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Toshikazu Kawaguchi: “Il mio caffè made in Japan”

Lo scrittore Toshikazu Kawaguchi a Roma 
Abbiamo incontrato lo scrittore in Italia per presentare il suo nuovo libro, quinto capitolo di una serie di grande successo. E qui racconta la sua ammirazione per Miyazaki e Murakami
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«Da quando ho memoria la mia vita è sempre stata accompagnata dalle opere di Miyazaki e il suo disegno mi segue tuttora». Proprio nei giorni in cui l’ultimo film del grande maestro giapponese Hayao Miyazaki Il ragazzo e l’airone vola in vetta alla classifica dei più visti — ultima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto ci piace tutto ciò che viene da Oriente — lo scrittore Toshikazu Kawaguchi è in Italia per presentare il suo nuovo libro, Quando il caffè è pronto, quinto capitolo dell’amata “serie del caffè”, oltre un milione di copie vendute nel nostro Paese, acclamato dai lettori durante affollatissimi firmacopie.

Lo scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi: in Italia ha venduto oltre un milione di copie con la sua serie iniziata nel 2020 con "Finché il caffè è caldo" 

Noi lo abbiamo incontrato in una trattoria romana, davanti a una tazza di caffè — «espresso» è forse l’unica pa…

«Da quando ho memoria la mia vita è sempre stata accompagnata dalle opere di Miyazaki e il suo disegno mi segue tuttora». Proprio nei giorni in cui l’ultimo film del grande maestro giapponese Hayao Miyazaki Il ragazzo e l’airone vola in vetta alla classifica dei più visti — ultima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto ci piace tutto ciò che viene da Oriente — lo scrittore Toshikazu Kawaguchi è in Italia per presentare il suo nuovo libro, Quando il caffè è pronto, quinto capitolo dell’amata “serie del caffè”, oltre un milione di copie vendute nel nostro Paese, acclamato dai lettori durante affollatissimi firmacopie.

Lo scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi: in Italia ha venduto oltre un milione di copie con la sua serie iniziata nel 2020 con "Finché il caffè è caldo" 

Noi lo abbiamo incontrato in una trattoria romana, davanti a una tazza di caffè — «espresso» è forse l’unica parola di italiano che conosce, sicuramente la sola che ha pronunciato in una lingua diversa dalla sua durante tutto l’incontro — per parlare proprio di questa nuova “invasione giapponese”, al cinema e in libreria. Del resto non c’è solo Miyazaki, anche Wim Wenders in Perfect Days rende omaggio al Giappone con un’ode alle piccole cose che ha conquistato il pubblico italiano.

Sorriso contagioso, occhi vispi che chiude spesso mentre parla quasi a dare maggiore solennità a ciò che dice, Kawaguchi ci accoglie con un inchino. «Non ho ancora visto Perfect Days», confessa, «ma guardando Il ragazzo e l’airone — e mentre lo dice serra subito gli occhi per ricordare meglio — ho avuto la sensazione di assistere a un concentrato del mondo e della poetica di Miyazaki. Ho percepito tutte le difficoltà, le sofferenze che ha affrontato nella vita, non so se per il pubblico italiano sia stato lo stesso».

Toshikazu Kawaguchi con il nostro "Robinson" quando lo abbiamo incontrato a Roma 

Tra i tanti apprezzamenti che i suoi libri hanno ricevuto, è stato detto che la magia delle sue storie sembra quasi uscita da un film di Miyazaki.

«Oh… se così fosse ne sarei davvero onorato, forse io non me ne rendo conto, ma immagino sia possibile perché di Miyazaki credo di aver visto tutto!».

E come i film di Miyazaki anche ogni libro che lei scrive vola in classifica: ma cosa ancora trovano i lettori, dopo cinque libri, nelle storie che ruotano intorno al suo magico caffè?

«Probabilmente sono storie vicine a noi che suscitano empatia, sono semplici da capire. Quando scrivo cerco sempre di parlare di qualcosa che possa essere compreso anche tra 30 anni o lo sarebbe stato 30 anni fa, per me è molto importante trattare temi universali. Per questo le mie storie appassionano lettori di paesi diversi e di diverse generazioni».

In Italia è appena arrivato il quinto libro della serie che ci riporta nella caffetteria di Tokyo dove si viaggia nel tempo per sistemare qualcosa che non è andata come avremmo voluto. Sta già scrivendo il prossimo?

«Sì (sorride immediatamente sotto i baffetti), il sesto! E ho intenzione di andare avanti con le mie storie finché ci saranno lettori che le chiedono, però per allargare il campo come romanziere potrei cambiare tema, scrivere qualcosa di completamente diverso. Ecco (ci pensa un attimo su), questo potrebbe accadere presto».

Fare pace con il passato, accettare il presente per vivere meglio il futuro: è il messaggio racchiuso nelle sue storie, legato anche alla sua esperienza a partire dalla perdita di suo padre quando era bambino. Perché desidera comunicare questo ai lettori?

«Penso spesso al significato della nostra vita, perché siamo nati. E più ci penso più desidero che le persone siano felici: per questo, anche quando accadono cose tristi, se riusciamo ad accettarle possiamo vivere meglio il futuro. Questo è quello di cui mi piace parlare».

A cominciare da Haruki Murakami e Banana Yoshimoto, due autori amatissimi in Italia, la magia delle storie sospese tra quotidiano e straordinario ha sempre trovato grande seguito. Anche nei suoi libri vi è qualcosa di simile?

«Oh… entrambi sono per me leggende viventi, due semidei lassù nel cielo (e guarda in alto mentre lo dice) e non potrei mai accostarmi a loro. Ricordo che durante un momento di blocco nella scrittura, ero in difficoltà nel descrivere alcuni sentimenti, mi consigliarono proprio di leggere Murakami. Quanto rimasi meravigliato nel vedere come per descrivere per esempio una persona che prova rabbia, là dove io uso tre espressioni, mettiamo “batte i piedi per terra”, “gonfia le guance” o “diventa rossa”, Murakami sensei (maestro in giapponese, ndr) ne usa venti diverse! È un’altra dimensione!».

Negli ultimi anni è arrivato dal Giappone un filone narrativo che prende il cibo e ciò che vi ruota intorno come pretesto per parlare d’altro. Lo hanno fatto scrittori come Ito Ogawa con “La locanda degli amori diversi”, Hitonari Tsuji in “Uova” e anche la più giovane Takase Junko. Cosa pensa di questo uso del cibo nei romanzi giapponesi?

«Quando ho scritto il mio primo libro non mi ero reso conto di parlare di qualcosa legato al cibo, ma il mangiare è una cosa essenziale per vivere per gli esseri umani, perciò le storie legate al cibo sono facili da accettare. Prendiamo il caffè: molte persone ne immaginano il sapore, conosciamo bene la sensazione che si prova mentre viene bevuto. Quando si parla di cibo si crea una condivisione di sensazioni, di sapori, c’è empatia. I romanzi vanno immaginati, le frasi scritte diventano immagini, ma quando si parla di cibo vengono evocati più sensi. E il caffè diventa una porta attraverso la quale è più facile entrare nella storia».

Ma perché ha messo tutte quelle regole da rispettare così irritanti per tornare indietro nel tempo? Soprattutto perché per farlo, in un paese come il Giappone dove di solito si beve tè, nel suo “mondo” bisogna invece bere un caffè?

«(Al solo sentir nominare le famose regole sorride) Per me è molto importante il titolo di una storia e “Finché il caffè è caldo” segue la forma di un haiku, 5 sillabe seguite da altre 7. Questo è molto orecchiabile per noi giapponesi, anche gli altri titoli rispettano la stessa sequenza e se ci fosse stato “tè verde” al posto di “caffè” non sarebbe stato lo stesso. E poi non avrebbe avuto tanto successo in Italia (e adesso ride di gusto)! Scherzi a parte, io stesso sono un gran bevitore di caffè, americano ma pur sempre caffè. Dunque, scelto il titolo ho pensato a quali storie interessanti potessero accadere nel breve lasso di tempo in cui il caffè si raffredda, di lì ho immaginato delle regole — lo ammetto un po’ irritanti — per tornare nel passato. Il mondo è pieno di romanzi in cui si va indietro nel tempo e si può cambiare quel che è accaduto, io ho voluto fare il contrario. Il passato non si cambia, ma puoi sempre trovare un modo per accettarlo meglio».

Il libro
Quando il caffè è pronto
di Toshikazu Kawaguchi (Garzanti, traduzione di Daniela Guarino, pagg. 192, euro 16)

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