Poco dopo metà de Il Comando, la giovane musicista Lidia fa visita in ospedale al vecchio sinologo ultra settantenne Logoteta. Lei indossa la sua giovinezza con candore e un pizzico di irriverenza, nella pagina precedente l’abbiamo osservata entrare in ospedale vestita in modo vistoso, con dei pantaloni aderenti di colore verde chiaro, un golf nero, una grande giacca a scacchi sulle spalle, i capelli tenuti da una fascia rossa, ha anche bevuto un po’ di the dalla stessa tazza del vecchio paziente.
Logoteta è malmesso, sta morendo e sta perdendo la memoria, non ricorda quasi più nulla del suo recente passato, mentre ancora echeggiano le sue ragioni d’amore per la Cina e l’Oriente come i fuochi che si spengono sotto il cielo grigio di un tramonto autunnale. Lidia e Logoteta si piacciono, si desiderano, ma è un desiderio che solo la letteratura può filtrare con le sue esatte sembianze. La musica colta è un terreno sul quale si incontrano le aspirazioni della ragazza e le memorie devastate dal male incurabile dell’anziano professore. La carne, il sesso, sono rappresentati da quella tazza di the che si scambiano, dall’improvviso bisogno di pettinarsi e lavarsi che ha quel malato che fino a poco prima stava abbandonandosi a se stesso, nudo e sporco dentro un letto di ospedale.La chiave è nel passaggio in cui la voce narrante racconta la natura del desiderio che incendia la giovane per l’anziano: “Era come se attraverso lui potesse conoscere qualcosa dalla quale sarebbe rimasta per sempre esclusa, senza il suo aiuto.”
Con questa frase sentenziosa, ma anche misteriosa, si può indagare un po’ meglio il caso Rocco Carbone, scrittore profondo, ossessivo, cercatore di verità analitiche, e scomodissimi orizzonti. I suoi libri sono pervasi dalla solitudine, dall’ossessione per il mistero della morte, e da una sensualità elegante ma pervasiva, quasi soffocante, mai respingente.La voce narrante che racconta la storia de Il Comando è un medico di quarant’anni che si occupa di malati di Alzheimer e ne studia le implicazioni. Non ha nome l’uomo e questo è un accorgimento stilistico molto rischioso all’interno di un libro, l’impressione è che Carbone avesse voluto accorciare la distanza tra lettore e narratore.
All’inizio del romanzo, il medico torna nel suo paese per assistere al funerale della sua cara amica Edith, una donna importante per lui, non solo un amore, ma anche una corrispondenza irrisolta. Edith ha una sorella giovanissima, Lidia, diciott’anni, suona il violoncello, ha il candore e l’energia dei ragazzi che guardano alla morte con distanza e romanticismo. Lidia raggiungerà il narratore, uomo senza nome, sposato con una donna che appare pochissimo, Nora.Il “comando” che dà il nome al libro, è un transfert del protagonista, un oscuro atto proiettivo, una brama spaventosa al quale il medico cerca di opporsi in tutti i modi, ma poi alla fine è costretto a eseguirne, appunto, il comando oscuro, scatenandone le inevitabili conseguenze che si riverberano nelle pagine finali.Il desiderio è il convitato di pietra di queste pagine, è una forza magnetica di attrazione verso qualcuno senza il quale, ci sentiremmo esclusi da un’area fondamentale della nostra esistenza. Il desiderio è insomma un’aspirazione alla completezza, cosa contraria alla frammentazione del passato di Logoteta e di tutti coloro sono vittima della perdita della memoria dei malati di Alzheimer che il protagonista accudisce, cura e studia.
La figura del medico si replica nei libri, si indaga l’io e la coscienza, nonché la memoria. Robusti saranno stati gli studi della psicologia e della psicanalisi da parte dello scrittore calabrese, eppure quel che alla fine resta oggi nelle pagine che si fanno leggere con grande interesse, sono le trasfigurazioni letterarie, le sue sfumature, le allusioni a un mondo enorme, sommerso dentro l’interiorità di ognuno di noi.Carbone in questo romanzo procede per triangolazioni. Il medico che racconta è sempre uno dei tre vertici che pagina dopo pagina sono occupati da Edith e Lidia, Lidia e la fantasmatica moglie Nora nella seconda parte, ancora Lidia e Logoteta nella terza parte e infine in quella finale, Logoteta e la profezia che sembra aprire gli scenari a quello che sarà il libro successivo dell’autore, ossia L’Assedio, romanzo distopico, ricco di suggestioni sul futuro dell’umanità. Il triangolo, il numero tre è la perfetta armonia tra anima, corpo e mente. Numero della perfezione, ma che si articola e si completa solo con quelle righe finali annunciate per tutto il libro, ma mai messe in atto nel corso della storia.
Lidia è un nome caro ai poeti latini, anche se lo adattavano a personaggi femminili secondari nelle loro elegie, le Lidia sono etere o schiave nelle opere di Orazio e Marziale, e in Arnolfo di Orleans nel dodicesimo secolo, ispirerà l’elegia su una donna spregiudicata e libertina, chiamata Lidia. È forse questa citazione occulta per capire il peso di Lidia nella vita del protagonista, ma soprattutto nella triangolazione con Logoteta, che vuol dire colui che conta, calcola e razionalizza, e che nell’epoca bizantina come anche nel regno delle due Sicilie, era un burocrate contabile e un funzionario dei regnanti. Lieve e pesante, frivolo e rigido, eppure i due caratteri, seppur allusi, non entrano in conflitto, ma si armonizzano con lo sguardo triste e sconfitto del narratore incapace di amare davvero.Lungi da ogni interpretazione psicanalitica, queste ombre (compresa quella sfuggente della moglie Nora), proiettano le diverse anime della coscienza di chi racconta, parti di un medesimo io che si espone all’ineluttabile.
Nel corso dei suoi romanzi, Rocco Carbone ha raccontato il viaggio accidentato (e spaventato) dei suoi protagonisti verso la ricerca e poi l’elusione del sé. Provare e poi fuggire dai propri sentimenti e le proprie emozioni, con la sorte di ciò che per comodità si definisce fatalismo, il tipico anatema col quale si battezzano gli scrittori del sud. Il Comando esce nel 1996, ed è un libro ancora oggi attualissimo. All’epoca dell’uscita Rocco Carbone è un giovane uomo calabrese poco più che trentenne, ha un profilo intellettuale di grande solidità (si leggano anche i suoi studi di critica letteraria o alcune delle voci scritte per Letteratura italiana curata da Enzo Siciliano) ma scrive in un modo molto lontano dalle aspettative che si hanno degli scrittori meridionali.
Non c’è dialettismo, né rivalsa, nessun realismo magico né ammiccamento alla retorica dei sud che da lì a poco esploderà con la ricerca di scritture ostentatamente marginali. L’opera di Rocco Carbone è verticale, psicologica. Il suo scrivere è ossessivo, laddove il destino non è nulla di soprannaturale, ma semplice vocazione al romanzo, dunque rappresenta un terreno di grande abbondanza per conoscere il mondo.Rocco Carbone lo fa lasciando al lettore una piccola fame, un po’ melanconica, la stessa di chi ha cominciato a guardare dentro di sé e verso gli altri, col timore di essere rimasto escluso da qualcosa di molto più grande.
Il libro
Il comando di Rocco Carbone – Rubbettino Collana Velvet - pagg. 160, euro 16