Giorgio Fano. Noi famiglia ebrea scampammo ad Auschwitz ma non alle Fosse
di Claudio FanoIo sono Claudio Fano, ho 89 anni e quindi all’epoca dell’eccidio avevo nove anni. Come ebreo anche io ero un perseguitato, tutta la famiglia era ricercata dai nazifascisti. E se ci avessero preso saremmo finiti ad Auschwitz, come del resto ci sarebbe finito mio padre se non fosse stato ucciso alle Fosse Ardeatine. Papà si chiamava Giorgio Fano, era un giovane commercialista e, da quello che ho potuto ricostruire dalle sue carte, era già abbastanza affermato e si è trovato da un giorno all’altro espulso dall’albo.
Venne identificato verso la fine di settembre, riconosciuto soprattutto per un lembo di abito su cui mamma aveva fatto un rammendo e ricordo che prendemmo la decisione di non vestirci a lutto, l’unica cosa che portammo fu una striscia nera con una stelletta con una piccola rosetta rossa di tessuto che significava parenti di un partigiano ucciso.
Io sono Claudio Fano, ho 89 anni e quindi all’epoca dell’eccidio avevo nove anni. Come ebreo anche io ero un perseguitato, tutta la famiglia era ricercata dai nazifascisti. E se ci avessero preso saremmo finiti ad Auschwitz, come del resto ci sarebbe finito mio padre se non fosse stato ucciso alle Fosse Ardeatine. Papà si chiamava Giorgio Fano, era un giovane commercialista e, da quello che ho potuto ricostruire dalle sue carte, era già abbastanza affermato e si è trovato da un giorno all’altro espulso dall’albo.
Venne identificato verso la fine di settembre, riconosciuto soprattutto per un lembo di abito su cui mamma aveva fatto un rammendo e ricordo che prendemmo la decisione di non vestirci a lutto, l’unica cosa che portammo fu una striscia nera con una stelletta con una piccola rosetta rossa di tessuto che significava parenti di un partigiano ucciso.
Da quel momento in poi andavamo tutte le domeniche alle Fosse Ardeatine, io sapevo ma mia sorella non aveva capito bene cosa era successo, e quel luogo era tutt’altro che adatto ai bambini. A cinquecento metri c’era un tanfo terribile, le grotte non erano state ancora tamponate e avevano un sistema di lampadine elettriche che si spengevano spesso e si restava al buio, con centinaia di casse allineate nel tanfo pieno di umidità. Però queste casse alla fine erano diventate una specie di salotto funebre, le famiglie arrivavano, deponevano sopra le borse, ci mettevano anche i cappotti, all’ingresso esponevano fotografie ma si inumidivano subito, c’erano tanti bambini, tanti coetanei e alla fine noi ragazzini andavamo nel piazzale a giocare.
Quando mi dissero che papà era morto, devo dire che non fu una scena madre, i sentimenti forti non sono un contatto elettrico, lì per lì non te rendi conto, le emozioni le provi successivamente magari da un evento banale che ti fa collegare a quel dolore atroce. Comunque, oltre al rammendo, c’erano altri dati che concorsero al riconoscimento della salma, l’età, la statura, mia madre non ebbe dubbi e lo riconobbe. Seppi che la salma era abbastanza integra, e che il colpo alla nuca aveva deturpato solo metà della parte posteriore del cranio.
Anche a noi bambini ci dissero della morte di papà. C’era una certa libertà e apertura nel far vedere le salme anche ai più piccoli, ricordo la scena straziante di un ragazzino, Giuseppe Bolgia, che aveva perso anche la madre nel bombardamento di San Lorenzo e che a 12 anni vide anche la salma del papà.
Questo evento cosa ha significato nella tua mia vita? Intanto un senso di immensa gratitudine nei confronti di mia madre, rimasta vedova a 33 anni e che, come quasi tutte le vedove delle Fosse Ardeatine, non riuscì a rifarsi una vita, e gratitudine anche per mio nonno che ci è sempre stato vicino. Io e mia sorella abbiamo potuto studiare. E poi c’è il fatto di essere orfani, non so quale sia la vita di un non orfano ma su questo ho riflettuto molto quando ho avuto dei figli. Ho sempre avuto la sensazione che non mi potevo permettere il lusso di scomparire nei confronti dei miei figli. Dall’altra parte, mi ricordo a scuola media una professoressa di matematica che domandava quali fossero i giorni delle prossime vacanze, qualcuno nominò il 25 aprile, allora si chiamava la Festa dei Partigiani e questa prof che commentò «partigiani vil razza dannata» e io che timidamente le dissi qualcosa sui partigiani che ci avevano liberato dal fascismo, ma lei fece finta di niente. C’è un fascismo strisciante che cova sotto la cenere.