La morte del dissidente Aleksei Naval’nyj nel terribile carcere di massima sicurezza IK-3 di Kharp, una cittadina nell’estremo nord della Russia, ha contribuito a svelare al mondo la terrificante realtà dei penitenziari russi. In un documento del governo russo risalente a gennaio scorso, che Associated Press è riuscita a ottenere, è descritto un piano che mira, entro il 2026, a creare 25 nuove colonie carcerarie e altri sei centri di detenzione. La newsletter Storie di Storia è dedicata al mondo carcerario russo su cui lavora da anni la professoressa Francesca Legittimo, autrice del libro “Russa incatenata”. Storie di Storia, per gentile concessione dell’editore, pubblica estratti del suo saggio. Buona lettura!
LA STORIA
Russia incatenata
Di Francesca Legittimo (Docente di Lingua e Letteratura russa all’Università IULM)
Il 24 settembre 1999, durante una conferenza stampa ad Astana, Vladimir Putin, allora primo ministro, commentando il bombardamento della capitale cecena Groznyj, avvenuto il giorno precedente, sentenziò: “Stiamo andando a perseguire i terroristi ovunque. Se sono in aeroporto, noi li troveremo in aeroporto. E se li catturiamo in cesso, allora scusate l’espressione, noi ce li affogheremo. Il problema sarà risolto una volta per tutte.”
L’espressione utilizzata da Putin, ammazzare, affogare nel cesso, fece in pochi minuti il giro del paese e, in seguito, anche del mondo: era, per usare un eufemismo, un’espressione che poco si confaceva ad un primo ministro, un fraseologismo di forte impatto nella sua volgarità. Deriva dal gergo criminale dei lager sovietici: verso la fine dello stalinismo, nelle enormi colonie penali che ospitavano fino a 20.000 prigionieri, incominciarono a farsi frequenti le insurrezioni. Come prima cosa, gli insorti ammazzavano le spie e le buttavano nelle latrine che consistevano in fosse scavate nelle colline. Una volta che fosse giunta la primavera, nessuno sarebbe più riuscito a trovare quei cadaveri. Dunque, non si tratta semplicemente di ammazzare qualcuno, ma di umiliarlo mostrando al mondo intero che non solo non è degno di vivere, ma che il suo posto è una fetida cloaca. Ecco la morte che si meritavano, secondo Vladimir Putin, i terroristi e i guerriglieri ceceni.
Ma a questo punto è naturale chiedersi su cosa abbia indotto Vladimir Putin ad usare durante un’intervista proprio quest’espressione gergale: faceva parte da tempo del suo vocabolario (cosa poco probabile, considerato il suo livello di istruzione) oppure la utilizzò per conquistare le simpatie del suo popolo, del suo elettorato che parlava proprio in questo modo, farcendo il discorso di parole coniate nei lager? Il gergo criminale e carcerario non è in Russia un fenomeno nuovo; già in epoca zarista ladri, truffatori e farabutti di vario tipo comunicavano tra loro utilizzando un proprio idioma chiamato fenja, ovviamente con il fine di non essere compresi dalla polizia e dalle guardie. Disponendo di 15.000 parole circa, può essere considerato a pieno diritto una lingua autonoma che permette di esprimersi su qualsiasi argomento. Lo dimostra il fatto che lo scrittore e filologo Aleksandr Sidorov sia riuscito a tradurre in fenja autori quali Shakespeare e Puškin, François Villon e Majakovskij. La novità non è dunque rappresentata dall’esistenza del gergo carcerario, bensì dalla sua penetrazione capillare nella lingua quotidiana. Dal momento che ogni lingua è mediatrice di una determinata cultura e impone una particolare visione del mondo, risulta logico supporre che insieme al gergo la società russa abbia introiettato anche categorie di pensiero e modelli di comportamento peculiari delle prigioni.
La prigione è secondo la definizione di Erving Goffman un’istituzione totale: “Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato”. Istituzioni totali possono essere considerati gli ospedali psichiatrici, le caserme, i convitti. A questo punto è necessario stabilire in che cosa la comunità carceraria si distingue dalle altre istituzioni totali, dalla caserma per esempio, e quali aspetti della moderna società russa siano riconducibili alla subcultura carceraria. Perché se è vero che la linea di demarcazione tra prigione e “mondo libero” si è fatta sempre più labile, ciò non ha condotto, purtroppo, ad una umanizzazione della vita carceraria, ma piuttosto ad una criminalizzazione della vita quotidiana, fenomeno esploso a partire dagli anni ’90, quelli che vengono chiamati gli “anni selvaggi”. Le premesse dell’abnorme influenza esercitata dalla subcultura carceraria sono in realtà da ricercarsi in epoca sovietica, anche se allora il regime preferiva far finta che le colonie penali non esistessero. Come si giustificava infatti la persistenza della criminalità in una società che aspirava a considerarsi perfetta? Sintomatico il fatto che dal 1926 al 1970 non fu condotto neppure un censimento della popolazione carceraria dell’URSS. La subcultura carceraria con i suoi valori fondanti (la mancata collaborazione con il potere, una propria gerarchia, proprie regole di comportamento) rappresentava di sicuro una forma di dissenso ideologico estremamente pericolosa per la cultura ufficiale, basata sul pensiero unico. Proprio in qualità di possibile alternativa la subcultura carceraria iniziò a suscitare le simpatie di quanti erano insofferenti al regime e divenne una sorta di avamposto della lotta antisovietica. Poco importava per quale ragione fosse finito in prigione, se per furto o motivi politici, in ogni caso il detenuto era in odore di eroismo. Ha così inizio quel fenomeno di “mitizzazione del carcere”, capace di spiegare molti aspetti della moderna società russa, fenomeno al quale hanno contribuito nel corso dei decenni i mass media, la letteratura, il cinema, la musica leggera. Ad un certo punto la subcultura carceraria ha valicato le mura degli istituiti di detenzione e come un magma ha pervaso tutte le sfere della vita: i russi hanno iniziato ad ascoltare le cosiddette chanson, le canzoni della mala, ad utilizzare parole del gergo carcerario, a vivere non più secondo le leggi, ma secondo i concetti, come i detenuti definiscono le norme etiche vigenti nel loro mondo. Alla base di tutto vi è quella sorta di fascinazione, esercitata dalla figura del prigioniero e basata fondamentalmente sull’idea che dietro le sbarre finiscono non i “malvagi”, ma i “disgraziati”. Secondo un noto proverbio, “nessuno può considerarsi mai al riparo dalla prigione e dalla miseria”; in effetti la probabilità di finire in carcere nel paese che si estende da Kaliningrad a Vladivostok è piuttosto alta – basti pensare che in Russia la percentuale della popolazione carceraria è di quattro volte superiore alla media europea.
La prigione è evidentemente un luogo da cui è vietato uscire e in cui si può entrare soltanto previa autorizzazione delle autorità competenti. Ai detenuti è negata in primo luogo la libertà di movimento. In una situazione molto simile hanno vissuto i cittadini sovietici durante i settanta anni circa di esistenza dell’URSS: era per loro estremamente difficile recarsi all’estero, quasi impossibile, se si trattava di un paese capitalista. Per ottenere il passaporto bisognava dimostrare di essere “fedeli” cittadini sovietici; i pochi fortunati che riuscivano a varcare i confini dell’Unione Sovietica e visitavano un paese straniero, dovevano attenersi a regole alquanto severe (nove pagine di istruzioni al riguardo) ed erano costantemente osservati dai servizi segreti. Non a caso fu coniato il termine cortina di ferro, indicante quella barriera invisibile che negli anni della guerra fredda divideva l’Europa occidentale da quella orientale. Parimenti gli stranieri intenzionati a recarsi in Unione Sovietica dovevano ottenere un visto, non potevano muoversi a loro piacimento all’interno del paese, ma erano costretti a seguire la guida loro assegnata, guida che in caso di necessità avrebbe funto anche da delatore. Le guide se interrogate dai turisti sul perché i cittadini sovietici non potessero andare all’estero erano istruite a fornire questa spiegazione: “Noi abbiamo un paese talmente grande! Non basta neppure una vita per vederlo tutto. Figuriamoci se vogliamo andare all’estero!”.
A partire dagli anni ’90 la situazione è notevolmente cambiata, anche se nel 2022 solo il 30% circa degli abitanti della Federazione Russa era in possesso del passaporto che permette di andare all’estero. Un dato ancora più sconcertante: il 76% della popolazione non ha mai varcato i confini del proprio paese. Si comprende allora come mai sia così frequente l’immagine della Russia come una grande prigione, immagine che ha una storia antica. Nel 1839 il viaggiatore francese Astolphe de Custine scriveva: “Quest’impero, per quanto grande sia, non è altro che una prigione la cui chiave è tenuta dall’imperatore”. Nel 1914 Lenin, intenzionato ad affrontare la questione nazionale, definisce la Russia “il paese giustamente considerato la prigione dei popoli”. In nessuna letteratura la prigione ha un ruolo così centrale come in quella russa: è quasi impossibile trovare un autore che non si sia mai accostato al tema, un intellettuale che non abbia trascorso almeno qualche giorno in cella. La prigione è elemento imprescindibile della biografia dell’intellettuale russo che quasi mai intrattiene buoni rapporti con lo Stato e l’autorità costituita. E così la prigione risulta sempre presente nell’immaginario collettivo, sia come luogo concreto sia come allegoria dell’impossibilità a priori della libertà. Emblematico a questo proposito il racconto dello scrittore postmodernista Viktor Pelevin intitolato “Ontologia dell’infanzia” (1991) che si basa fondamentalmente sull’idea che il mondo intero sia un’unica enorme prigione nella quale gli uomini soggiornano in uno stato di totale incoscienza.
Capire dunque come si vive in prigione, quali rapporti si instaurano tra i detenuti e tra questi ed i secondini, come la psiche umana si trasforma nello spazio angusto di una cella, potrebbe aiutare a comprendere meglio anche la società russa. Si può partire dalla constatazione che il carcere è un mondo a parte, con la sua storia, le sue regole, i suoi riti, la sua lingua, un mondo che lascia un segno indelebile in chi vi passa.
Una delle caratteristiche peculiari della prigione è evidentemente la suddivisione tra carcerieri e carcerati: i primi nel migliore dei casi, osservano, nel peggiore, maltrattano, fisicamente o psicologicamente, mentre i secondi subiscono l’osservazione oppure la violenza. Si crea dunque una situazione simile a quella dell’esperimento di Stanford: gli individui sono definiti solo dal gruppo di appartenenza, sono o carnefici o vittime, tretium non datur. Il detenuto è privato di qualsiasi forma di autonomia, non possiede più niente, viene perennemente osservato; con il passare dei mesi e degli anni il suo comportamento diventa sempre più docile e passivo, il suo rapporto con la realtà è compromesso da seri disturbi emotivi e da comportamenti psicotici. Egli è scarsamente consapevole di sé e considera le azioni intraprese dal gruppo come sue proprie: l’io, dunque, muore, soppresso dal noi della massa dei prigionieri. Le guardie per contro affermano il proprio ego attraverso comportamenti vessatori e sadici, si nutrono come vampiri delle umiliazioni dei loro prigionieri; quanto più quelli scompaiono come personalità, tanto più loro possono crescere e farsi forti. Questa è una situazione estrema; nella realtà dei fatti le cose stanno spesso diversamente perché un prigioniero riceve un pacco dai familiari, mentre il compagno di cella non lo riceve ed una guardia è più “buona” o più corruttibile di un’altra.
Sarebbe infatti un errore madornale immaginare la popolazione carceraria (i detenuti) come una massa di persone eguali, che conducono la stessa vita e si attengono alle stesse regole. Nelle prigioni e nei lager russi sin dagli anni ’30 dello scorso secolo esiste una struttura piramidale, al vertice della quale si trovano i ladri nella legge, nel mezzo i mužiki, alla base i declassati, i paria. In realtà all’interno di ogni gruppo si possono individuare anche dei sottogruppi, ma non è il caso di entrare troppo nei dettagli.
I ladri nella legge o ladri legittimi costituiscono l’aristocrazia della prigione, l’élite del mondo criminale; si tratta perlopiù di delinquenti di professione e di individui con spiccate doti di leader ed un forte ascendente sugli altri detenuti. Di regola si astengono dal lavorare e costringono i rappresentanti delle caste inferiori a sgobbare al posto loro; in caso di conflitti interni, assumono il ruolo di giudici ed applicano non le leggi dello stato, bensì i cosiddetti concetti. La loro stessa denominazione riassume tutta l’assurdità della situazione: il termine può infatti essere inteso sia come ladro legalizzato che come ladro che è la legge.
In ogni caso si ha a che fare con la presenza di uno stato all’interno dello Stato, con proprie regole, proprie gerarchie e propri modelli di comportamento. Il “ladro nella legge” diventa tale durante una cerimonia di incoronazione, previo l’assenso degli altri ladri. Affinché tutti comprendano immediatamente quale gradino si occupa nella scala gerarchica della prigione, si ricorre ai tatuaggi, capaci di raccontare tramite le immagini l’intera biografia criminale. Le stelle compaiono spesso sulle ginocchia delle autorità e simboleggiano l’orgogliosa inflessibilità di chi non si piega dinnanzi a nessuno. Altri motivi ricorrenti sono l’asso di picche, l’aquila bicefala come simbolo della Russia e in epoca sovietica come atto di ribellione contro l’autorità costituita, cupole di chiese, tante quante le condanne scontate.
Sorge spontanea la domanda sul perché lo stato sovietico permettesse ai ladri legittimi di controllare praticamente le prigioni e non facesse niente per arginare il loro strapotere, creando così una situazione del tutto anomala e destinata ad avere conseguenze a largo raggio. Il fatto è che nei campi di lavoro dell’“arcipelago Gulag” venivano mandati sia i “comuni” che i “politici”, i cosiddetti “nemici del popolo”. Memori del detto latino divide et impera, le autorità sovietiche tendenzialmente nutrivano maggiore simpatia per i comuni in quanto ritenuti meno pericolosi, più facilmente riconducibili sulla retta strada del socialismo. Un ladro, un assassino, un maniaco sessuale non rappresentavano una grande minaccia per la stabilità politica dell’URSS. Fu dunque con la connivenza delle autorità che i ladri legittimi giunsero ad esercitare un dominio pressocché assoluto sui politici. Per comprendere fino a che punto la situazione fosse degenerata e sfuggita di mano allo Stato, basti pensare alla distinzione tra carceri rosse, controllate dalle guardie penitenziarie, e carceri nere, in cui decidevano tutto i detenuti, o più precisamente i rappresentanti della casta superiore. Al giorno d’oggi le cosiddette zone nere non esistono più; vi sono però istituti di detenzione in cui la sorveglianza è meno rigorosa, in cui circolano alcolici e droghe e si chiude un occhio sull’utilizzo dei cellulari e di Internet.
Alla base della piramide gerarchica ci sono i “degradati”, chiamati in vari modi, tra cui “galli”. Rientrano in questa casta tutti coloro che in prigione hanno accettato anche una sola volta di avere il ruolo passivo in rapporti omosessuali, i delatori, chi ha sottratto qualcosa ad un altro prigioniero, collabora con le guardie, non restituisce i debiti di gioco, chi è finito in cella per violenza sessuale e, in generale, tutti i gay. La prima domanda che viene posta ad un nuovo detenuto suona così: “Cosa preferisci? La forchetta negli occhi o una volta nel culo?” Molti si spaventano all’idea della forchetta conficcata negli occhi e così accettano il ruolo passivo in un rapporto omosessuale; se avessero maggiore esperienza delle carceri, saprebbero che le forchette lì non circolano.
Da un lato si pone un segno di eguaglianza tra omosessualità e viltà, dall’altro si verifica una sorta di ipersessualizzazione, in ragione della quale la sessualità determina la posizione sociale e viene utilizzata come strumento di umiliazione e denigrazione. Le descrizioni dei riti che accompagnano l’ingresso ufficiale del detenuto nella casta più bassa, la sua “retrocessione”, sono semplicemente raccapriccianti e ci riportano ad un’epoca di barbarie ataviche, assolutamente incomprensibili nella loro morbosità. Il nuovo “degradato” viene stuprato da un gruppo di detenuti oppure viene costretto ad inghiottire lo sperma di qualcuno che si è appena masturbato: la fantasia dei carcerati non ha limiti ed escogita mille modi per umiliare i propri paria. Da quel momento in poi il “degradato” deve fare i lavori più sporchi (lavare le latrine, per esempio), può soggiornare solo in una particolare area della prigione chiamata “angolo dei galli” e mangiare da stoviglie speciali, riconoscibili per la presenza di fessure. In generale è considerato contagioso, una specie di “appestato”, per cui gli appartenenti alle altre caste evitano qualsiasi forma di rapporto con lui. L’idea che sia sufficiente un minimo contatto fisico, quale potrebbe essere una stretta di mano, per cambiare una persona, per “contagiarla” affonda le sue radici in una visione del mondo tragicamente irrazionale. In poche parole, l’omosessuale nelle prigioni russe non è considerato una persona, ma un essere ignobile, che suscita solo disprezzo e repulsione. Ad aggravare la situazione contribuisce il fatto che chi è stato “degradato” non ha più alcuna speranza di uscire dalla casta più bassa, rimarrà un reietto fino alla scadenza della pena.
Dato che il carcere non è un contenitore ermetico e che la sua cultura o subcultura riescono a travalicarne le mura – oggi più che mai grazie ad Internet - il rito della “retrocessione” ha iniziato a diffondersi anche nelle scuole e negli orfanatrofi russi come una manifestazione particolarmente aggressiva del sempre presente bullismo (si stima che oltre la metà dei bambini russi sia coinvolta in episodi di bullismo). Alla luce di tutto questo, del fatto che in prigione gli omosessuali occupano il gradino più basso della scala gerarchica, si può forse azzardare l’ipotesi che il carcere sia la culla dell’omofobia russa. È pressoché inevitabile che in prigione la sessualità diventi un’ossessione, essendo negata. Altrettanto inevitabile è che la masturbazione si svolga alla presenza dei compagni di cella: in prigione non si è mai da soli, ahimè. Dalla masturbazione al rapporto sessuale, prevalentemente orale, il passo è breve. Del resto, i sessuologi sono concordi sul fatto che tutte le comunità esclusivamente maschili (caserme, collegi maschili) favoriscono la pratica di rapporti omosessuali. Nei lager sovietici capitava spesso che i ragazzi diventassero pederasti passivi per motivi di interesse, per ricevere una porzione in più o qualche altro favore. Ma forse più importante ancora dell’orientamento sessuale è il fatto che nelle prigioni sesso e violenza siano sinonimi, che un rapporto sessuale basato sulla eguaglianza e sulla reciprocità sia inconcepibile. E questo vale anche per gli eterosessuali. Nella subcultura carceraria l’uomo impone la propria volontà alla donna, vista come un essere inferiore creato apposta per soddisfare i desideri sessuali del maschio. Nell’immaginario del detenuto esistono due tipi di donna: quella che gli si concede, la “puttana”, e quella invece che gli resiste, la “pura”. Non è contemplata in alcuna forma la libido femminile. Šalamov scriveva al proposito: “Il criminale ereditario (urka) impara sin dall’infanzia a disprezzare le donne…Creatura inferiore, la donna è stata creata unicamente per soddisfare gli appetiti bestiali dei malavitosi, per essere il bersaglio dei loro scherzi grossolani e l’oggetto di pubblici pestaggi quando quelli se la spassano”. L’unica eccezione è rappresentata dalla madre, per la quale i criminali nutrono un vero e proprio culto che affonda le proprie radici nel complesso edipico irrisolto e nel desiderio malcelato di essere l’unico uomo o perlomeno quello più forte. Si spiega così come mai nel linguaggio della malavita russa, ampiamente adoperato anche da chi non è un criminale e non è mai stato in prigione, i termini relativi alle donne siano sempre una via di mezzo tra l’oscenità e uno zuccheroso sentimentalismo.
Riassumendo, si può affermare che nelle carceri vige la legge del più forte, la legge della giungla; tutti i rapporti interpersonali sono caratterizzati da un alto tasso di violenza, sia fisica che psicologica. Una volta uscito dalla prigione, l’ex- detenuto continua a comportarsi secondo quei modelli da lui introiettati nel corso degli anni, contribuendo così a diffondere la subcultura carceraria. A questo punto è necessario affrontare la questione del perché in Russia la subcultura carceraria sia divenuta cultura dominante, perlomeno a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. In fondo le prigioni esistono in tutto il mondo, ma non esercitano una tale influenza sull’intera società. In primo luogo bisogna considerare il fatto che nel XX secolo nessun altro paese ha privato della libertà così tante persone: all’incirca un cittadino sovietico su tre è finito perlomeno una volta in una prigione o in un campo di lavoro. In secondo luogo, dopo il crollo dell’URSS non si è formata una società civile degna di questo nome. Gli ex- cittadini sovietici abituati allo Stato come istituzione totale hanno vissuto una dolorosa crisi di valori: i vecchi non si adattavano più alla realtà, i nuovi non erano ancora stati elaborati. In questo vuoto si è inserita la subcultura carceraria, capace di esercitare un certo fascino grazie alla sua diversità, al suo giovanile radicalismo, alla semplicità dei suoi concetti e della sua scala di valori. A diffonderla nella società spaesata degli anni ’90 ha contribuito massicciamente la canzone della mala, la blatnaja pesnja, ridenominata chanson per attribuirle quella certa allure francese. I protagonisti di queste canzoni sono immancabilmente dei giovanotti dal cuore d’oro, finiti dietro alle sbarre per colpa di un destino crudele, tormentati da una struggente nostalgia per la mamma e la donna amata. Spesso la prigione viene vista come una “scuola di vita”, capace di forgiare il vero uomo russo, il mužik . Quasi a farlo apposta, in russo le parole prigione, tjur’ma e destino, sud’ba rimano, per cui molte canzoni sviluppano proprio l’idea della detenzione come tappa obbligata della biografia russa. È interessante osservare come nel 2003 il duo femminile delle Tatu, certo non ricollegabile al genere della chanson, abbia rappresentato la Russia all’Eurovision Song Contest con una canzone intitolata “Non credere, non temere, non chiedere”. Questi tre imperativi sono da sempre le fondamentali regole di vita del carcerato russo che deve diffidare di chiunque, essere intrepido ed orgoglioso, non abbassarsi mai a chiedere. Le parole d’ordine, scandite dalle due cantanti dalle voci stridule e dall’aspetto provocante, non possono non avere influenzato i milioni di ascoltatori. E di ascoltatrici che animate dal desiderio di unire la propria vita ad un uomo “vero”, sono predisposte a divenire delle žduli. Sono chiamate così in Russia le ragazze o le donne che allacciano rapporti sentimentali con uomini che stanno scontando una pena più o meno lunga in carcere; il fenomeno esiste ovviamente in tutto il mondo, ma in Russia assume proporzioni molto più vaste. Ne è una prova il fatto che dal febbraio 2023 la televisione russa trasmette un reality show intitolato per l’appunto Žduli, in cui si raccontano le storie di donne che hanno deciso di unire il proprio destino a quello di un detenuto. Cosa le spinge? Il desiderio di sentirsi le Penelopi del ventunesimo secolo? La convinzione che è preferibile avere un uomo che non può tradirti o bere o picchiarti? L’idea che comunque un uomo bisogna averlo ad ogni costo e un prigioniero crea meno problemi di un marito in libertà? Un desiderio quasi masochista di prendersi cura di un reietto della società? Probabilmente, tutte queste ragioni nello stesso tempo ed altre ancora.
Negli ultimi mesi il detenuto russo può trasformarsi da un giorno all’altro in un soldato. Nel novembre del 2022 Putin ha firmato una legge che permette l’arruolamento di chi è condannato per un reato grave. Il divieto permane solo per chi sconta una pena per abuso su minori. In realtà la firma di Putin ha semplicemente regolamentato una situazione che esisteva già da alcuni mesi, da quando Prigožin, il capo della milizia privata Wagner, ha iniziato a girare per le carceri russe per proporre ai detenuti il reclutamento nella cosiddetta “operazione speciale militare” in Ucraina in cambio dell’amnistia. (Del resto Prigožin le carceri le conosce bene, avendoci passato in gioventù nove anni, condannato per furti e truffe varie). Già a gennaio 2023 hanno fatto ritorno dal fronte i primi detenuti arruolati, ormai divenuti liberi cittadini. Sorge a questo punto spontanea la domanda sull’effettivo scopo del carcere: perché, se lo stato lo reputa lo strumento migliore per rieducare coloro che hanno sbagliato, può forse considerare la partecipazione alla guerra come una tappa del percorso rieducativo? E come può lo stato giustificare il fatto che criminali che avrebbero dovuto scontare 25 o più anni di carcere, si aggirino ora liberamente per le strade della Russia solo perché sono stati sei mesi al fronte? Il ragionamento in ogni caso non torna. Solo un fatto è incontrovertibile: lo Stato russo considera i detenuti come proprio materiale umano, carne da macello di cui può disporre a proprio piacimento. Il filosofo e linguista Michail Epštein, il cui ultimo saggio si intitola “L’antimondo russo. La politica sull’orlo dell’apocalisse” (2023), individua nell’inversione la costante della storia russa più recente: dopo il massacro di Buča è, secondo lui, palese che i militari si comportano come criminali. Solo pochi mesi dopo la pubblicazione del libro si è venuti a conoscenza del fatto che il gruppo Wagner conta tra le sue file numerosi ex-galeotti. Da una parte i detenuti che diventano militari, dall’altra i militari che in niente si differenziano dai criminali, saccheggiano le case, violentano le donne e ammazzano i civili. Questo è secondo Epštein, un tipico esempio di inversione, di logica rovesciata.
Tratto dal libro “Russia incatenata”. Edizioni Intra.
Copyright © 2023 Intra S.r.l.s. – Pesaro, Italy
L’INCONTRO
A CASA DI OL’GA ROMANOVA
Una donna libera
Di Francesca Legittimo (Docente di Lingua e Letteratura russa all’Università IULM)
Vi è una donna che della lotta per i diritti dei detenuti ha fatto la ragione della sua vita. Si chiama Ol’ga Romanova e ha fondato un’associazione chiamata “Russia dentro”. In realtà in russo la denominazione suona “Russa seduta” (Rus’ sidjaščaja) perché in prigione si sta seduti: il verbo è strettamente connesso con la tipologia delle prime carceri russe, quelle dei tempi di Avvakum. Si trattava infatti di fosse in cui il detenuto non poteva che stare in posizione seduta e in cui i carcerieri buttavano il cibo, quel minimo necessario per la sopravvivenza. Interessante è anche il fatto che i fondatori dell’associazione non abbiano utilizzato il termine Rossija, bensì Rus’, sottolineando con questa scelta linguistica quanto antica, anzi atavica sia la cultura delle prigioni in Russia.
Nel giugno del 2017 gli uffici moscoviti dell’associazione furono perquisiti dalla polizia, incaricata di appurare la fondatezza del sospetto di abuso di fondi statali; Ol’ga Romanova comprese subito che il passo successivo sarebbe stata il suo arresto, per cui decise di lasciare immediatamente la Russia etrasferirsi a Berlino. Ed è proprio nel suo appartamento berlinese a Kreuzberg, il quartiere più multietnico della capitale tedesca, che Ol’ga mi accoglie con dei deliziosi bliny ripieni di carne, e una bottiglia di Riesling, “Siamo qui per parlare di prigioni e di Russia, ma noi due siamo libere”, è questo il messaggio che Ol’ga intende forse lanciarmi con la sua tavola imbandita. Ho portato dei croccantini per la sua gatta Šura, protagonista di una pagina Instagram chiamata catssaynotwar, croccantini che però disdegna con aria contrariata quasi volesse farmi sapere che lei non si lascia corrompere così facilmente.
Durante quella serata del marzo 2023 scopro moltissimo sulla vita nelle carceri russe, sulle torture, sulla divisione in caste, sui treni chiamati “vagoni di Stolypin” dal nome del ministro Stolypin che nel primo decennio del ‘900 li ideò per trasportare i coloni in Siberia o in Estremo Oriente. Ancora oggi dei vagoni pressoché eguali a quelli vengono utilizzati per gli spostamenti dei detenuti da un carcere all’altro. È superfluo osservare che le condizioni di vita durante i viaggi sono estremamente dure: si dorme su cuccette di legno senza alcun lenzuolo o cuscino, non vengono distribuiti pasti, i detenuti si cibano di ciò che hanno potuto racimolare prima della partenza. Ma l’aspetto più crudele è un altro: i prigionieri molto spesso ignorano il luogo di destinazione, sono totalmente in balia del sistema penitenziario. Per giunta, questi treni danno la precedenza a tutti gli altri e sovente non scelgono il percorso più breve, impiegando quindi molti giorni per arrivare. Casualità o crudeltà premeditata? Forse entrambe.
Ol’ga mi parla anche della sua vita: dopo aver studiato economia, emigrò nel 1989 negli USA. Qui faceva la cameriera e cantava nei bar di Brighton Beach, il quartiere più russo di New Yorck. Durante il putsch del 1991 ritornò a Mosca. Ebbe allora inizio la sua brillante carriera di giornalista, ideatrice e conduttrice di programmi televisivi. Era convinta di conoscere bene il suo paese fino a quando suo marito, un imprenditore di successo, nel 2008 fu arrestato e nel 2009 condannato a otto anni di detenzione per truffa e frodi finanziarie. Nel momento in cui Ol’ga varca la soglia della prigione moscovita Butyrka, capisce che vi è una Russia di cui lei ignora l’esistenza, la Russia delle prigioni, che vive secondo le proprie leggi e i propri ritmi. Da quel momento non cessa più di occuparsi di carceri e del sistema penitenziario nei vari paesi del mondo: fonda l’associazione “Russia dentro”, visita le prigioni di mezzo mondo, aiuta le famiglie dei detenuti un terzo dei quali è finito dietro le sbarre senza alcuna colpa, innocente, vittima di un errore giudiziario, accidentale o intenzionale.
Mentre sono a casa sua, Ol’ga si allontana alcune volte per rilasciare interviste online sul fenomeno dei carcerati arruolati nelle fila dei mercenari della Wagner, sulla grazia loro promessa e sulle somme di denaro pattuite come ricompensa.
Non parliamo però solo di prigioni: Ol’ga è una narratrice piena di brio e mi racconta dei personaggi più curiosi di Kreuzberg, dei profughi ucraini che ha accolto a casa sua, dei giorni trascorsi in Calabria dove è stata invitata per un matrimonio. Verso la fine della serata le chiedo se posso porle un’ultima domanda: “Cosa è per te la libertà?” (da subito ci siamo date del tu). Per la prima volta non risponde immediatamente, si sostiene il mento con la mano in una posa che ricorda Il pensatore di Rodin, con gli occhi mi indica la gatta Šura, la quale con la zampa ha appeno aperto la porta socchiusa per infilarsi nell’altra stanza. Non servono parole: ecco cos’è la libertà!
Mi viene in mente il desiderio di Brodskij di rinascere gatto e la sua affermazione secondo cui la libertà esiste per andare in biblioteca.
Se dovessi utilizzare un solo aggettivo per definire Ol’ga, userei libero. Sì, Ol’ga è senza ombra di dubbio una donna libera. A lei mi ha condotto il mio viaggio tra le prigioni russe di ieri e di oggi, quelle della letteratura e quelle della realtà. Forse è un buon segno.
Tratto dal libro “Russia incatenata”. Edizioni Intra.
Copyright © 2023 Intra S.r.l.s. – Pesaro, Italy
LA POESIA
Tempesta invernale nel cortile,
la bufera di neve si avvicina.
Stai come una mosca nell’ombra,
prigioniero per sempre.
Taci tu, e lui e io,
taci con lui, con lei,
che non sentano gli amici,
più spaventosi dei nemici.
Prendono i loro posti,
si riuniscono in branco.
Io certo non ho letto.
ma condanno.
(…)
La piaga dei lupi
di nuovo spazza la terra.
Stai fermo, come una mosca a febbraio
nel buio e nel silenzio.
E non lasciar cadere una parola
umana,
febbraio. È tempo di prender l’inchiostro.
E non ci sono più lacrime.
(Evgenija Berkovič)
La regista e poetessa Evgenija Berkovič (1985) è stata arrestata il 4 maggio 2023, accusata di apologia di terrorismo. L’apologia sarebbe contenuta nello spettacolo teatrale scritto e diretto da Berkovič nel 2018, in cui si racconta la storia, ispirata a fatti reali, di alcune donne russe che conoscono in Internet dei terroristi islamici e si lasciano manipolare fino ad acconsentire a seguirli in Siria. L’opera è evidentemente troppo femminista per la cultura ufficiale russa, o forse si è trattato solo di un pretesto. Evgenija Berkovič sin dall’inizio della guerra non ha mai celato la sua decisa opposizione e ha scritto varie poesie in cui dà voce al dissenso. Questi sono i suoi versi composti il 23 febbraio 2023, un anno dopo l’inizio dell’“operazione militare speciale”.
PRINCIPALI PENITENZIARI IN RUSSIA
“Delfino nero”: A 77 km. da Orenburg, non lontano dal confine con il Kazakistan. Nessuno è mai riuscito a fuggire da qui. 900 poliziotti penitenziari per 750 detenuti, osservati 24 ore su 24.
“Civetta polare”: Negli Urali settentrionali, regione di Yamal- Nenets, villaggio di Charp. Oltre il Circolo Polare. Il villaggio di Charp fu costruito nel 1961 quando i prigionieri erano addetti a costruire la linea ferroviaria Transpolare.
“Lupo polare”: Negli Urali settentrionali, regione di Yamal- Nenets, villaggio di Charp, nella stessa località della “Civetta Polare”. Qui era detenuto il dissidente Naval’nyj.
“Carcere centrale di Vladimir”: Nella città della Russia europea centrale, situata 190 km a nordest di Mosca sulle sponde del fiume Kljaz’ma. Costruito nel 1783, in epoca sovietica era riservata ai detenuti politici. È stato reso famoso dalla canzone “Centrale di Vladimir”, cantata da Michail Krug. È un vero labirinto, realizzato in modo che il detenuto non vi si possa orientare.
“Il cigno bianco”: A Solikamsk, nella regione di Perm’. Il nome è legato alla postura assunta dai prigionieri che camminano piegati. Solo dopo 10 anni di detenzione si possono ricevere lettere. Ospita circa 300 detenuti.
“Lefortovo”: A Mosca. Utilizzata tra il 1954 e il 1991 come prigione del KGB. Oggi ospita detenuti in attesa della sentenza. Sono isolati, non hanno alcun contatto né tra di loro né con il mondo esterno.
“Pjatak di Vologda”: Nella regione di Vologda, Isola del Fuoco, Lago Novozero. In origine un monastero, oggi ospita circa 200 ergastolani. È definita l’Alcatraz russa.
“Butyrka”: A Mosca. È il penitenziario che compare più spesso nella letteratura russa.
“Prigione di Eleck”. Nel villaggio di Eleck, regione di Lipeck, Russia meridionale. Costruita nel 1592.
“Matrosskaja tišina”: A Mosca. Costruita nel 1775. Ha ospitato Michail Borisovič Chodorkovskij, imprenditore e oligarca russo, oggi in esilio.
“Fiocco di neve”: Nel villaggio di Elban, regione di Chabarovsk. Aperta nel 2014, è la più nuova prigione russa.
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SEGNALAZIONI
Libro: Russia incatenata. Viaggio tra le prigioni della letteratura e della realtà, di Francesca Legittimo, Edizioni Intra, Pesaro, 2023
Documentario: Inside Russia’s Toughest Prisons, Diretto da Anna Rodzinski, Stati Uniti, 2011
Per la prima volta è stato permesso alle troupe internazionali di vedere tre delle carceri più dure e severe della Russia, nonché il regime rigido e disciplinato che i prigionieri sopportano.
Articolo multimediale: Inferno russo
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale) e Federico Varese (testo). Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi Visual