Addio a Mauro Bene, una vita per Repubblica
di Massimo Giannini«Dov’è Maurino?». Che entrasse in sala riunioni per la famosa messa cantata delle undici, o nel suo ristorante preferito lungo la costa tirrenica, «dov’è Maurino?» era sempre la prima cosa che Eugenio Scalfari chiedeva, a quelli che lo aspettavano in piedi nella vecchia redazione di Piazza Indipendenza o seduti a tavola di fronte al mare. Perché se non c’era lui, Maurino, Repubblica non era Repubblica, e un pranzo non era un pranzo. Persino per un gigante come il nostro Barbapapà, che ha inventato dal niente un’avventura editoriale irripetibile, ma che ha sempre voluto al suo fianco solo amici pieni di passione e di abnegazione, di ironia e di saggezza. E Maurino c’era, c’era sempre, per Scalfari e per tutti noi.
Adesso che Mauro Bene non c’è più, noi piangiamo l’…
«Dov’è Maurino?». Che entrasse in sala riunioni per la famosa messa cantata delle undici, o nel suo ristorante preferito lungo la costa tirrenica, «dov’è Maurino?» era sempre la prima cosa che Eugenio Scalfari chiedeva, a quelli che lo aspettavano in piedi nella vecchia redazione di Piazza Indipendenza o seduti a tavola di fronte al mare. Perché se non c’era lui, Maurino, Repubblica non era Repubblica, e un pranzo non era un pranzo. Persino per un gigante come il nostro Barbapapà, che ha inventato dal niente un’avventura editoriale irripetibile, ma che ha sempre voluto al suo fianco solo amici pieni di passione e di abnegazione, di ironia e di saggezza. E Maurino c’era, c’era sempre, per Scalfari e per tutti noi.
Adesso che Mauro Bene non c’è più, noi piangiamo l’eterno ragazzo che a questo giornale ha dato tutto, e che concepiva il giornalismo come l’altra faccia del suo impegno civico e democratico. Era uno degli ultimi rimasti, tra i “padri fondatori” di Repubblica dov’era entrato a 23 anni e dov’è rimasto per altri 35, di cui 15 da primo vicedirettore. Questa era casa sua, in ogni senso. Ne custodiva i valori, le regole, i vezzi, i tic. Quando fui assunto, nell’87, mi diede subito il primo ordine: «Compra una bottiglia di whisky, poi ti porto da Franco e tu gliela offri: è la prassi, per i nuovi assunti…».
Franco era Magagnini, il mitico Mangiafuoco livornese che governava ululando la sala macchine del giornale, di cui Maurino era il vice e l’allievo prediletto. «Da lui ho imparato tutto», diceva. E lui ha insegnato a noi. I ferri del mestiere, gli arcani della politica. Stava in redazione 15 ore al giorno. Soffriva, ad allontanarsi troppo. «Mauro, oggi andiamo a mangiare un boccone in centro…». «No, lo sai, per me esiste solo l’Osteriaccia…», stambugio buio a due passi da Piazza Fiume. Lo prendevamo in giro, ma che goduria discutere davanti a una gricia sulla sua Lazio o sul “Cinghialone di Arcore” (come chiamava Berlusconi).
Venerava questo lavoro. La lettura maniacale degli altri giornali, perché «se non conosci i tuoi avversari non li batterai mai». Il fiuto quasi animalesco per la notizia, che «non è solo il fatto ma è intelligenza dei fatti». Ricordo riunioni-fiume, quando non sai che giro prende la giornata. Maurino gira silenzioso per l’ufficio centrale, con le immancabili Timberland ai piedi e le mani dietro la schiena. Tutti noi, confusi, aspettiamo che ci dia un’idea, un senso. Lui ce li dà, sempre: «Non avete capito un cazzo, oggi dobbiamo aprire sulle riforme!». E non sbagliava, mai.
Poi c’era questa mostruosa bravura nel condensare un evento o un giudizio in un titolo, una delle tante rivoluzioni di Repubblica che hanno cambiato questa professione per sempre. «Nel titolo ai lettori gli devi dare già tutto, ma un titolo deve anche cantare: uccide la moglie/ a colpi di roncola. La senti la metrica?». Con Garimberti, Botta, Cresto-Dina, Rinaldi, Aquaro e Calabresi abbiamo passato notti indimenticabili, a fare titoli con Maurino. E anche lì, risate e prese in giro. «È scontro», era una delle formule che gli piacevano di più e che aveva trasformato in genere giornalistico. Dopo la chiusura, esausti, arrivava la sua rituale buonanotte: «Ora che fate, sciagurati? Tornate a casa, vi ubriacate e picchiate le mogli?».
Lui non picchiava mai nessuno, anche se andava matto per il motto maoista: “Bastona il cane che affoga!”. La vita era conflitto, anche in redazione. Ma se c’era da rimproverare un cronista per un buco, Maurino non gridava: spiegava, perché così fanno i maestri. Era di sinistra, eccome. Ma grazie al suo equilibrio il giornale non sbracava mai: «Noi combattiamo, ma siamo responsabili, perché siamo Repubblica». Per questo Ezio Mauro, che lo trovò già vicedirettore nel 1996, aveva in lui la stessa fiducia di Scalfari.
E anche per un altro suo pregio, rarissimo in questo nostro corrivo milieu: nel suo ruolo, non coltivava il potere e praticava la lealtà. Una volta mi confessò: «L’editore mi ha invitato al GP di Formula Uno, domenica prossima…». Bello! Ci vai, no? «No, gli ho già detto di no: ognuno al suo posto…». Un’altra volta, ammirati dalla sua idiosincrasia per ogni forma di competizione con gli altri, gli comunicammo la nascita di una “corrente” interna nata contro di lui, con tanto di tessera d’iscrizione e grido di battaglia: «Meglio mejo che Bene». Festeggiammo con una gricia, come al solito.
Viveva troppo il giornale, per non doverlo lasciare con un nodo in gola: «Mi prepensionano, fratellino…», mi disse una sera del 2010. Andò a dirigere l’Agl, Ma chi immagina Napoleone a Sant’Elena si sbaglia. Anche lì si buttò con la passione di sempre, facendo gran giornalismo, tessendo amicizie e dando lustro e dignità a colleghi rimasti sempre in ombra: «Mi diverto, dai, questi ragazzi sono splendidi e c’è ancora da combattere…». Aveva ragione. Sia perché il Caimano menava gli ultimi colpi di coda. Sia perché la salute stava per tradirlo una prima volta.
Aveva superato la crisi, senza piangersi addosso. C’era già un altro Maurino, pronto a godersi fino all’ultimo dei suoi giorni gli amori più veri e più cari. Alessandra, collega, amica e compagna dalla sera della caduta del Muro: «Io e lei siamo la stessa cosa, quindi attento a come parli…». I viaggi a Parigi: «Vieni, a novembre col Beaujolais ci divertiamo...». La casa in campagna, tra gli adorati cavalli e la sua asinella: «Mi si è ferita con il filo spinato, è un dramma…». E invece il vero dramma è oggi, è qui, è adesso, per noi che restiamo e che ti abbiamo voluto bene. Dove sei, Maurino?.