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Gabriele Romagnoli. Anatomia di un istante felice

Lo scrittore raccoglie in volume le puntate della rubrica “La prima cosa bella” che tiene su questo giornale. Pillole di benessere per resistere al buio che avanza
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«Una volta su un sicomoro fui felice /proprio in cima, e levai il mio canto», scrive il poeta americano John Berryman nel primo dei suo Canti onirici. Lo cita Salman Rushdie nel suo ultimo libro, Coltello. Meditazioni dopo un tentato omicidio (Mondadori), in cui racconta l’attentato a lungo temuto e infine subìto in un particolare momento della sua vita: un momento nel quale era molto felice.

La felicità è difficilissima per un narratore, anche senza scomodare la tolstojana faccenda delle famiglie, ma anche per chi semplicemente viva. È quasi un tabù, spiega Salman Rushdie, nel nostro disgraziato tempo funestato da pandemie, guerre, crisi climatiche senza contare il minaccioso ritorno di governi che guardano con cupidigia al fascismo. «Che diritto abbiamo di dichiararci sinceramente felici in questo mondo malato di un’infelicità quasi terminale» si chiede lo scrittore. Eppure un attimo prima della catastrofe, un attimo prima che il destino si avventasse su di lui sotto forma di un col…

«Una volta su un sicomoro fui felice /proprio in cima, e levai il mio canto», scrive il poeta americano John Berryman nel primo dei suo Canti onirici. Lo cita Salman Rushdie nel suo ultimo libro, Coltello. Meditazioni dopo un tentato omicidio (Mondadori), in cui racconta l’attentato a lungo temuto e infine subìto in un particolare momento della sua vita: un momento nel quale era molto felice.

La felicità è difficilissima per un narratore, anche senza scomodare la tolstojana faccenda delle famiglie, ma anche per chi semplicemente viva. È quasi un tabù, spiega Salman Rushdie, nel nostro disgraziato tempo funestato da pandemie, guerre, crisi climatiche senza contare il minaccioso ritorno di governi che guardano con cupidigia al fascismo. «Che diritto abbiamo di dichiararci sinceramente felici in questo mondo malato di un’infelicità quasi terminale» si chiede lo scrittore. Eppure un attimo prima della catastrofe, un attimo prima che il destino si avventasse su di lui sotto forma di un coltello lui era proprio felice, forse più felice di quanto fosse mai stato prima nella sua vita. Accanto alla donna che amava, conosciuta quando ormai aveva abdicato a qualsiasi ambizione sentimentale, i figli grandi, la sua fama di scrittore consolidata, la fatwa ormai alle spalle, così credeva.

Gabriele Romagnoli, nella pagina introduttiva del suo La prima cosa bella (Feltrinelli), non usa mai la parola felicità. Parla invece di sofferenza, lavora in controluce. Arriva un punto nella vita, scrive, in cui la misura della sofferenza è colma. Delusioni, separazioni, tradimenti e lutti si sono accumulati in quantità tale da intossicarci e una persona sensibile non potrà che sentirsi disgustata da qualsiasi loro rappresentazione. Arriva un punto nella vita in cui desideriamo piuttosto ascoltare storie belle.

Ma le storie belle, e ahimè la vicenda di Salman Rushdie lo certifica, sono fragili, impreviste e non arrivano se fischi, come fa il tuo cane. Sono indolenti e casuali, semplicemente capitano. E così come sono capitate in fretta se ne vanno. Tocca fare molta attenzione infatti, perché se siamo distratti neanche ci accorgiamo che sono capitate. Ogni giorno Gabriele Romagnoli fa questo per noi, si mette di guardia come una sentinella. E quando scorge qualcosa di bello ce lo segnala. Di più: lo trasforma in una storia, così che anche i più sbadati potranno finalmente notarla.

Perché in fondo la narrativa fa proprio questo, risolve quel cubo di Rubik che è la vita e mostra la superficie corretta e ordinata per colore, e il lettore adesso la riconosce e se ne incanta. Ognuno dei racconti di Romagnoli, scelti tra quelli della sua omonima rubrica quotidiana su questo giornale, nasce da uno stupore e produce meraviglia. «A volte un’epifania sorprende un uomo una mattina qualsiasi, mentre va in ufficio». Momenti capitati, letti, visti, sentiti o pensati secondo la catalogazione per capitoli immaginata dall’autore. Se fossimo in un romanzo di Simenon quel momento sarebbe il sesso con una sconosciuta, qualcosa che scombina e spalanca una finestra su emozioni che il protagonista neanche immaginava. Ma in quel romanzo di Simenon, proprio come nel destino di Rushdie, subito dopo quell’incanto ci sarebbe il delitto, perché la felicità, più del bello, è solo il tremendo al suo inizio.

La bellezza, dice invece Romagnoli, serve per sopravvivere, come quando Patti Smith viene riacciuffata dal cuoco messicano un attimo prima di affogare in piscina. Aveva ventisei anni e se fosse morta in quella circostanza non avrebbe mai cantato Because the Night. Quel giorno, racconta Patti Smith nella sua autobiografia, dopo aver sfiorato la morte ho mangiato le migliori huevas rancheros della mia vita, cucinate dal mio salvatore.

Che distanza c’è tra una turbolenza in cui tutti vomitano e l’aereo che si schianta contro la cordigliera delle Ande? E quante automobili hanno sfrecciato accanto al neonato che gattonava da solo in mezzo alla strada prima che riuscisse ad attraversarla incolume? Che cosa ha pensato nei tre secondi in cui ha esitato a rispondere il padre della bambina che urlava a squarciagola, perché non ha detto subito di essere lui quello che la piccola - che sarebbe diventata la mamma dello scrittore - rivoleva indietro, garantendosi così di essere rilasciato dai soldati tedeschi durante un rastrellamento? E Amedeo Spinelli, che chiese e ottenne di essere fucilato da quegli stessi soldati al posto del fratello Emilio, padre di sei figli? Millimetri, istanti, quasi niente.

Soffia, per tutti questi racconti di Romagnoli, un venticello dispettoso che si diverte a spostare, di poco, le direzioni, i cartelli, i sentimenti. Tanto quanto basta a far andare a gambe all’aria ogni progetto, ogni teorema. Persino quello di Quarantelli, sociologo americano specializzato nello studio delle reazioni ai disastri, secondo il quale gli eventi catastrofici tirano fuori dall’umanità il meglio, la solidarietà prevale sul conflitto, la società diventa più democratica, svaniscono, almeno temporaneamente, le disuguaglianze, le distinzioni di classe, ci si trova più vicini al senso delle cose. «Il disastro accomuna, sbuccia la superficialità, lascia l’essenza».

Dove sei Quarantelli? Guarda come siamo diventati a pochi anni da una pandemia mondiale, ti sembriamo forse migliori? Pensi ancora che la bontà sia la normalità ma non ce lo diciamo perché è una verità troppo rassicurante?

Per non dire del fulmine, che in piena notte si abbatte vicino alla macchina dell’assassino, illuminandola a giorno e permettendo così alle telecamere a circuito chiuso di registrare il numero di targa. Quale accortissimo assassino avrebbe potuto prevedere un fulmine? Ma soprattutto, come scrive Gabriele Romagnoli, chi sono le persone che vediamo nei sogni?

Il libro

La prima cosa bella di Gabriele Romagnoli (Feltrinelli, pagg. 144,

euro 13)

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