Raffaele Aversa. Il carabiniere partigiano e i suoi “fratelli” che dissero no ai nazisti
di Gianluca Di FeoIl capitano Raffaele Aversa sapeva di essere segnato. Non si illudeva: il 25 luglio 1943 aveva personalmente arrestato Benito Mussolini ed era sicuro che i fascisti gliela avrebbero fatta pagare. Non li temeva più di tanto: era stato al fronte in Russia, aveva visto tutte le debolezze del regime. Non immaginava però che Herbert Kappler avrebbe considerato prioritario dare la caccia a lui e a tutti i carabinieri fedeli al Re, che dopo l’8 settembre stavano creando la prima rete militare clandestina contro i nazifascisti.
Quattro settimane dopo l’armistizio, nelle regioni del Centro-Nord gli uomini dell’Arma vengono catturati in massa con l’inganno e deportati in Germania. Molti si erano già dati alla macchia; altri fiutano la trappola delle convocazioni in caserma e si mettono in salvo all’ultimo minuto. Aversa fino a quel 7 ottobre era rimasto al suo posto, indossando l’uniforme. Poteva scappare al Sud, come in fondo aveva fatto il sovrano, ma più che nel giuramento ai Savoia il giova…
Il capitano Raffaele Aversa sapeva di essere segnato. Non si illudeva: il 25 luglio 1943 aveva personalmente arrestato Benito Mussolini ed era sicuro che i fascisti gliela avrebbero fatta pagare. Non li temeva più di tanto: era stato al fronte in Russia, aveva visto tutte le debolezze del regime. Non immaginava però che Herbert Kappler avrebbe considerato prioritario dare la caccia a lui e a tutti i carabinieri fedeli al Re, che dopo l’8 settembre stavano creando la prima rete militare clandestina contro i nazifascisti.
Quattro settimane dopo l’armistizio, nelle regioni del Centro-Nord gli uomini dell’Arma vengono catturati in massa con l’inganno e deportati in Germania. Molti si erano già dati alla macchia; altri fiutano la trappola delle convocazioni in caserma e si mettono in salvo all’ultimo minuto. Aversa fino a quel 7 ottobre era rimasto al suo posto, indossando l’uniforme. Poteva scappare al Sud, come in fondo aveva fatto il sovrano, ma più che nel giuramento ai Savoia il giovane ufficiale credeva in un’altra missione: «Vedi, qui si sono tutti squagliati — aveva confidato a un collega — . Le truppe che difendevano Roma, i capi militari, le autorità politiche. Siamo rimasti solo noi carabinieri, gli unici che possiamo ancora frenare gli eccessi tedeschi. Il nostro dovere è quello di proteggere la popolazione».
Si è messo al servizio dell’organizzazione creata dal generale Filippo Caruso e solo dopo i rastrellamenti aveva lasciato la caserma: si muoveva presentandosi con l’identità del “dottor Albano, procuratore del Re di Avellino”. Agli ordini del tenente colonnello Giovanni Frignani, l’ufficiale che aveva organizzato l’arresto di Mussolini, aveva il compito di raccogliere informazioni sugli occupanti mentre il Raggruppamento mobile del tenente colonnello Bruno Bixio Bersanetti si occupava di guerriglia. I carabinieri-partigiani nei primi mesi compiono quasi esclusivamente azioni dimostrative: rubano armi e veicoli dai depositi, sabotano binari, liberano detenuti, tagliano linee telefoniche, occupano uffici della Repubblica Sociale. Cercano di evitare sparatorie nel timore di rappresaglie: c’era già stato il sacrificio di Salvo D’Acquisto per impedire la fucilazione di ventidue civili, messi al muro alle porte della metropoli.
Quando gli Alleati sbarcano ad Anzio il 22 gennaio 1944, la liberazione della capitale appare imminente e gli antifascisti si preparano a uscire allo scoperto. Il giorno dopo, Aversa viene convocato a una riunione per pianificare l’insurrezione della città. Ma una spia della Gestapo lo tradisce: lui e i suoi superiori vengono portati dai tedeschi nella prigione di via Tasso. Lì lo hanno torturato in ogni maniera: volevano nomi e indirizzi degli altri ufficiali attivi nella capitale. Kappler è convinto che solo i carabinieri possano mettere d’accordo le anime troppo diverse del movimento di resistenza e fa di tutto per stanarli.
Il calvario di Aversa termina nel modo più atroce alle Fosse Ardeatine. Il rituale dell’esecuzione è noto: le vittime con le mani legate dietro la schiena costrette a seguire i soldati nell’oscurità delle cave, rotta solo dalla luce delle torce, dove l’eco delle pistolettate rende evidente cosa le aspetta. In quell’atmosfera spettrale il capitano Erik Priebke chiede il nome al prigioniero, controlla che sia sulla lista e dà il via libera agli aguzzini. I condannati vengono obbligati a sdraiarsi accanto o direttamente sopra gli altri corpi, spesso di uomini ancora agonizzanti — alcuni sono deceduti dopo giorni — , poi un proiettile ravvicinato, quasi sempre alla testa.
Il capitano muore così, assieme ad altri undici militari dell’Arma. Nella lista dei caduti ci sono il tenente colonnello Giovanni Frignani, l’altro protagonista dell’arresto di Mussolini, e il parigrado Manfredi Talamo, dirigente del servizio segreto Sim apprezzato in Africa persino dal feldmaresciallo Rommel. C’è il corazziere Calcedonio Giordano, 28 anni, passato dalle scuderie del Quirinale ai sabotaggi contro i nazisti. Il più giovane era Gaetano Forte, napoletano di soli 24 anni. Non sono stati i primi — la rivolta armata era iniziata a Napoli nel settembre 1943 — né gli ultimi: fino alla Liberazione si conteranno 2.735 carabinieri morti e 6.521 feriti.