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Khashayar J. Khabushani: “Io, iraniano queer ho trovato la mia America”

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Parla lo scrittore musulmano che nel romanzo di esordio “Saluterò di nuovo il sole” racconta la sua storia. Tra conflitti e multiculturalismo
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Questo commovente romanzo di formazione racconta in stile genuino e poetico le difficoltà e le gioie di crescere in una famiglia di immigrati iraniani a Los Angeles, schiacciati da un padre-padrone violento e violentatore. K. e i fratelli Shawn e Justin vengono rapiti e riportati in Iran. Bramano di tornare alle opportunità dell’America per perseguire i loro destini: chi arruolandosi per combattere in Afghanistan dopo il crollo delle Torri, chi, invece, come il protagonista, al proprio difficile amore per Johnny.

Saluterò di nuovo il sole (Nn: è il primo titolo della serie “in questo libro c’è un uomo nudo” che riflette sul maschile) è il notevole esordio del trentaduenne iraniano-americano Khashayar J. Khabushani con cui conversiamo di identità, americanità, nostalgia, essere queer, Islam e senso di casa. E di come lasciarsi alle spalle i ricordi dell’orrore familiare per prendere un bus verso il futuro.

Negli anni Novanta, K. e i suoi fratelli cercano la propria identità di irania…

Questo commovente romanzo di formazione racconta in stile genuino e poetico le difficoltà e le gioie di crescere in una famiglia di immigrati iraniani a Los Angeles, schiacciati da un padre-padrone violento e violentatore. K. e i fratelli Shawn e Justin vengono rapiti e riportati in Iran. Bramano di tornare alle opportunità dell’America per perseguire i loro destini: chi arruolandosi per combattere in Afghanistan dopo il crollo delle Torri, chi, invece, come il protagonista, al proprio difficile amore per Johnny.

Saluterò di nuovo il sole (Nn: è il primo titolo della serie “in questo libro c’è un uomo nudo” che riflette sul maschile) è il notevole esordio del trentaduenne iraniano-americano Khashayar J. Khabushani con cui conversiamo di identità, americanità, nostalgia, essere queer, Islam e senso di casa. E di come lasciarsi alle spalle i ricordi dell’orrore familiare per prendere un bus verso il futuro.

Negli anni Novanta, K. e i suoi fratelli cercano la propria identità di iraniani-americani di prima generazione. In che modo la loro sfida differisce dalle altre generazioni di immigrati?

«Sono così felice che chi è nato dopo il 2000 sia così accogliente verso sessualità, genere o colore della pelle. In America quando cerchi di iscriverti a scuola, chiedi aiuti economici, compili un modulo ufficiale, o cerchi lavoro hai la possibilità di esprimere qual è il nome che preferisci, non quello del certificato di nascita. Lo dico perché chi vuole celebrare un’identità diversa oggi trova una flessibilità maggiore di quella che ha trovato K. Negli anni Novanta non c’era flessibilità attorno al tuo nome, al Paese o religione di provenienza. Le generazioni precedenti, come gli iraniani in America nel periodo della crisi degli ostaggi, vissero altre complicazioni, ma negli anni Novanta noi volevamo essere considerati “completamente americani”. La musica che ascoltavi, i vestiti, il cibo erano questione di vita o di morte. Se ti allontanavi da ciò che era considerato cool scattava la domanda: “hmm, da dove vengono i tuoi genitori?...”. E se non ti avevano insegnato a innamorarti delle origini, ciò poteva essere molto destabilizzante».

Cos’è per lei l’americanità?

«Quand’ero in Iran mia nonna ascoltava musica dell’era dello scià, mio nonno era terrorizzato dalle denunce antirivoluzionarie dei vicini. Ecco, avere la libertà di ascoltare la musica che vuoi, è una delle cose che puoi fare qui. Ma spesso gli immigrati si lasciano alle spalle situazioni che mettono a rischio la vita. Pensiamo all’Ucraina o al Salvador, alle rivoluzioni, i colpi di Stato e le guerre civili. Agli immigrati l’americanità promette sicurezza e lavoro. A noi di prima e seconda generazione offre il privilegio di esplorare un grado maggiore di libertà. Per me “americanità” vuol dire non avere l’ansia di guadagnarsi da vivere e avere tempo per attività artistiche, per la comunità, per gli amici o quel che vuoi. Vuol dire avere privilegi e risorse oltre la sopravvivenza. Essere americani per noi ragazzi voleva dire avere il tempo per la musica o per prendere l’autobus e andare al mare a fare quello che volevamo. Nei media, nelle canzoni e nei film vedi quest’idea che qui puoi indagare altre parti di te. Tanti non hanno il lusso di pensare oltre i bisogni primari. L’America ti promette di poter essere qualcosa di più. Ti dà il lusso di non doverti guardare sempre alle spalle».

Per immigrati e figli di prima generazione questa americanità viene vissuta diversamente da chi è di famiglia statunitense da generazioni?

«Credo di sì. Da sette anni mi guadagno da vivere come scrittore, ma ho dovuto fare anche il cameriere. A fine turno sono pervaso da un senso di gratitudine perché ho un lavoro sicuro che mi consente di far altro. Lo dico perché alcuni colleghi nella ristorazione, per motivi validi, sono scontenti e pieni di risentimento. Io ho sempre la consapevolezza che altrove non esiste la possibilità di lavorare e avere tempo di perseguire attività piacevoli».

Cosa rappresenta per lei l’Iran?

«Ah, quanto sarebbe bello essere a Isfahan, seduto in un caffè a osservare tutto per ore, sentire gli odori, assaggiare i sapori, con un libro tra le mani e rivedere i miei familiari e gli amici artisti… Iran vuol dire famiglia e vuol dire casa e sarà sempre così per me».

Anche nel romanzo K. osserva una parte del passato che «è anche parte dell’essere americano». In che modo la nostalgia influisce sulla sua scrittura?

«Beh, dà sicuramente un impulso, non è vero? Certo, questo è uno dei modi in cui il passato opera su di me. Sono sempre pieno di meraviglia… so che altri si considerano afflitti da questa sensazione, ma per me il passato è così reale. Non cambia che sia in Iran o qui in California, se annuso una certa fragranza, chiudo gli occhi per un attimo e mi rivedo a quattro anni con mia madre, al mercato, e si risveglia un’intera vita di sensazioni e desideri che mi spinge a scrivere, preso dalla responsabilità di esprimere questa sensazione. Più remoto è il ricordo, più forte è il desiderio di ricrearlo con la scrittura».

In che modo affronta l’idea di mascolinità e l’identità queer?

«Spero che il romanzo illustri come possono informarsi reciprocamente, ma anche no. E soprattutto che non è necessario che si eliminino l’una con l’altra, perché possono convivere. K. può essere aggressivo sul campo da basket e tosto e violento con i fratelli — ingredienti tipici della mascolinità tossica — e poi può provare tenero e dolce desiderio per Johnny. Spero che l’arte continui a mostrare la fluidità, che mascolinità e essere queer possono convivere».

Il romanzo parla dell’essere musulmano in America oggi…

«Per me l’Islam non è diverso dalle altre religioni. Rappresenta un gruppo di persone che vuol sentirsi collegato, che cerca una guida e la bellezza, che ha dei riti in un luogo in cui prova un senso di appartenenza. Ho evitato le definizioni politiche o il bagaglio accumulatosi tra l’Islam e l’America perché nella mia esperienza andare alla moschea vuol dire lavarsi le mani, i piedi e il viso e inchinarsi in preghiera per un momento di connessione e di ringraziamento, significa cercare di essere la miglior persona possibile».

Il libro
Saluterò di nuovo il sole di Khashayar J. Khabushani (Nn, traduzione di Laura Gazzarrini, pagg. 224, euro 18)

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