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Leone d’Oro della Biennale di Venezia alle artiste maori del Mataaho Collective

Le artiste di Mataaho Collective ricevono il Leone D'oro 

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Sono le autrici del progetto all’Arsenale. L’Australia vince con il suo Padiglione. Prima menzione per un artista trans. Record di visitatori nel primo giorno di apertura al pubblico
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VENEZIA. Queer, femminista, vicina alle culture native. La cifra di questa Biennale d’Arte di Venezia. La cifra di questa sessantesima Biennale d’Arte di Venezia si è mantenuta anche durante la cerimonia di premiazione dei Leoni d’Oro, avvenuta ieri in corrispondenza con l’inaugurazione al pubblico della mostra (8697 visitatori, +5% rispetto al 2022 e record assoluto). La politica e le polemiche sui boicottaggi (nonostante un sit-in del movimento Woman Life Freedom davanti al padiglione iraniano) sono rimaste sullo sfondo, con qualche appello alla pace e qualche menzione della difficile situazione internazionale e del conflitto in corso in Medio Oriente.

La Biennale curata dal brasiliano Adriano Pedrosa guarda fin dal titolo Stranieri ovunque a mondi lontani, e la stessa geografia dei premi lo racconta, andando agli antipodi:Il Leone d’oro al miglior partecipante alla Biennale è stato assegnato a Mataaho Collective, un collettivo formato dalle artiste neozelandesi e in parte maori Br…

VENEZIA. Queer, femminista, vicina alle culture native. La cifra di questa Biennale d’Arte di Venezia. La cifra di questa sessantesima Biennale d’Arte di Venezia si è mantenuta anche durante la cerimonia di premiazione dei Leoni d’Oro, avvenuta ieri in corrispondenza con l’inaugurazione al pubblico della mostra (8697 visitatori, +5% rispetto al 2022 e record assoluto). La politica e le polemiche sui boicottaggi (nonostante un sit-in del movimento Woman Life Freedom davanti al padiglione iraniano) sono rimaste sullo sfondo, con qualche appello alla pace e qualche menzione della difficile situazione internazionale e del conflitto in corso in Medio Oriente.

La Biennale curata dal brasiliano Adriano Pedrosa guarda fin dal titolo Stranieri ovunque a mondi lontani, e la stessa geografia dei premi lo racconta, andando agli antipodi:Il Leone d’oro al miglior partecipante alla Biennale è stato assegnato a Mataaho Collective, un collettivo formato dalle artiste neozelandesi e in parte maori Bridget Reweti, Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau. "Ringraziamo Adriano Pedrosa per aver fatto parlare tante voci queer e indigene in questa Biennale, è importante avere una piattaforma di espressione a Venezia» hanno dichiarato le artiste sul palco, dedicando il premio «alle nostre famiglie, che hanno lavorato sodo per farci arrivare qui». Una delle artiste è rimasta in Nuova Zelanda, raccontano scese dal palco a Repubblica, perché sta per partorire: «Può succedere da un momento all’altro, chissà se l’emozione farà nascere oggi questo bambino». E aggiungono: «Ci sono molte storie che non sono state ancora raccontate. L’arte è un modo per portare alla luce il non detto». E, se è vero che in ciascun contesto l’esperienza umana è mutevole e diversa, «l’arte è un modo per comunicare quell’esperienza altra, uno dei pochi luoghi che rimane per farlo, al di là della standardizzazione del consumo e dei social media».

L'artista australiano Archie Moore (ANSA) (ansa)

Parlano di alterità, di una visione del mondo che non ruota più intorno all’Europa e all’Occidente anche gli altri premi, in primis quello del Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale, assegnato all’Australia, rappresentata dall’artista Archie Moore e dal curatore Ellie Buttrose: Moore ha costruito una genealogia che rende giustizia alle sue origini in parte aborigene in parte scozzesi, mettendo in rilievo le ingiustizie subite dagli aborigeni. Nel padiglione, durante il primo giorno di apertura al pubblico, i visitatori chiedevano spiegazioni sulle pile di documenti burocratici che formano parte dell’installazione. Guardandoli, una ragazza piangeva contro la spalla di un amico dicendo «I’m so angry, sono così arrabbiata».

Ma più della rabbia, è il senso di una conciliazione identitaria ciò che gli artisti sembrano voler trasmettere. Come Karimah Ashadu, Leone d’argento, che accenna alla sua esperienza di migrante dalla Nigeria nel discorso di accettazione, o l’argentina La Chola Poblete, una delle due menzioni speciali: «Sono la prima persona trans e non bianca a ricevere un premio alla Biennale», ha detto commossa, ringraziando il curatore Pedrosa, mentre l’altra menzione speciale, l’americana-palestinese Samia Halaby, 87 anni, si è collegata dagli Stati Uniti e ha dedicato il premio «a tutti i giovani reporter di Gaza, per il lavoro che fanno ogni giorno nel raccontare quel che sta succedendo, e l’esperienza di tutti i popoli senza terra nel mondo». Pedrosa ha abbracciato le premiate con il Leone alla carriera, Anna Maria Maiolino, italiana emigrata in Sudamerica nel dopoguerra, che definisce la Biennale «un atto metaforico che ci deve riunire in un momento in cui la pulsione di morte è così forte», e l’artista turca, parigina d’adozione, Nil Yalter, la cui installazione L’esilio è un duro lavoro accoglie i visitatori all’ingresso della Biennale.

E se il neopresidente Pietrangelo Buttafuoco definisce la mostra aulicamente «un’avventura dell’anima», il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano si lancia in una excusatio non petita: «Il nostro dovere è di consentire agli artisti di esprimersi liberamente. Ringrazio Pedrosa che al New York Times ha detto che ha potuto lavorare in piena libertà: era scontato ma sarà sempre così; la libertà va garantita sempre agli artisti».


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