✕

Al via la Biennale di Venezia Israele chiude per protesta

L'ingresso della Biennale di Venezia 

Ascolta l'audio

L’artista e le curatrici del padiglione: “Aspettiamo il rilascio degli ostaggi e il cessate il fuoco”. Una mossa che disinnesca le contestazioni annunciate. In un’esposizione in cui la geopolitica conta quanto la creatività
2 minuti di lettura

VENEZIA – Sul vetro è attaccato un cartello: «L’artista e le curatrici del padiglione israeliano apriranno la mostra quando saranno raggiunti il cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi». Fuori qualcuno scatta foto con il cellulare, spiando l’interno dove si intravedono – riflessi permettendo – alcune antiche statuette e un video. Cinque militari presidiano il vialetto di ghiaia. Colpo di scena alla Biennale di Venezia: nel giorno in cui la sessantesima edizione festeggia la sua anteprima aperta a pochi, Israele si sfila.

Tiene chiuse le porte nel gran summit del contemporaneo che ogni due anni si celebra in laguna. Tanto per dimostrare, ancora una volta, che l’arte è anche questione di geopolitica. Le due curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit hanno deciso di comune accordo con l’artista quarantenne Ruth Patir, attiva a Tel Aviv. Ma per loro non si tratta di una cancellazione come quella richiesta dalla raccolta di firme per boicottare il padiglione prima dell’inizio della manife…

VENEZIA – Sul vetro è attaccato un cartello: «L’artista e le curatrici del padiglione israeliano apriranno la mostra quando saranno raggiunti il cessate il fuoco e un accordo sugli ostaggi». Fuori qualcuno scatta foto con il cellulare, spiando l’interno dove si intravedono – riflessi permettendo – alcune antiche statuette e un video. Cinque militari presidiano il vialetto di ghiaia. Colpo di scena alla Biennale di Venezia: nel giorno in cui la sessantesima edizione festeggia la sua anteprima aperta a pochi, Israele si sfila.

Tiene chiuse le porte nel gran summit del contemporaneo che ogni due anni si celebra in laguna. Tanto per dimostrare, ancora una volta, che l’arte è anche questione di geopolitica. Le due curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit hanno deciso di comune accordo con l’artista quarantenne Ruth Patir, attiva a Tel Aviv. Ma per loro non si tratta di una cancellazione come quella richiesta dalla raccolta di firme per boicottare il padiglione prima dell’inizio della manifestazione, promossa tra gli altri dalla fotografa e attivista Nan Goldin. «Detesto farlo, ma è importante – dice Patir – Come artista ed educatrice mi oppongo fermamente al boicottaggio culturale. Ma ho serie difficoltà nel presentare un progetto che tratta della vulnerabilità della vita, in un momento in cui questa viene disprezzata».

Le curatrici precisano poi: «Sono passati sei mesi dall’attacco a Israele del 7 ottobre e dall’inizio della guerra orribile che furoreggia su Gaza. Non se ne vede la fine, c’è solo la promessa di altro dolore, perdite, devastazione. La mostra è pronta e il padiglione attende di aprire. L’arte può aspettare, ma le donne, i bambini e le persone che vivono in quell’inferno no».

Il padiglione di Israele chiuso per protesta 

Negli anni Sessanta, in pieno apartheid, il Sudafrica venne bandito dalla Biennale. William Kentridge, che di quel Paese è l’artista più importante in assoluto, non ha dubbi: «Penso che quella presa dall’artista e dalle curatrici di Israele sia una buona soluzione. Ha una sua forza. Era la cosa migliore da fare alla fine». La scelta di tenere chiuso il Padiglione di Israele non è stata concordata con il governo del Paese. Per tutta la giornata Patir, Lapidot e Margalit sono rimaste chiuse nelle loro stanze d’albergo. «Abbiamo paura che le nostre parole possano essere strumentalizzate». Non solo qui, ma anche a Tel Aviv. C’è commozione, hanno i brividi, fanno sapere. Per la stessa Biennale, quella porta sprangata al pubblico il martedì mattina è stata una sorpresa improvvisa, dopo i continui confronti nelle ultime settimane.

«Di certo è una scelta coraggiosa – commenta il direttore brasiliano Adriano Pedrosa – Presentare un lavoro in un momento così particolare è difficile». Sin da lunedì, mentre ai Giardini e all’Arsenale si procedeva con gli ultimi ritocchi, voci insistenti davano per certa una manifestazione dimostrativa davanti al Padiglione di Israele. Le tre donne responsabili del progetto (M)otherland su nuove tecnologie, fertilità ed estetica del potere hanno disinnescato la polemica su di loro. E la memoria corre a due anni fa, quando i giovani artisti Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva e il curatore Raimundas Malasauskas, non certo vicini al governo di Putin, scelsero di non presentarsi più a Venezia per rappresentare il Padiglione della Russia.

A guardarla, la mappa dei Padiglioni nazionali della Biennale riassume l’equilibrio fragile del mondo di oggi. Accanto a Israele, ai Giardini, ci sono gli Stati Uniti, ora con i colori indigeni di Jeffrey Gibson. Segue subito la Finlandia, che solo un anno fa entrava nella Nato per difendersi dalla Russia che, anche qui, è a pochi metri. Sul vialetto laterale si incontra il Giappone, ma la strada è dominata dalle tre super potenze europee: Francia, Germania e Gran Bretagna che domina in alto. E l’Iran? No, è lontano, tagliato fuori da Giardini e Arsenale, aprirà la sua mostra a Palazzo Malipiero, fuori dai radar dei forzati del contemporaneo.

La Russia resta chiusa, certo, ma quest’anno ha scelto di subaffittare il suo spazio vuoto all’alleata Bolivia. Pure qua, sulla facciata, c’è un cartello che recita: «L’arte e la cultura ci mostrano la strada per restare umani, senza considerare quali siano le nostre differenze. Siamo tutti stranieri da qualche parte e comunque uguali. Ci vediamo domani».

Leggi i commenti