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La scrittrice Ottessa Moshfegh: “Non mi piace la cultura pop, e allora?”

Ottessa Moshfegh 
Nell’epoca della rivincita del romanzo popolare la scrittrice dell’East Coast americana incarna invece il versante snob della letteratura “Trovo irrilevanti i libri che hanno successo e non leggo fiction”
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Quando si apre il collegamento Zoom, Ottessa Moshfegh appare nell’angolo bianco di una stanza; lo spigolo di una finestra è l’unico indizio dello spazio da cui ci sta parlando. A sentirla raccontare dei suoi libri, ora che si prepara a una serie di incontri con i lettori italiani, l’immagine di questo straniante angolo bianco appare particolarmente adatta a lei.

A 42 anni, questa autrice dell’East Coast americana, dal background familiare europeo e mediorientale (madre di origini croate, padre iraniano), rappresenta lo strano caso di una creatrice di bestseller – in particolare Il mio anno di riposo e oblio - che non rinuncia a un sano snobismo letterario. Con un segreto: non chiederci di condividere nulla tranne la nostra comune solitudine. Ed è la solitudine la cifra di M…

Quando si apre il collegamento Zoom, Ottessa Moshfegh appare nell’angolo bianco di una stanza; lo spigolo di una finestra è l’unico indizio dello spazio da cui ci sta parlando. A sentirla raccontare dei suoi libri, ora che si prepara a una serie di incontri con i lettori italiani, l’immagine di questo straniante angolo bianco appare particolarmente adatta a lei.

A 42 anni, questa autrice dell’East Coast americana, dal background familiare europeo e mediorientale (madre di origini croate, padre iraniano), rappresenta lo strano caso di una creatrice di bestseller – in particolare Il mio anno di riposo e oblio - che non rinuncia a un sano snobismo letterario. Con un segreto: non chiederci di condividere nulla tranne la nostra comune solitudine. Ed è la solitudine la cifra di McGlue, il suo primo romanzo breve, scritto dieci anni fa e ora edito da Feltrinelli.

Come è nato questo esordio?

«Scrissi McGlue quando studiavo scrittura creativa alla Brown, in Rhode Island. Nelle ore libere passavo molto tempo in biblioteca. Nell’archivio digitale che conserva i vecchi giornali, lessi un trafiletto intitolato così, McGlue, che riassumeva la storia in poche righe: “Mr. McGlue è stato ritenuto non colpevole dell’omicidio di Mr. Johnson nel porto di Zanzibar, a causa del danno cerebrale provocato da una caduta da un treno qualche mese prima dell’accaduto”. Mr McGlue era di Salem, Massachusetts. Volevo raccontare questa vicenda, e la cosa più difficile è stata trovare una voce. Poiché la voce di McGlue non è la mia, mi sono dovuta mettere da parte e ascoltare attentamente. Non è un personaggio che capivo, né potevo prevedere: era come se mi dettasse ciò che dovevo scrivere su di lui. La voce per me è sempre il cuore del libro».

Il suo protagonista, un giovane marinaio accusato di aver ucciso il suo migliore amico, che sostiene di non ricordare nulla di ciò che ha fatto, sembra legato alla tradizione di Hawthorne e Melville. I classici americani l’hanno influenzata?

«Non ho letto né l’uno né l’altro, non mi interessano. Ma vengo dal New England: gli autori di cui scrivono di quel luogo, e da persona ossessionata dal linguaggio vedo bene come McGlue appartenga a quel mondo, una colonia la cui storia non è ancora del tutto demolita, ed è talvolta quasi palpabile».

McGlue è un ragazzo alcolizzato dell’Ottocento che vuole soltanto restare stordito perché l’alcol è l’unica cosa che può proteggerlo dal mondo. Come la protagonista del suo “Il mio anno di riposo e oblio”: una ragazza benestante che nella New York odierna si chiude in casa, decisa ad affrontare il futuro a colpi di sonniferi.

«Il processo attraverso cui sono arrivata alla fine di queste due storie è completamente diverso. McGlue è quasi sgorgato dal mio cervello senza editing, mentre per Il mio anno di riposo e oblio ho fatto moltissime revisioni. Detto questo, direi che alcolismo e negazione sono simili nel fatto di essere entrambi modi per allontanare la realtà. Da narratrice sono interessata a chi fa fatica a provare i sentimenti che prova, perché io condivido quella fatica. Trovo che le emozioni siano molto sconvolgenti e la società non è ospitale nei confronti di chi prova emozioni che non sono condivise dagli altri nello stesso momento. Tuttavia, la letteratura è il luogo in cui si possono esprimere, vivere tutti quei sentimenti, quelle emozioni che non possiamo provare nella vita quotidiana. Perché dobbiamo andare a fare la spesa, prendere i bambini da scuola, parlare con i colleghi. Per essere efficienti, per andare avanti, dobbiamo necessariamente reprimere le sensazioni più disturbanti e profonde. Che pure ogni tanto emergono: la gente fa le cose più assurde e inquietanti. La letteratura ci dà piacere, credo, proprio perché fa posto a tutto questo».

In ciò che scrive non c’è sanzione morale nei confronti dei suoi personaggi, mentre la nostra società è molto crudele nei confronti di chi non riesce a tenere il passo con la realtà.

«È ciò che non esprimiamo a fare di noi ciò che siamo. Per me ciò che è interessante come autrice è descrivere l’esperienza di una persona specifica rispetto a se stessa. E in questo gesto curiosamente c’è un’apertura, perché mentre scrivo mi accorgo che non sono l’unica persona al mondo turbata dal fatto di avere un’interiorità. Facciamo molta più attenzione a come costruiamo la nostra personalità esteriore che a ciò che ci accade dentro, e così siamo disonesti nei confronti di noi stessi e degli altri. Anche il mio nuovo romanzo, che si intitolerà Only Children ha molto a che fare con il modo in cui siamo condizionati dal nostro sé».

Disinteressarsi di questa “personalità esteriore” è in qualche modo un valore?

«No, non do nessun giudizio di valore. Solo, a me non interessa. Non so cosa la gente legge, non mi interessa ciò che è popolare, non leggo fiction, di solito la scrivo e basta. Leggo quello che scrivono i miei amici e che mi chiedono di leggere. Per me, da scrittrice, è importante inoltrarmi in un libro seguendo un istinto, una curiosità, e non perché ho seguito il consiglio di qualcuno o perché tutti ne parlano. Leggere è un atto molto intimo, che ti fa vicariamente esperire ciò che prova un altro essere umano. Ci sono milioni di libri, e ciò che è popolare o di successo in questo momento ne è solo una minuscola frazione, che trovo irrilevante come autrice e come lettrice».

Eppure i suoi romanzi hanno grande successo. È un paradosso per cui ha una spiegazione?

«Ciò che ho capito, ascoltando i miei lettori, è che si sentono riconosciuti in ciò che scrivo, e questo è stupefacente. Se qualcuno si sente visto, allora vuol dire che sono riuscita a cogliere qualcosa che finora era stato ignorato dagli altri. L’arte che mi piace non è un’arte che riguarda me, ma un’arte che funziona in modo tale da presumere che io capirò di cosa sta parlando, al di là dello spazio e del tempo».

In effetti anche i suoi romanzi ambientati nel passato non sono definibili come romanzi storici.

«Il passato è solo un insieme di storie: è memoria, un memoria proiettata, ed è un luogo in cui non potremo mai andare. Sono contenta che non si interpreti McGlue o altri miei lavori, ad esempio Lapvona, come romanzi storici. La mia è narrativa soggettiva: mi piace pensare a come le cose potevano andare, e immaginare una mente, con la mia coscienza ma in una situazione completamente diversa, che agisce nel passato. Detesto la compiacenza con cui pensiamo a chi ci ha preceduto, o a chi vive in altre condizioni di vita, come a persone più semplici. Sono per attribuire sempre agli altri una mente complessa e segreta come la mia».

Il libro e gli incontri

McGlue di Ottessa Moshfegh (Feltrinelli, traduzione di Gioia Guerzoni, pagg. 144, euro 15). L’autrice lo presenta il 21 marzo alle ore 21 a Torino, Circolo dei Lettori; il 22 alle ore 18.30 a Milano, Feltrinelli viale Sabotino; il 23 alle ore 16 a Roma, al Festival Libri Come.

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