Hong Kong – Pioveva a dirotto la sera del 30 giugno 1997, quando l’allora principe Carlo assolse all’ingrato compito di rappresentare la corona britannica nella cerimonia di riconsegna di Hong Kong alla Cina. Ora, sullo stesso posto – il Convention and Exhibition Centre – splende un sole estivo. Dentro la nuova ala scintillante che affaccia su Victoria Harbour, Hong Kong celebra quella che qualcuno, qui, chiama la settimana della tregua. Nel nome dell’arte, almeno.
L’edizione asiatica di Art Basel, la fiera del contemporaneo più grande del pianeta, è tornata ad aprire i battenti fino al 30 marzo come prima della pandemia. E proprio a pochi giorni dall’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale che impone anche sull’isola pene più severe contro il dissenso. Business is business, in ogni caso. Secondo l’ottavo Art Basel and Ubs Global Art Market Report, nel 2023 la Cina ha superato la Gran Bretagna anche per…
Hong Kong – Pioveva a dirotto la sera del 30 giugno 1997, quando l’allora principe Carlo assolse all’ingrato compito di rappresentare la corona britannica nella cerimonia di riconsegna di Hong Kong alla Cina. Ora, sullo stesso posto – il Convention and Exhibition Centre – splende un sole estivo. Dentro la nuova ala scintillante che affaccia su Victoria Harbour, Hong Kong celebra quella che qualcuno, qui, chiama la settimana della tregua. Nel nome dell’arte, almeno.
L’edizione asiatica di Art Basel, la fiera del contemporaneo più grande del pianeta, è tornata ad aprire i battenti fino al 30 marzo come prima della pandemia. E proprio a pochi giorni dall’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale che impone anche sull’isola pene più severe contro il dissenso. Business is business, in ogni caso. Secondo l’ottavo Art Basel and Ubs Global Art Market Report, nel 2023 la Cina ha superato la Gran Bretagna anche per l’arte, attestandosi al secondo posto del mercato mondiale con una fetta del 19 per cento (gli Stati Uniti, primi, sono al 42). Con il suo sistema di benefici fiscali senza eguali, Hong Kong continua a giocare una partita decisiva nel settore. È il soft power, bellezza.
Come dimostra anche, lo scorso gennaio, l’esordio del grande spazio espositivo di Hauser & Wirth, colosso della vendita di opere, a Queen’s Road. «La Cina ha ancora bisogno di questo porto franco – dice qualcuno alla vigilia della fiera – ma poi, se parliamo della vita dei singoli artisti, è diverso. In tanti, negli ultimi anni, sono andati via». I super collezionisti no: sciamano tra un concerto segreto di Sophie Ellis-Bextor, arrivata per 30 minuti di canzoni – ma bastava Murder on the dancefloor, tornata hit – e un buffet al Rosewood Hotel o al Peninsula, dove Nicole Kidman ha girato la serie tv Expats. Affollano la sede di Christie’s con la mostra dedicata all’Africa, più trendy che politica. Sfrecciano con le fuoriserie sul Peak, tra viali e ville fantasma che piacerebbero a David Lynch. Giocano in questa Disneyland tutta per loro, e maledetta Taylor Swift che ha preferito esibirsi a Singapore! Ma la domanda che si sussurra – nemmeno troppo a bassa voce – tra gli stand delle 240 gallerie arrivate da più di 40 paesi è semplice: che cosa cambierà?
Aenon Loo ha lanciato Gallery Exit nel 2008: «Parte della mia famiglia è emigrata altrove. Ma a Hong Kong siamo abituati ad adattarci sin dai tempi dell’Impero britannico – dice, mentre digita sullo smartphone – Dipende da quanto gli artisti vogliano spingersi in là. La vede? Anche quest’opera può essere considerata politica». E indica un dipinto di Chow Chun Fai in cui sono ritratti personaggi da Trono di spade cinese con l’eroe in primo piano che recita: «Voglio che questi immortali scendano dall’alto dei loro cavalli e sperimentino il mondo dei mortali». A proposito di divinità, tre ritratti di Deng Xiaoping campeggiano da Star Gallery. Il successore di Mao è in primo piano, in uno scatto rubato. In un altro fa una faccia buffa, accogliendo il petroliere americano sostenitore di Nixon Armand Hammer. «A Pechino non potremmo esporre queste foto – chiarisce Zoe Wang Yuan – Le pose informali del leader non si mostrano. Ma sa chi è il maggiore collezionista di queste immagini realizzate da Liu Heng Shing? Proprio la famiglia Xiaoping. In Cina un artista è libero di esprimersi, certo. Bisogna trovare il giusto modo di farlo e di mostrarlo in sicurezza».
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Ad Art Basel Hong Kong tutta l’arte dell’Asia]]
Ad Art Basel la politica è un gioco. Ming Wong, di Singapore, ha installato un grande campo di ping pong dove la pallina gigante è divisa in due parti riempite da schermi che rimandano ai momenti dell’avvicinamento diplomatico tra Cina e Stati Uniti, negli anni Settanta. I bambini, invece, si divertono a calpestare il parco giochi realizzato da Li Wei, di Pechino. A ben guardare, su scivoli e giostrine, ci sono manichini di ragazzini in uniforme scolastica che hanno le facce di Vladimir Putin, Barack Obama, Justin Trudeau, Angela Merkel. No, un leader cinese tra loro non c’è. Frank Wang Yefeng, di Shanghai, espone un’opera di computer graphic con protagonista un umanoide a forma di polpo:
«Storicamente è l’animale simbolo con cui criminalizziamo l’altro – chiarisce – Ho un archivio pieno di mappe del passato in cui il planisfero è attaccato da piovre: la fantomatica minaccia ebraica, la minaccia cinese… gli occidentali in particolare hanno così costruito l’identità negativa del nemico asiatico. Sì, sono cinese e vivo a New York, ma per me la Cina e gli Stati Uniti sono uguali. Le ideologie non mi interessano. Confido nella possibilità di esprimermi sempre e ovunque, anche con l’ironia. Noi artisti dobbiamo guardare oltre e costruire un nuovo immaginario».
Un nuovo immaginario gli artisti asiatici lo stanno costruendo e questo è il luogo migliore per rendersene conto. Ad Art Basel Hong Kong l’opera più fotografata è del giapponese Fuyuhiko Takata: Cut Suits. Nel video, sei giovani uomini si tagliano a vicenda cravatte e completo buono con colonna sonora Il valzer dei fiori di Ciaikovskij. Il risultato è una montagna di stracci, quella che si trova davvero ai piedi dello schermo. «La Venere di Michelangelo Pistoletto? Certo – sorride lui – ma anche la tomba dello stereotipo della mascolinità con un omaggio a Yoko Ono». Ecco, il patriarcato è servito. Nella partita orientale, la Corea del Sud avanza anche qui. Tante le gallerie di Seul, tra cui Hakgojae, diretta da Lisa Shin: «Il cinema e la musica K-pop incidono sul nuovo interesse per la nostra arte. Siamo sorpresi. La Corea è un Paese molto piccolo, con una storia triste, ma questo lo ha spinto verso il riscatto, la creatività e forse anche a capire meglio il resto del mondo». Come fa J. Park, che riproduce nei suoi dipinti le componenti nascoste dentro i nostri device in trame di colore che hanno la dignità di ritratti.
A battere la fiacca sono gli occidentali, invece. Si va sul sicuro con i grandi vecchi Alex Katz, Gerhard Richter, Georg Baselitz, che arrederanno i salotti d’Oriente. Le glorie del passato sono una certezza: nove milioni di dollari per Willem de Kooning; otto e mezzo per Philip Guston. L’Italia è rappresentata quasi come ai tempi del muto: soprattutto Morandi, Fontana, un piccolo Boetti; in ascesa le quotazioni di Salvo. Si incrociano, tra i viventi, Giulio Paolini, un nuovo Francesco Clemente, la sola vera popstar Francesco Vezzoli ed Eugenio Tibaldi. La galleria Artiaco osa con Veronica Bisesti, classe 1991. Qualcuno, prima o dopo, dovrà provare a spingere il nostro mercato più in là.
Ma, intanto, Hong Kong riapre a tutti quelli che se lo possono permettere, così come il nuovo sfavillante museo M+, che per l’architettura di Herzog & de Meuron and Farrell non invidia il MoMA e la Tate. Le sale ospitano la collezione dello svizzero Uli Sigg, ovvero la documentazione dell’ultimo mezzo secolo di arte cinese, comprese le opere che irridono il potere e persino un Ai Weiwei. Perché, poi, a spiegare le contraddizioni di Hong Kong, forse, sono le stesse parole del governatore John Lee. Lunedì, inaugurando il primo HK International Cultural Summit con direttori dei musei e curatori da tutto il mondo a confronto, ha concluso il suo discorso così: «Siamo una comunità aperta e inclusiva, please, spend more in Hong Kong».