Massini da brividi: è la voce di Scalfari
di Clotilde VeltriStefano Massini
«Che volete? Moralisti si nasce. È una iattura, oltre che una vocazione. Perciò sopportatemi se potete», scriveva Eugenio Scalfari nel 1992 quando il mariuolo craxiano Mario Chiesa apriva la stagione di Tangentopoli stravolgendo le cronache di Repubblica. Ed è proprio la cifra morale del suo fondatore ad attraversare l’intero spettacolo di Stefano Massini andato in scena ieri sera all’Auditorium di Roma, sala Sinopoli gremita e palpitante, un’ora e mezza in cui la voce di Scalfari è tornata forte, limpida a tuonare sul palco, fatta carne e sangue dal suo alter ego teatrale.
La pièce si intitola L’Italia secondo Eugenio. Cronache di fine millennio. Sono vent’anni di storia d’Italia e di grande giornalismo raccontati attraverso gli scritti pubblicati su Repubblica e trasformati dallo scrittore e regista in quindici quadri narrativi, lui solo in scena, la luce calda del blu e del rosso a sottolinearne gli stacchi e le musiche di Saverio Zacchei come un coro greco. Lo spettacolo si apre p…
«Che volete? Moralisti si nasce. È una iattura, oltre che una vocazione. Perciò sopportatemi se potete», scriveva Eugenio Scalfari nel 1992 quando il mariuolo craxiano Mario Chiesa apriva la stagione di Tangentopoli stravolgendo le cronache di Repubblica. Ed è proprio la cifra morale del suo fondatore ad attraversare l’intero spettacolo di Stefano Massini andato in scena ieri sera all’Auditorium di Roma, sala Sinopoli gremita e palpitante, un’ora e mezza in cui la voce di Scalfari è tornata forte, limpida a tuonare sul palco, fatta carne e sangue dal suo alter ego teatrale.
La pièce si intitola L’Italia secondo Eugenio. Cronache di fine millennio. Sono vent’anni di storia d’Italia e di grande giornalismo raccontati attraverso gli scritti pubblicati su Repubblica e trasformati dallo scrittore e regista in quindici quadri narrativi, lui solo in scena, la luce calda del blu e del rosso a sottolinearne gli stacchi e le musiche di Saverio Zacchei come un coro greco. Lo spettacolo si apre proprio con la fondazione del giornale: è il 14 gennaio 1976 e Scalfari ha intorno a sé sessantacinque giovani cronisti appassionati e corsari come il giornale che ha appena creato. Un giornale subito travolto dalla burrasca della Storia. Nel 1978 Aldo Moro, tormentato leader democristiano viene rapito dalle Brigate rosse. Scalfari che lo aveva incontrato 28 giorni prima dopo anni di silenzio reciproco, ne raccoglie le preoccupazioni e la volontà di dare vita, per il bene della democrazia, al compromesso storico con il Partito comunista. Moro si staglia, nella voce di Scalfari-Massini, in tutta la sua statura morale, pari solo a quella di Enrico Berlinguer forse il personaggio della nostra vicenda comune che più scalda i cuori degli spettatori. Ancora oggi.
È proprio il discorso del segretario comunista, le sue parole sul significato di “sinistra”, a strappare un brivido alla platea: «In galera con gli operai ci siamo stati noi comunisti; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi comunisti; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi comunisti; con le donne, con il proletariato emarginato, con gli studenti sotto i manganelli ci siamo stati noi. Questo per me, caro Scalfari, è stare a sinistra». Parte Qualcuno era comunista di Gaber e il teatro vibra di emozione. È drammatica la vicenda italiana nelle parole di Eugenio Scalfari. Ma è anche ironica, paradossale, quasi farsesca. La fotografia di Belzebù-Andreotti mefistofelico a un congresso della Dc degli anni Ottanta è scolpita nella storia del giornalismo: «Spunta una figuretta smilza e già ingobbita col capo leggermente inclinato e le orecchie a sventola: ma sì, è proprio lui, il nostro. Allora già viceministro da un paio d’ anni e in fase d’irresistibile ascesa. Sta lassù da quarant’anni. Sempre di più somiglia al ritratto stereotipo che ne fa Forattini». Tanto più i protagonisti della Storia si allontanano da quella sostanza morale di cui Scalfari ritiene debbano essere impastate le istituzioni democratiche incardinate nella Costituzione, tanto più la sua ironia si fa tagliente, folgorante. Massini è bravo a cogliere questa dimensione, a farne il filo rosso dello spettacolo. Così, anni Novanta, è un crescendo la descrizione della festa dedicata dalla Padania al dio Po tra salamelle celtiche alla brace e stendardi con leoni di San Marco, tra parrucche e alabarde e “grida di dagli al marocchino”. Stacco. L’“unto del Signore” Silvio Berlusconi come Wanda Osiris che scende scale immaginarie tra piumaggi e cotillons ma che rappresenta una «pericolosa fascinazione, e che paura» perché è capace di «convincere uno come me che ha gli strumenti culturali necessari per capirne il populismo, la menzogna».
E poi c’è la destra. E Scalfari è quanto mai profetico nell’interpretarne la vocazione autoritaria, affatto moderata, eversiva. Come non guardare all’oggi. Siamo in chiusura. Massini sceglie di consegnarci uno Scalfari intimo, quasi intimorito e timido di fronte ai due giganti che sta per incontrare: Vittorio Gassmann e Marcello Mastroianni, in tre quasi duecento anni. La vecchiaia incombe e loro se la ridono ma è un riso amaro, si avverte la malinconia di tre vite vissute senza risparmio che vedono il meglio dietro di sé ormai dietro le spalle. «Per gli eroi la vecchiaia non può arrivare», dice Massini. Giù il sipario.