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Libri, il fantasma di Vittoria nel nuovo romanzo di Chiara Valerio

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Ambientato a Scauri, dove la scrittrice nata: la protagonista scompare improvvisamente e sarà un’altra donna, Lea, a indagare su una vita e una fine misteriose
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La storia della letteratura italiana è una storia di provincia: di piccole città, di campagne, di periferie, molto più che di grandi centri. E d’altra parte a raccontare meglio le poche metropoli sono stati – nei romanzi tanto quanto al cinema – gli immigrati, gli inurbati. Gente con valigia arrivata da un paese. O da un’isola. Chiara Valerio lo sa, e in uno dei suoi libri che ho più amato, Spiaggia libera tutti (Laterza), quasi quindici anni fa impostava una commovente elegia per il suo luogo natale, Scauri, provincia di Latina. Scauri è un po’ come Macondo, disse allora: e indicava non solo la natura magica di quel luogo, ma anche o soprattutto la sua inesauribilità narrativa. Era perciò nelle cose che, prima o poi, la scrittrice tornasse lì, tornasse a casa. O forse non se ne è mai andata: seguitando, come si intuisce nella nota finale del nuovo romanzo, Chi dice e chi tace (Sellerio), a collezionare voci, a osservare, a interrogare il mondo da quello spicchio di mondo. Provincia p…

La storia della letteratura italiana è una storia di provincia: di piccole città, di campagne, di periferie, molto più che di grandi centri. E d’altra parte a raccontare meglio le poche metropoli sono stati – nei romanzi tanto quanto al cinema – gli immigrati, gli inurbati. Gente con valigia arrivata da un paese. O da un’isola. Chiara Valerio lo sa, e in uno dei suoi libri che ho più amato, Spiaggia libera tutti (Laterza), quasi quindici anni fa impostava una commovente elegia per il suo luogo natale, Scauri, provincia di Latina. Scauri è un po’ come Macondo, disse allora: e indicava non solo la natura magica di quel luogo, ma anche o soprattutto la sua inesauribilità narrativa. Era perciò nelle cose che, prima o poi, la scrittrice tornasse lì, tornasse a casa. O forse non se ne è mai andata: seguitando, come si intuisce nella nota finale del nuovo romanzo, Chi dice e chi tace (Sellerio), a collezionare voci, a osservare, a interrogare il mondo da quello spicchio di mondo. Provincia pontina: «un luogo di sperimentazioni e di strafalcioni, linguistici e architettonici, di stratificazioni, di approssimazioni e di sommatorie di approssimazioni, e di molti condoni». Definizione d’autrice, che mi pare torni utile a inquadrare questo nuovo libro e il suo fondale. Ma voglio subito correggermi: perché no, non è un fondale; qui il paesaggio è un personaggio, Valerio lo fa esistere come tale, con un suo temperamento, una voce (un coro), una sua capacità di reazione agli eventi umani che ospita. Scauri mica sta ferma: vibra, scampanella, palpita. Si trasforma. I lidi colorati e sbiaditi al sole, «uno diverso dall’altro». La linea morbida del golfo, le cartolibrerie, i parcheggi. Il lungomare alle tre di un martedì di ottobre; lo stesso lungomare che in un venerdì di luglio non è la stessa cosa. Senza che lo calchi mai o lo cerchi, da molte pagine arriva comunque uno struggimento, qualcosa che commuove – un’appartenenza? Il colore di un intonaco. Una frase con cadenza regionale. Qualche volta quel colore eterno d’estate che dice Pasolini mentre passa il 1950.

Qui siamo verso il fondo di quel secolo, e già nei Settanta la Grande Assente, la protagonista di questa storia, si era trasferita a Scauri accompagnata da un’altra giovane donna. Una figlia? Un’amante? Quel che è certo è l’irresistibile magnetismo della donna di nome Vittoria, nata a Roma, già sposata e poi slegata, approdata sul litorale laziale. Che altro sappiamo di lei? «Che era stata un medico e aveva smesso di esercitare, che si era trasferita a Scauri da Roma e dai diversi luoghi dove aveva studiato ed esercitato la professione e che aveva vissuto gli ultimi venti e passa anni della vita con Mara. Che era stata negli Stati Uniti, in Messico e si era sposata a Londra».

Poco? Tanto? A fornirci queste informazioni è la voce narrante, Lea, un’avvocata che si intestardisce a sfidare il doppio mistero di Vittoria: quello della sua morte e quello della sua vita. L’ho chiamata la Grande Assente, perché tale è fin dalle prime pagine del romanzo: è morta annegata nella sua vasca da bagno. Un incidente. Forse. Chiara Valerio gioca con il noir e un po’ lo trasforma, o ne rivela l’essenza: sì, certo, bisogna capire come è morta Vittoria. Ma forse è più urgente capire come è vissuta. Questa donna misteriosa e seducente, «con la sua risata che cominciava bassa e finiva acuta», con la sua casa che è un viavai di umani e di altri animali, diventa per Lea un magnete più potente “in absentia” che in carne e ossa: la costringe a riconoscersi incantata, sedotta, forse innamorata, a lasciarsi indietro schemi e certezze, a mettere in discussione tutto. Nella testarda ostinazione con cui svolge la sua indagine – non facendosi bastare né testamenti né verità apparenti – si muove secondo un movimento ben descritto una volta per tutte da Elsa Morante. Quando nei vivi, dice Morante, prende a battere «una pulsione disperata», che li spinge a cercare i loro morti non solo nel tempo ma nello spazio. Così Lea. E ogni indizio, ogni segnale, ogni prova raccolta sembra chiarire non l’ultimo e definitivo evento, ma il resto – la fittissima sequenza di eventi che l’ha preceduto, in una parola una vita. Lea scopre molto di Vittoria, e noi con lei; ma scopre pure parecchio di sé stessa, in un’indagine che è pellegrinaggio, ossessione amorosa (può essere leggera, lieve, un’ossessione? Qui lo è), una storia d’amore vissuta come fuori sincrono ma non per questo con minore intensità.

Valerio riesce con intelligenza narrativa e ironia e tenerezza a interrogarsi radicalmente sul desiderio come energia e come distanza, a mostrare come i morti, che «non sono di nessuno», restano comunque in mezzo, e – al momento di sparire – portano con sé, fra i tanti, un segreto: come sia stato possibile, spiritualmente, vivere.

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