenza di ricondurre i saperi specialistici e iperspecialistici alla visione dell’insieme, all’arte della sintesi, alla scienza dell’intero: chi non mette in relazione le parti e i frammenti col tutto dice mezze verità, e quindi menzogne. Abbiamo bisogno dello sguardo sinottico della filosofia (philósophos synoptikós), materia emarginata, al pari della storia, nel piano degli studi ma più utile e più concreta dell’ingegneria gestionale e della tecnica delle costruzioni, perché parla di noi e a noi. Del resto, il titolo di PhD non significa philosophiae doctor, “esperto di filosofia”?

Da ultimo, invenire, “scoprire”, nel duplice significato di “inventare il novum”, il mai visto, il mai udito, il mai sperimentato verso cui orientarci; ma anche di “ritrovare il notum”, la storia, il passato, la memoria che abbiamo rimosso.

Fin troppo evidenti appaiono la cesura e la censura del notum a fronte della prevalenza e dell’invadenza del novum delle tecnologie digitali che plasmano la nostra vita e celebrano quotidianamente i loro trionfi in una sorta di perenne spedizione argonautica.

Paese paradossale e squilibrato il nostro. Fino agli Anni Sessanta tutto proiettato verso la cultura umanistica, con conseguente e vistoso deficit di cultura scientifica e tecnologica: dimentico dell’art. 9 della Costituzione. Ora, in febbrile adorazione del monoteismo tecnologico, rimuove gli studi umanistici, in particolare classici, ritenendoli conservatori e inutili. Perdura, in tal modo, a giudizi invertiti, la sciagurata e anacronistica frattura tra le cosiddette “due culture”.

A chi, se non alla scuola, affidare il compito severo e nobile di queste sfide? Quale altra istituzione può oggi assicurare una tale polizza culturale e civile?

Scuola deriva da scholé, parola greca che indica il tempo che il cittadino riservava alla propria formazione (paidéia): non frammentata né monoculturale, che vorrebbe ridurre e confinare a disciplina specifica la stessa educazione sentimentale, bensì integrale e completa, modellata sul cerchio (enkýklios), la forma geometrica perfetta. E la lingua non mente.

La scuola non stampa moneta, non crea lavoro, non garantisce felicità, ma si pone come il luogo legittimato a formare cittadini digitali consapevoli come in passato ha educato i cittadini agricoli, i cittadini industriali, i cittadini elettronici. A sfidare l’hic et nunc del linguaggio scientifico e tecnologico con l’ubique et semper del linguaggio umanistico, nella consapevolezza che il linguaggio umanistico è il software che muove, governa e anima l’hardware delle scienze dure. A configurare «un muratore che sa di latino», secondo la definizione dell’architetto formulata da Adolf Loos, «l’ingegnere rinascimentale» secondo la definizione dell’intellettuale cara a Steve Jobs: colui che sa «unire i puntini guardando avanti e indietro». A tendere il filo che lega il destino dei viventi alla memoria dei trapassati e al progetto per i nascituri, nella consapevolezza che il presente non basta. A iscrivere le nuove domande nell’orizzonte dei fini, del tempo, dei giorni a venire, oltre le categorie povere e impoverenti dei mezzi, dello spazio, del presente. A rendere consapevoli che la crisi è economica perché è politica ed è politica perché è culturale e morale. A creare parole nuove per nominare questo presente inaudito, perché «tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle» (Qoelet 1, 8). A imparare — come i cittadini della Repubblica di Platone — che insieme si gioisce e insieme si soffre, perché felicità e dolore sono esperienze comunitarie e non private. A stipulare — oltre quella culturale tra i diversi linguaggi del sapere — l’alleanza generazionale tra adulti e giovani, docenti e discenti, padri e figli.

Davvero una grande occasione, perché assieme all’università, la scuola è fra i pochi luoghi, se non l’unico in cui «le persone si incontrano ancora a faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali» (Umberto Eco). Noi alla loro età — col futuro assicurato e col vento alle spalle — i fratelli maggiori, i padri, i maestri li abbiamo contestati e rimossi con un antagonismo non privo di durezze, deviazioni, fallimenti di cui abbiamo a lungo portato addosso le ustioni; loro — col futuro incerto e col vento in faccia — li cercano e spesso non li trovano. Se non avvertiamo questa loro chiamata, li condanniamo a una lenta, silenziosa, irreversibile secessione.

Ivano Dionigi, professore emerito dell’Alma Mater Studiorum — Università di Bologna, di cui è stato Magnifico Rettore, sarà protagonista della lectio magistralis in occasione della presentazione dell’annuale rapporto di Italiadecide che si svolge oggi, dalle ore 11, a Palazzo Montecitorio alla presenza di Sergio Mattarella

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