Venezia – Palazzo Diedo, nel sestiere di Cannaregio, è un luogo dove la storia si è fermata e riavviata più volte. Realizzato dall’architetto Andrea Tirali per volontà di una delle famiglie più in vista negli ultimi anni della Repubblica marinara e quindi abbandonato. Con la caduta della Serenissima, alla fine del Settecento, i lavori di costruzione si interruppero. L’edificio divenne via via una scuola e un tribunale di sorveglianza. Poi l’oblio fino a oggi. Ora si ricomincia, con opere nuove realizzate in questi mesi da artisti che sono arrivati qui da tutto il mondo per lavorare sul posto, in un cantiere della bellezza, come si faceva una volta. Il pavimento della grande entrata è stato disegnato da Piero Golia; le lampade del portego d’ingresso da Sterling Ruby, partito pure lui da Los Angeles. Dalla California è approdato anche il veterano Jim Shaw, che porta in laguna nuovi affreschi e nuovi eroi per rivaleggiare con la tradizione: con i trionfi di pace e giustizia, le virtù, le…
Venezia – Palazzo Diedo, nel sestiere di Cannaregio, è un luogo dove la storia si è fermata e riavviata più volte. Realizzato dall’architetto Andrea Tirali per volontà di una delle famiglie più in vista negli ultimi anni della Repubblica marinara e quindi abbandonato. Con la caduta della Serenissima, alla fine del Settecento, i lavori di costruzione si interruppero. L’edificio divenne via via una scuola e un tribunale di sorveglianza. Poi l’oblio fino a oggi. Ora si ricomincia, con opere nuove realizzate in questi mesi da artisti che sono arrivati qui da tutto il mondo per lavorare sul posto, in un cantiere della bellezza, come si faceva una volta. Il pavimento della grande entrata è stato disegnato da Piero Golia; le lampade del portego d’ingresso da Sterling Ruby, partito pure lui da Los Angeles. Dalla California è approdato anche il veterano Jim Shaw, che porta in laguna nuovi affreschi e nuovi eroi per rivaleggiare con la tradizione: con i trionfi di pace e giustizia, le virtù, le danzatrici e gli olimpi colorati sui muri più di due secoli fa da Francesco Fontebasso e Costantino Cedini e adesso restaurati come tutto il complesso con un budget da decine di milioni di euro. Urs Fischer, lo svizzero che solitamente scioglie le sue sculture di cera – lo fece anche non lontano da qua, alla Biennale del 2011 –, in questo caso ha giocato con la permanenza: il confronto con Tiepolo, le gocce che cadono sulla laguna, il rapporto tra interno ed esterno. Anche il giapponese Hiroshi Sugimoto simula il cielo, inseguendo l’illusione della verità come i trompe-l’oeil di un tempo e con un fulmine che squarcia la notte, rimandando alla per sempre misteriosa Tempesta di Giorgione. Carsten Höller , che ci ha abituati a spericolate installazioni-giocattolo, ha finalmente messo a punto la scala di collegamento tra il primo e il secondo piano.
Palazzo Diedo, anonimo Scuola veneziana del '500 (@ Massimo Pistore)
Ancora stanno ultimando i loro lavori concepiti per l’occasione Ibrahim Mahama, Mariko Mori, Aya Takano, Lee Ufan e Liu Wei. Sono 11 in tutto a testimoniare che Palazzo Diedo non è più un castello addormentato, ma uno spazio di produzione. È questo almeno l’intento di Nicolas Berggruen, filantropo e collezionista che, dopo la Casa dei Tre Oci, sede europea del Berggruen Institute, ha rilevato e fatto restaurare questo edificio che sarà inaugurato il 20 aprile, lo stesso giorno di apertura al pubblico della Biennale d’Arte di Venezia. «A Palazzo Diedo, ospiteremo artisti che realizzeranno il loro lavoro a Venezia, in questi stessi spazi – spiega Berggruen – Daremo vita a un programma di residenze. Non si tratterà di una altro museo. Qui si creerà qualcosa di nuovo, destinato a restare e a confrontarsi con il contesto».
Janus è il titolo della prima mostra in programma (fino al 24 novembre) che raduna tutti i progetti site specific, permanenti e temporanei, dei primi 11 artisti coinvolti. Curata da Mario Codognato, direttore di Berggruen Arts & Culture, e da Adriana Rispoli, dà l’avvio alla nuova fase di Palazzo Diedo. Che sarà anche cinema: tutti i giovedì proietterà OUSS, l’ultimo film di Koo Jeong A, che rappresenta la Corea del Sud alla Biennale di quest’anno, mentre The Kitchen di New York proporrà Browning 2025 di Rhea Dillon, londinese afrodiscendente. Polaroid Foundation con John Reuter, invece, chiederà agli artisti in mostra di creare un prodotto originale, usando il classico formato 20x24. Il 22 giugno, Hans Ulrich Obrist animerà una delle sue maratone di interviste con creativi, filosofi e scienziati.
Palazzo Diedo, "Il trionfo della pace e della giustizia" di Francesco Fontebasso (dettaglio, @ Massimo Pistore)
«Per la prima mostra abbiamo scelto il titolo Janus in omaggio alla divinità bifronte: in questo caso uno sguardo è rivolto al passato e un altro verso il futuro – dice Codognato, che da bambino, negli anni Settanta frequentava queste stesse stanze che erano la sua scuola – La chiusura fu uno dei simboli del depopolamento di Venezia. Ora siamo orgogliosi di essere riusciti a trasformarlo in uno spazio aperto alla città». Città che ormai vanta un’offerta culturale extralarge ed è sempre più oggetto di attenzione del collezionismo internazionale. «Venezia conta quarantamila abitanti e un’offerta gigantesca che si è ormai allargata a tutto l’anno, rispetto al passato – precisa il curatore – La Biennale fa da punto di riferimento, ma in Italia, in genere, si fa pochissima sinergia. Il nostro intento è di avviare scambi con altre istituzioni in laguna».
Decorazione Palazzo Diedo, "Il merito coronato dalla virtù", opera di Costantino Cedini (@Massimo Pistore)
Più che spazio espositivo, rispetto alle altre realtà di Venezia, Palazzo Diedo si candida a diventare nuovo luogo di produzione con le residenze d’artista che partiranno il prossimo anno. «Questa città è ormai un centro importante per l’arte contemporanea, ma si limita quasi del tutto all’esposizione e non alla produzione, se escludiamo il vetro – spiega Codognato – Noi, invece, vorremmo dare agli artisti la possibilità di produrre nuove opere a Venezia, vivendo qui per sei mesi e interagendo con la città». Continueranno gli scambi sull’asse tra Los Angeles – dove Nicolas Berggruen è di casa – e Pechino, sede asiatica del Berggruen Institute. Venezia resterà al centro, rinnovando la sua posizione di porta aperta tra Occidente e Oriente da cui Marco Polo, scomparso 700 anni fa, partì per il suo viaggio.
Jim Shaw al lavoro (Palazzo Diedo)