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I social network uccidono il racconto

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Le storie online non creano vicinanza, né empatia. Isolano gli esseri umani e svaniscono dopo essere state notate. Ecco la nuova riflessione del grande filosofo coreano
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Fino a quando i racconti sono stati il nostro punto di ancoraggio all’essere, ci hanno assegnato un luogo e grazie a essi il nostro essere-nel-mondo è stato un essere-a-casa, fino a quando hanno dato un senso, un sostegno e un orientamento alla vita, il che significa finché il vivere stesso era un narrare, non si parlava affatto né di storytelling né di narrazioni.

L’uso di tali concetti si è inflazionato proprio quando le narrazioni hanno perso la loro forza originaria, gravitazionale, il loro segreto e la loro magia.

Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come un qualcosa che può essere costruito seguendo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno. Le narrazioni sono percepite come contingenti, sostituibili a piacimento e modificabili. Ciò che ci vincola fiduciosamente e ciò che ci lega non proviene più da esse. Non ci ancorano più all’essere. Nonostante l’hype riscosso oggigiorno dai modelli narrativi, viviamo un’epoca post-narrativa.

Parlare…

Fino a quando i racconti sono stati il nostro punto di ancoraggio all’essere, ci hanno assegnato un luogo e grazie a essi il nostro essere-nel-mondo è stato un essere-a-casa, fino a quando hanno dato un senso, un sostegno e un orientamento alla vita, il che significa finché il vivere stesso era un narrare, non si parlava affatto né di storytelling né di narrazioni.

L’uso di tali concetti si è inflazionato proprio quando le narrazioni hanno perso la loro forza originaria, gravitazionale, il loro segreto e la loro magia.

Nel momento in cui le narrazioni vengono viste come un qualcosa che può essere costruito seguendo delle regole di composizione, viene meno il loro momento di verità interno. Le narrazioni sono percepite come contingenti, sostituibili a piacimento e modificabili. Ciò che ci vincola fiduciosamente e ciò che ci lega non proviene più da esse. Non ci ancorano più all’essere. Nonostante l’hype riscosso oggigiorno dai modelli narrativi, viviamo un’epoca post-narrativa.

Parlare di «coscienza narrativa» e, ancora, dire che essa potrebbe essere scaturita da un’ipotetica costituzione narrativa del cervello umano, è possibile solo in un’epoca post-narrativa, cioè al di fuori dell’incantesimo narrativo. I modelli narrativi populisti, nazionalisti, di estrema destra o tribali, inclusi i modelli narrativi complottistici fanno presa proprio perché si presentano come offerte a buon mercato di senso e identità. Tuttavia, in quest’epoca post-narrativa segnata da una crescente esperienza della contingenza, i modelli narrativi non sviluppano alcun potere di coesione. I racconti rendono possibile l’emergere di una comunità. Lo storytelling, di contro, dà forma solo a una community, che è la versione mercificata della comunità. La community è composta da consumatori.

Nessuno storytelling sarebbe in grado di accendere nuovamente quel fuoco attorno al quale gli esseri umani si raccolgono per raccontarsi l’un l’altro delle storie. Il fuoco si è spento da tempo. Esso è stato sostituito dagli schermi digitali, che isolano gli esseri umani facendone dei consumatori. I consumatori sono solitari. Non danno forma ad alcuna comunità. Le stesse storie condivise sulle piattaforme social non sono in grado di rimuovere il vuoto narrativo. Esse non sono nient’altro che una pornografica esibizione o promozione di sé stessi. Postare, mettere like e condividere, proprio perché sono pratiche consumistiche, non fanno altro che intensificare la crisi dell’esperienza narrativa.

Grazie allo storytelling il capitalismo si appropria della prassi narrativa e la sottomette alle regole del consumo. Lo storytelling produce racconti che hanno la forma di oggetti di consumo. Con il supporto dello storytelling i prodotti si caricano emotivamente, così da promettere esperienze uniche.

E cosí ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie.

Narrare e restare in ascolto si co-appartengono. La comunità narrativa è una comunità che resta in ascolto. Nel restare in ascolto abita una peculiare forma di attenzione. Colui che resta in ascolto dimentica sé stesso, sprofonda in ciò che ascolta. Il dono del restare in ascolto ci sta sempre più abbandonando.

Noi produciamo noi stessi, ci spiamo a vicenda anziché, dimenticando noi stessi, donarci ascolto e restare in ascolto l’uno dell’altro.

Nel fruscio digitale di Internet non c’è più alcun nido per l’uccello incantato. I cacciatori di informazioni lo hanno scacciato via. Nell’odierna iperattività, nella quale vige la regola di non lasciare alcuno spazio perché la noia possa emergerne, non perveniamo mai alla condizione di una profonda distensione spirituale.

Con la società dell’informazione inizia un’epoca di crescente tensione spirituale, poiché il fascino della sorpresa è l’essenza dell’informazione. Lo tsunami dell’informazione genera una condizione in cui i nostri organi percettivi risultano costantemente stimolati. Essi non sono più in grado di passare a una modalità di percezione contemplativa. Lo tsunami dell’informazione frammenta l’attenzione. Impedisce l’indugiare contemplativo che è costitutivo tanto del raccontare che del restare all’ascolto.

La digitalizzazione mette in moto un processo che Benjamin, condizionato dal suo tempo, non avrebbe potuto assolutamente prevedere. Egli mette in connessione l’informazione con la stampa. Essa sarebbe una forma di comunicazione accanto alla prassi narrativa e al romanzo. Nel processo di digitalizzazione l’informazione perviene a uno stadio completamente differente. La realtà stessa prende la forma dell’informazione e dei dati. Essa viene informatizzata e datizzata. Noi ormai percepiamo la realtà, in primo luogo, in risposta alle, oppure attraverso le, informazioni. L’informazione è una rappresentazione, cioè una ri-presentazione. L’informatizzazione della realtà ha come conseguenza che l’immediata esperienza del presente viene distorta. Attraverso la digitalizzazione in quanto informatizzazione la realtà viene appiattita.

La crescente povertà di esperienze di contatto ci rende malati. Mancandoci completamente l’esperienza del contatto, restiamo terribilmente intrappolati nel nostro ego. Il contatto in senso enfatico ci strappa dal nostro ego.

La povertà di esperienze di contatto significa in ultima analisi una povertà di mondo. Il che genera in noi depressione, isolamento e angoscia. La digitalizzazione intensifica tale povertà di contatto e di mondo. Paradossalmente, proprio la crescente connettività ci isola. In questo consiste la dialettica disperata della connessione in rete. Essere connessi in rete non significa essere legati gli uni agli altri. Le storie sui social media, che in verità non sono altro che messe in mostra di sé, isolano gli esseri umani. A differenza dei racconti, non creano né vicinanza né empatia. Esse sono, in ultima analisi, delle informazioni agghindate con immagini che svaniscono dopo esser state velocemente notate. Non raccontano nulla, ma pubblicizzano. Elemosinare attenzione non istituisce alcuna comunità. Nell’epoca in cui raccontare storie significa vendere storie, racconto e pubblicità diventano indistinguibili. Ed è questa l’odierna crisi della narrazione.

Titolo originale Die Krise der Narration

© 2023 MSB Matthes & Seitz Berlin

© 2024 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency, Milano

Traduzione di Armando Canzonieri

Il libro

La crisi della narrazione di Byung-Chul Han (Einaudi Stile libero, traduzione di Armando Canzonieri, pagg. 120, euro 13). Questo testo è una sintesi adattata dal saggio

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