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Paola Severino: io, giovane avvocata al processo Priebke

Erich Priebke e sua moglie Alicia Stoll in Argentina prima dell'arresto che lo riporterà in Italia 
L’autrice ricorda quando fu chiamata a difendere la comunità ebraica costituitasi parte civile nel dibattimento contro il capitano SS
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Quando, nel lontano 1977, indossai per la prima volta la toga da avvocato penalista, non avrei mai immaginato che alcuni anni dopo avrei partecipato ad un processo destinato a rimanere nella storia. Avevo naturalmente seguito, nel maggio 1994, le varie fasi della scoperta del luogo in cui Erich Priebke era fuggito dopo la guerra. Ero rimasta colpita dalla spudoratezza con cui Priebke aveva rilasciato una intervista ad un giornalista televisivo americano che ne aveva scoperto il rifugio, anche grazie al contributo della fondazione Wiesenthal.

Avevo ammirato la tenacia e la preparazione giuridica di Antonino Intelisano, procuratore capo del tribunale militare di Roma, nel chiedere ed ottenere dal governo argentino la sua estradizione. Non avrei mai immaginato però che quegli eventi potessero rappresentare il preannuncio di un mio ruolo diretto nella ricostruzione della tragica vicenda.Quando ricevetti, del tutto inaspettata, la telefonata di Tullia Zevi, all’epoca presidente dell’Unione…

Quando, nel lontano 1977, indossai per la prima volta la toga da avvocato penalista, non avrei mai immaginato che alcuni anni dopo avrei partecipato ad un processo destinato a rimanere nella storia. Avevo naturalmente seguito, nel maggio 1994, le varie fasi della scoperta del luogo in cui Erich Priebke era fuggito dopo la guerra. Ero rimasta colpita dalla spudoratezza con cui Priebke aveva rilasciato una intervista ad un giornalista televisivo americano che ne aveva scoperto il rifugio, anche grazie al contributo della fondazione Wiesenthal.

Avevo ammirato la tenacia e la preparazione giuridica di Antonino Intelisano, procuratore capo del tribunale militare di Roma, nel chiedere ed ottenere dal governo argentino la sua estradizione. Non avrei mai immaginato però che quegli eventi potessero rappresentare il preannuncio di un mio ruolo diretto nella ricostruzione della tragica vicenda.Quando ricevetti, del tutto inaspettata, la telefonata di Tullia Zevi, all’epoca presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, con la richiesta di rappresentare l’Unione come parte civile in quel processo nel quale le difese erano state assunte da avvocati all’epoca ben più famosi di me, cominciai a chiedermi perché proprio io.

Dalla Zevi ricevetti due risposte straordinarie.In primo luogo, perché non ero ebrea, e quello delle Fosse Ardeatine era un delitto contro l’umanità, di cui erano stati vittime ebrei e cristiani, a prescindere da religione e razza di appartenenza. In secondo luogo, perché rappresentavo una continuità familiare rispetto alla storia dei miei genitori. Mio padre era stato uno dei tanti giovani che si erano ribellati alla dittatura. Militare, trasferito dalla sua Napoli in una città del Nord, in una caserma–prigione sorvegliata dai tedeschi, fuggì una notte, inseguito dai proiettili, si lanciò in una delle vasche della Lanerossi e lì trascorse tutta la notte all’addiaccio, prima di essere accolto e ospitato dalla famiglia Rossi. Un ricordo di come gli italiani espressero la loro solidarietà con coloro che non volevano subire la dittatura.

Paola Severino durante la presentazione di "Roma 1944" volume di Repubblica dedicato alle Fosse Ardeatine e alla Liberazione 

Intanto, a Napoli, anche mia madre e i suoi genitori cerca-vano di prodigarsi per aiutare come potevano una cittadinanza stremata dalla guerra e dalla fame. Mio nonno, ingegnere, aveva costruito, a confine della sua casa, un rifugio scavato alle pendi- ci della collina del Vomero. Quando suonava l’allarme aereo, gli abitanti della Pignasecca – uno dei quartieri più popolari della città – si distribuivano tra i ricoveri pubblici e quello nell’abitazione dei miei familiari, condividendo quel po’ di cibo che era disponibile e tanta solidarietà.Nel frattempo, mio padre, tra immani peripezie, raggiunse Roma.

Ed è qui che il legame con il processo Priebke si fa forte e chiaro: ospitato da un cugino, che lavorava al Comune di Roma, andava distribuendo alle famiglie ebree tessere false, che consentivano loro di lavorare, procurarsi cibo e, soprattutto, sfuggire alla deportazione. E qui arriviamo all’attentato e al rastrellamento di via Rasella. Quando mio padre raccontava a noi figli di quel tragico episodio, ci sembrava di rivivere con lui quel suono di sirene, quell’andirivieni di camion pieni di persone colpevoli solo di trovarsi lì quel giorno, quella fuga precipitosa che gli consentì di salvarsi miracolosamente, il silenzio durato giorni e giorni sulla sorte di quei poveretti trascinati verso le Fosse Ardeatine e lì uccisi e rinchiusi.

Erano queste le immagini che avevo in mente quando accettai l’incarico di rappresentare la parte civile in quello storico processo e di contribuire alla condanna di Priebke, trovando pieno conforto nella prova e nel diritto.Mai avrei immaginato che, in un processo iniziato a tanti anni di distanza dai fatti, la memoria dei testimoni fosse così vivida e ci consentisse di ricostruire esattamente i contenuti e le circostanze di quella barbara strage, le storie dei detenuti nel carcere politico di via Tasso e quelle dei cittadini qualunque, accomunati solo dal fatto di essere vittime di una cieca vendetta. Né avrei mai immaginato che proprio i miei studi di diritto, intrapresi e proseguiti con tanta passione, mi avrebbero con- sentito di trasformare quel senso di immanenza di un episodio tanto remoto nel tempo nella tesi giuridica della imprescrittibilità dei delitti contro l’umanità e dei crimini di guerra.

La convenzione di Ginevra fotografava in maniera perfetta la sensazione che noi tutti vivemmo in quel processo: le ferite arrecate da quel tipo di reati non si rimarginano mai e la memoria rimane a perenne baluardo di tutela delle vittime.Ecco perché ancora oggi è bello vedere i tanti studenti che, nell’anniversario delle Fosse Ardeatine, come facevo io nei miei anni di liceo, vengono portati a visitare quel sacrario. Per non dimenticare quel che è accaduto e che purtroppo ancora oggi si ripete nelle tragiche guerre cui impotenti stiamo assistendo.

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