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Sul tetto con i Beatles. Cinque anni senza Angelo Aquaro

L’11 aprile del 2019 ci lasciava il nostro collega. Fu vicedirettore di Repubblica e responsabile di Robinson, ma anche firma del giornale. Per ricordarlo, vi riproponiamo un suo servizio di copertina del nostro inserto culturale, dedicato ai “Fab Four”
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Cinque anni fa ci lasciava a 53 anni Angelo Aquaro. Vicedirettore di Repubblica, aveva guidato Robinson, il nostro supplemento culturale, ed era stato corrispondente del nostro quotidiano in Cina e negli Stati Uniti. Nel nostro giornale, dove era arrivato dopo un periodo al Corriere della Sera, aveva ricoperto tutti i ruoli che contano per impadronirsi della “macchina”, ma non dimenticava la scrittura: sincopata, flamboyant, musicale. Del resto la musica era la sua grande passione. Lo ricordiamo riproponendo ai nostri lettori questo pezzo, scritto per la copertina di Robinson pochi mesi prima di lasciarci, prematuramente e dolorosamente. È, come Angelo, un pezzo brillante, denso di informazioni, e con un guizzo finale di speranza, uno sguardo verso il cielo. Noi lo sappiamo, Angelo, che in cima a quel roof londinese, insieme ai fantastici quattro, ci sei anche tu.

Dalla Cavern di Liverpool al cielo di Londra neppure i nostri Quattro, per quanto Favolosi, avrebbero potuto immaginare l’ennesimo balzo in avanti quella mattina del 30 gennaio 1969, cinquant’anni fa: il giorno che i Beatles inventarono il live.

Dice: scherziamo? La musica dal vivo esiste da sempre: quantomeno da quando esiste la musica. «Qualcuno, in una caverna, pratica dei fori a un osso svuotato del midollo, lo porta alla bocca e soffia: in un flauto».

Paul Griffiths non lo descrive nella Breve storia della musica occidentale, ma sarà mica difficile immaginare, accanto al primitivo flautista, anche un primitivo ascoltatore. E poi: cantami o diva con quel che segue (di pubblico), i cori medioevali e le sfide tra organi barocchi, un certo Wolfgang Amadeus Mozart che fa impazzire le corti (nascita del divismo), giù giù fino al povero Sergej Rachmaninov scappato dai soviet e costretto fino alla morte in tour per gli Usa — con la beffa di Eric Carmen che gli fregò pure il Piano Concerto N.2 in All by myself.

E allora che c’entra il rooftop concert, il concerto sul tetto di Londra? A cercare una data simbolo, anche limitandoci al rock, non sarebbe meglio spingersi più in là, 15 agosto 1969, nel tripudio di Woodstock? Ma soprattutto: com’è che un concerto nato per promuovere un disco, e uno special-tv che poi diventerà il film Let it be, un concerto nemmeno annunciato e senza paganti, avrebbe finito per rappresentare la madre di tutti gli show?

Beh, perché profetica fu la scelta di scommettere sul live quando tutti, Beatles compresi, puntavano sulle magie da studio: e oggi il 59% dei guadagni (fonte Midia Research) viene dai tour e solo il 9% dai dischi. Perché fu il trionfo dell’happening: e oggi il live, spiega Simon Frith in The Routledge reader on the sociology of music, è «la forma più vera dell’espressione musicale».

Perché nella follia del concerto sul tetto, cari Pink Floyd, c’era già lo show nei posti più impensabili, da Pompei al Muro di Berlino. E perché quel live fu profeticamente multimediale: ok, Jean-Luc Godard aveva ripreso i Rolling Stones in Sympathy for the devil, ma Michael Lindsay-Hogg che insegue i Quattro durante le prove, liti comprese, è un vero reality show prima-che.

Può bastare? La verità, dice a Robinson Steve Waksman, il prof dello Smith College autore di Instruments of desire e ora al lavoro su una storia della musica live, è che per quanti precedenti puoi trovare «l’influenza dei Beatles era gigantesca. Per questo quel concerto fu fondamentale: anche se il suo peso sembrò meno immediato e si sviluppò nel tempo». E nello spazio. «Woodstock e il rooftop sono i due estremi: il festival immenso e il concerto così piccolo da non avere quasi pubblico. Ma accomunati dalla stessa concezione: la performance evento unico e irripetibile».

Tu chiamala, se vuoi, eterogenesi: dei feeling. Perché quel giovedì che doveva segnare il come back, il ritorno in pubblico dopo 885 giorni — da San Francisco, 29 agosto 1966, apice della Beatlemania — fu invece il giorno in cui i Beatles presentarono Get back: che vuol dire, però, tornatevene indietro. E la canzone che Paul aveva buttato giù prendendo di mira i razzisti anti-immigrati di Enoch Powell, il papà di tutti i populisti d’oggi, finì per diventare il canto d’addio: l’ultimo pezzo dell’ultimo album, Let it be. Indietro, alla fine, erano tornati loro.

Eppure i Beatles, quel giorno, sentivano di avercela fatta: questione di feeling, appunto. Dopo 42 minuti sul rooftop della Apple, la compagnia beatlesiana nel cuore di Londra che avrebbe ispirato il nome all’utopia tecnologica di Steve Jobs, John Lennon esclamò: «Grazie a nome di tutto il gruppo e di ciascuno di noi: spero che abbiamo passato l’audizione».

Risate dal pubblico accorso, impiegati della Apple e curiosi dai palazzi vicini, mentre i poliziotti allarmati dal chiasso non restavano col naso all’insù come i passanti — Hey, sono i Beatles — e correvano sul tetto per interrompere la trasmissione.

Ma non era già un presagio quella scritta, “The End”, grande così, sulle immagini della band che smonta in Let it be, film da 8 Grammy e un Oscar? «Stavano cadendo a pezzi» ricorda Donald Clarke, l’autore della monumentale Penguin encyclopedia of pop music: e tornare a suonare dal vivo avrebbe cambiato tutto?

Quando dicono addio ai concerti, scottati dai troppi yeah yeah ma anche dal razzo sotto i piedi di John a Memphis, il Ku Klux Klan pronto a fargliela pagare per aver detto che i Beatles «sono più famosi di Gesù Cristo», i Quattro seguono senza volerlo la scelta Glenn Gould. È il ’64 e il genio del piano dice basta: in concerto si sente «svilito, un oggetto da vaudeville». L’uomo che leggerà Bach a due velocità — le sue Variazioni Goldberg durano 38 minuti nel 1955 e 55 minuti nel 1981 — teorizza lo studio di registrazione come strumento: «Finiremo per incidere tanti pezzi da rimontare e diremo agli ascoltatori: adesso fate da soli».

Anche John & Paul si erano messi a tagliare e cucire, vedi il capolavoro Sgt. Pepper’s. Ma altro che simbiosi. L’editing può diventare una trappola: di solitudine. John è stanco di sovrapproduzioni e vuole schitarrare senza fronzoli. Paul non ne può più delle “caramelline”, dice, dell’elettronica, e pensa a un album in presa diretta. Alla fine, la salita sul tetto di casa (di produzione) è la via più breve, magari ispirata dalla scappatella dei Jefferson Airplane qualche settimana prima sul roof di un hotel di New York.

La sortita è insomma una scorciatoia, in inglese shortcut, tagliare corto: anche con le liti che sgretolavano la band. Poi, sì, col senno di poi in troppi leggeranno il rooftop come metafora, vedendo ammainare lassù la bandiera degli anni Sessanta. Ma se mezzo secolo dopo siamo ancora abbarbicati a quel tetto non è per assistere al tramonto del mondo che fu. Al contrario. È perché la voglia di suonare alla fine lì vinse: proprio mentre i Beatles affondavano.

È perché live vuol dire, appunto, vivo. E perché su quel tetto continua a perpetuarsi l’illusione dell’eterno che ogni performance ci regala: dal “flautista” di Griffiths agli ologrammi che oggi riportano in concerto Tupac Shakur e Maria Callas. E dai: tutto ’sto frastuono e non li sentite? C’è Ringo con Paul che urla Get back, e il fantasma di George con quello di John che implora straziante Don’t let me down, non deludermi, no no, non deludermi. Non costringermi a tornare giù.

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