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I legami pericolosi tra sovranità e dittatura

Mussolini e Hitler a Venezia nel 1934

 

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Torna una delle opere meno conosciute di Carl Schmitt. Autore controverso che però ci aiuta a capire i rischi che corriamo ancora oggi
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I testi di Carl Schmitt destano allo stesso tempo ammirazione e diffidenza. Non si può non apprezzare il suo straordinario talento, la capacità di passare dalle più erudite sottigliezze giuridiche al respiro dei grandi scenari metafisici. Ma non si può evitare, dietro i suoi acutissimi teoremi, di scorgere un elemento strumentale, ben celato agli altri e magari perfino a se stesso. Un’ambivalenza sempre più marcata che lo avrebbe portato, nei primi anni Trenta, a legittimare le peggiori pratiche liberticide della Germania nazista.

Già più di un decennio prima era possibile cogliere questa doppia anima nei suoi primi saggi, dal Romanticismo politico alla Teologia politica, a La dittatura. Quest’ultimo libro è adesso ripubblicato da il Mulino, a cura e con l’introduzione di Carlo Galli, il maggiore interprete contemporaneo di Schmitt. Come egli stesso ricorda, quel testo è stato inizialmente confinato nella letteratura reazionaria prefascista, in base all’assimilazione della dittatura…

I testi di Carl Schmitt destano allo stesso tempo ammirazione e diffidenza. Non si può non apprezzare il suo straordinario talento, la capacità di passare dalle più erudite sottigliezze giuridiche al respiro dei grandi scenari metafisici. Ma non si può evitare, dietro i suoi acutissimi teoremi, di scorgere un elemento strumentale, ben celato agli altri e magari perfino a se stesso. Un’ambivalenza sempre più marcata che lo avrebbe portato, nei primi anni Trenta, a legittimare le peggiori pratiche liberticide della Germania nazista.

Già più di un decennio prima era possibile cogliere questa doppia anima nei suoi primi saggi, dal Romanticismo politico alla Teologia politica, a La dittatura. Quest’ultimo libro è adesso ripubblicato da il Mulino, a cura e con l’introduzione di Carlo Galli, il maggiore interprete contemporaneo di Schmitt. Come egli stesso ricorda, quel testo è stato inizialmente confinato nella letteratura reazionaria prefascista, in base all’assimilazione della dittatura al totalitarismo e alla sua opposizione alla democrazia. Ma si tratta di una duplice semplificazione. Intanto la dittatura è un istituto classico con una lunga storia, risalente al mondo romano antico. E poi, anche nella sua formulazione moderna, più che alla democrazia, si oppone al liberalismo.

Ma andiamo con ordine. Intanto l’intenzione di Schmitt non è quella di confrontare in astratto vari tipi di regime. Come spesso gli accade, il concetto di dittatura è piuttosto una chiave d’ingresso per penetrare nel dispositivo della sovranità statale, evidenziandone le contraddizioni interne. Già qui traspare la sua spettacolare attitudine a rovesciare le carte della tradizione giuridico-politica: come in politica è il nemico a definire l’amico, così nel diritto è l’eccezione a spiegare la norma e non viceversa. L’ordinamento giuridico degli Stati, piuttosto che su una solida tavola di leggi, poggia su un vuoto normativo che coincide con lo strappo della decisione sovrana. Come Schmitt scriverà nel suo aforisma di maggiore impatto, sovrano è chi decide nello stato di eccezione.

A sistemare queste tesi in quadro compiuto arriverà negli anni successivi. Ma il triennio di ferro 1917-1920 gioca un ruolo centrale nella sua formazione. Alla caduta del secondo Reich, con i disordini e le repressioni in Germania, risponde l’esperienza travolgente della rivoluzione russa. L’assetto politico europeo, che per qualche decennio era parso stabile, improvvisamente viene investito da terribili onde d’urto che richiedono un cambio di passo nell’analisi.

La vorticosa successione di scosse che si succedono nel giro di pochi anni espongono lo Stato a minacce mortali che l’individualismo liberale e il formalismo giuridico non appaiono in grado di fronteggiare. Diviso tra interessi contrapposti e minato da contraddizioni profonde, lo Stato di diritto appare preda di un doppio rischio: da un lato una sorta di entropia che lo svuota di energia politica; dall’altro l’attacco del bolscevismo rivoluzionario. La risposta non può passare, secondo Schmitt, per un rafforzamento degli istituti parlamentari. E neanche per la difesa strenua dell’ordine legale. Bisogna adottare una strumentazione altrettanto radicale di quella rivoluzionaria, pur se di segno opposto.

Da qui la messa in campo di categorie estremistiche come decisione, eccezione, inimicizia in grado di riportare la teoria del “politico” al livello dello scontro in atto, tali da rovesciare l’energia rivoluzionaria contro se stessa.

Di questo campionario la categoria di dittatura costituisce un elemento portante. Essa è distinta da Schmitt in due tipologie diverse e articolate fra loro: dittatura commissaria e dittatura sovrana. La prima, di derivazione romana, presuppone un potere già costituito, da difendere con modalità straordinarie ma limitate nel tempo. La seconda, nata nella stagione della rivoluzione francese, espressione di un potere costituente volto a dissolvere il vecchio ordinamento a favore di uno nuovo. Mentre il primo modello, riproposto da Jean Bodin, è adottato nella prima modernità, il secondo tipo di dittatura trova la propria stagione tra fine Settecento e inizi Novecento. Nella ricostruzione di questa genealogia, lungo l’intera tradizione filosofico-giuridica, Schmitt offre il meglio di sé – intuito, originalità, competenza. Autori e concetti sono ritagliati con maestria.

Ma ciò che colpisce è la tendenza, cui si alludeva all’inizio, a funzionalizzare anche i classici alla propria prospettiva. Così, ad esempio, la volontà generale di Rousseau, ancora venata di elementi illuministici, viene trasformata nel potere illimitato di un popolo identificato col proprio destino, anche a costo di travolgere i diritti individuali. Certo, l’autore non si spinge oltre. Ma tra giacobinismo e bolscevismo non è difficile intravedere i tratti del nuovo ospite che, prima in Italia e poi in Germania, sta per invadere la scena.

Il libro – La dittatura di Carl Schmitt (il Mulino, a cura e con introd. di Carlo Galli, trad. B. Liverani e G. Zanotti, pagg. 336, euro 29)

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