Le lettere inedite di Franco Basaglia
Nel 1969 Franco Basaglia, finita l’esperienza di Gorizia, scrive a Fabio Visintini, direttore della Clinica Psichiatrica di Parma, che vorrebbe aiutarlo a rientrare all’Università.
Caro Professore,
le scrivo dopo aver meditato a lungo sulle questioni parmigiane e dopo l’ultima risposta negativa della facoltà sul mio nome per la cattedra di Igiene Mentale. (…). Lei mi aveva proposto come ultima carta la possibilità di un’aggregazione verso la fine dell’anno: ciò mi farebbe rientrare nei meandri della vita universitaria, accettando di rientrare in una posizione simile a quella in cui ero otto anni fa, quando lavoravo in Clinica Neurologica a Padova. Il che significherebbe ritrovarmi in una situazione di eterna attesa e nella totale impossibilità di agire dato che tutta la vita universitaria si fonda su uno stimolo costante di uno sterile lavoro attuato soltanto in funzione della propria carriera individuale. Ho lasciato alle spalle una esperienza analoga che ho rifiutato andandomene in …
Nel 1969 Franco Basaglia, finita l’esperienza di Gorizia, scrive a Fabio Visintini, direttore della Clinica Psichiatrica di Parma, che vorrebbe aiutarlo a rientrare all’Università.
Caro Professore,
le scrivo dopo aver meditato a lungo sulle questioni parmigiane e dopo l’ultima risposta negativa della facoltà sul mio nome per la cattedra di Igiene Mentale. (…). Lei mi aveva proposto come ultima carta la possibilità di un’aggregazione verso la fine dell’anno: ciò mi farebbe rientrare nei meandri della vita universitaria, accettando di rientrare in una posizione simile a quella in cui ero otto anni fa, quando lavoravo in Clinica Neurologica a Padova. Il che significherebbe ritrovarmi in una situazione di eterna attesa e nella totale impossibilità di agire dato che tutta la vita universitaria si fonda su uno stimolo costante di uno sterile lavoro attuato soltanto in funzione della propria carriera individuale. Ho lasciato alle spalle una esperienza analoga che ho rifiutato andandomene in un ospedale psichiatrico periferico (a Gorizia, ndr), gettato via da un direttore che non aveva mai creduto nelle mie possibilità. Ho dimostrato negli anni successivi che si poteva lavorare ugualmente e produrre nelle peggiori situazioni sanitarie possibili, dimostrando che la psichiatria universitaria e non è una grave mistificazione. Questo i suoi colleghi universitari non potranno mai perdonarmelo e forse ci siamo illusi che potessero essere tanto in buona fede da farlo. (…)
Lei da parte sua, cercando di modificare i vergognosi meccanismi della baronia universitaria; io cercando di modificare la incredibile situazione istituzionale psichiatrica italiana, abbiamo cercato di dare un senso alla nostra vita e al nostro lavoro; siamo caduti nel “sogno di una cosa” senza riuscire a portare questo sogno a una realtà reale. Come vede sono in una situazione depressiva, ma i fatti sono quello che sono e non vedo il modo di poterne uscire. (…). La ringrazio ancora di tutto e spero di vederla presto (…)
Suo Franco Basaglia
Questa lettera è stata scritta il 15 aprile del 1970 a Giulio Bollati, dirigente della Einaudi che aveva già pubblicato L’istituzione negata. Il riferimento nelle prime righe è a La maggioranza deviante, che uscirà l’anno dopo. La lettera documenta la singolare scrittura a quattro mani di Franco e Franca Basaglia.
Caro Giulio,
ti mandiamo le ultime pagine, come d’accordo. Scegli tu il titolo, penso sarà ormai “I colletti neri” e come vedrai ho fatto un riferimento anche alla fine. Ti ringrazio molto del tuo interessamento continuo. (…) Io mi sento veramente in disarmo. Sarà forse perché è la prima volta nella mia vita che soffro di una malattia fisica e non voglio che si trasformi nel suo “doppio” (il riferimento scherzoso è al saggio “La malattia e il suo doppio” uscito in quei giorni, ndr). Ci incontreremo con Scalia domenica prossima e ti saprò dire tutto. Se ti va bene la fine, puoi considerarlo praticamente libro finito, salvo naturalmente qualche riserva sulle bozze. (…) Abbiamo voglia di vedervi ma temo che non sarà facile per me spostarmi per un po’ di tempo. Appena possibile verremo. Franca sta, quanto più velocemente può, traducendo Goffman ma la mia presenza la distoglie continuamente (Non mi lascia fare niente in cui lui non sia il soggetto! Franca). Vorrei proprio avere il tuo sonetto caudato. Scusaci la lettera molto confusa, ma considera la malattia e il suo doppio (Che ne dici di questa spersonalizzazione di chi batte a macchina? Io sono continuamente presa dentro al plurale che poi come avrai notato continua a ritornare al singolare di Franco. Franca). Come vedi non mi è concesso mai nulla! (Franco).
Salutaci tanto Piera e speriamo davvero di vederci presto. Restiamo in attesa di un tuo veloce giudizio sulle paginette. (…)
Franca e Franco