Tre secoli con Kant
di Francesco De LeoNewsletter quindicinale
25 aprile 2024
Immanuel Kant (nato il 22 aprile 1724 a Königsberg, Prussia [oggi Kaliningrad, Russia] - morto il 12 febbraio 1804 a Königsberg) è stato un filosofo tedesco il cui lavoro completo e sistematico in epistemologia, etica ed estetica ha influenzato notevolmente tutta la filosofia successiva. Kant è stato uno dei principali pensatori dell’Illuminismo e probabilmente uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. Grazie al professor Stefano Bacin che insegna all’Università degli Studi di Milano, Storie di Storia, ricorda Kant a trecento anni dalla sua nascita. Buona lettura!
IMMANUEL KANT
Il più importante e influente autore dell’epoca moderna
Di Stefano Bacin (Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano)
Celebrare un centenario rischia di presentare l’oggetto della celebrazione come un oggetto inerte, statico, e superato dagli sviluppi successivi, come un riferimento ormai canonizzato, ma appunto per questo lontano dalle discussioni odierne. Non sarebbe appropriato considerare il terzo centenario della nascita in questi termini, né sarebbe rispondente a come egli stesso intendeva il proprio lavoro e la filosofia in generale. Per noi posteri Kant è uno dei pochissimi autori cruciali nella storia del pensiero occidentale, probabilmente il più importante e influente dell’epoca moderna; eppure, egli sosteneva che in linea di principio “non vi è alcun autore classico in filosofia”. Un classico è, per esempio, un autore da cui “possiamo imparare che cosa sia un buon latino”; ma in filosofia non è possibile nulla del genere: nessun autore presenta un paradigma che possa essere semplicemente seguito. Al contrario, “ciò che è corretto dal punto di vista filosofico non lo si può e non lo si deve imparare” da qualche classico, perché “la pietra di paragone, che è a portata di mano di uno come di un altro, è la comune ragione umana”. Perciò Kant non andrebbe ricordato come un classico nella storia del pensiero filosofico, come un modello canonico, ma in effetti distante dalle nostre riflessioni odierne. Kant è, o può essere, piuttosto un nostro interlocutore diretto di ogni tentativo di mettere a fuoco in che modo la nostra razionalità definisce criteri e principi per tutti gli ambiti della vita umana, individuale e associata. Tali criteri sono intrinseci alla ragione di chiunque e sono dunque accessibili a chiunque. Perciò, invece di presentare una dottrina che va semplicemente appresa, come il manuale di una disciplina da studiare, il complesso edificio teorico costruito da Kant vale anzitutto come un’esortazione a “pensare da sé”, che per lui equivale appunto a “cercare in se stessi (cioè nella propria ragione) la suprema pietra di paragone della verità”. Ciò rende ancora rilevante per noi un pensatore che nacque e operò in un’epoca lontana, in una configurazione politica superata da lungo tempo, ancora nel contesto del Sacro Romano Impero di nazione germanica.
Nel terzo centenario della nascita di Kant abbiamo così, in primo luogo, l’occasione di rinsaldare il dialogo con un pensiero radicalmente democratico e in linea di principio contrario a ogni paternalismo. Ma la “suprema pietra di paragone” che, secondo Kant, la riflessione filosofica deve contribuire a chiarire non si esaurisce in un arido complesso di regole che la razionalità dovrebbe seguire, nei vari ambiti in cui viene esercitata. Ben al di là di ciò, il vero e proprio obiettivo della filosofia è di mettere a fuoco quali esigenze fondamentali si esprimono nei criteri che guidano la razionalità. Kant intese la filosofia, nel suo senso più autentico, come “la scienza del rapporto di ogni conoscenza con i fini essenziali della ragione umana”. Non si tratta, dunque, della ricostruzione di un determinato ambito di oggetti come quella che viene offerta dalle scienze, ma di un’analisi che ha il compito di mostrare come la razionalità con i propri criteri normativi possa orientare l’intera vita degli esseri umani, tanto nella dimensione individuale, quanto in quella collettiva.
Quale sia l’ambizione di una riflessione filosofica intesa in questo modo si mostra in maniera particolarmente incisiva nella concezione della storia e della politica elaborata da Kant. In questi aspetti del suo pensiero emerge un tratto caratteristico della sua prospettiva: la combinazione di uno spiccato realismo, quando non di pessimismo, con quella che potremmo chiamare fiducia nella capacità normativa della nostra ragione, ossia la radicata convinzione della possibilità di individuare e realizzare criteri guida che rimangono validi a fronte di tutti gli ostacoli reali, e che anzi tali ostacoli rendono solo più urgenti. Uno degli esempi più notevoli di questo tratto distintivo del pensiero di Kant è dato dalla sua concezione di una pace perpetua tra gli stati, spesso evocata, ma non sempre compresa nei suoi propri termini. L’insistenza di Kant su quell’obiettivo di una pace perpetua può sembrare l’espressione di un’utopia ingenua, che oggi ci appare semplicemente irrealistica, forse in maniera ancora più pronunciata che nei decenni scorsi. Ma ciò sarebbe molto lontano dal senso della proposta di Kant. L’idea di una pace perpetua, infatti, non si affaccia come l’annuncio del prossimo esito finale del progresso storico e l’ultimo stadio in un processo irreversibile di democratizzazione degli stati. Al contrario, quella proposta nasce da una chiara consapevolezza degli ostacoli inevitabili in tali processi. Del resto, non si può dimenticare che la realizzazione di un tale obiettivo non poteva apparire meno irrealistica nel XVIII secolo, costellato di conflitti armati e di grandi rivoluzioni in Francia e in America. Non soltanto Kant era ben consapevole di tale realtà storica, ma riteneva che essa fosse l’esito naturale di un certo tratto della natura umana, che non può essere obliterato. Così, già una decina di anni prima di pubblicare lo scritto sulla Pace perpetua (1795), Kant aveva anzitutto riconosciuto che nella storia del genere umano hanno un ruolo ineliminabile le tensioni e i conflitti: è appunto il costante contrasto tra gli esseri umani che alimenta la competizione e fornisce così la spinta primaria al progresso, in un continuo affinarsi dell’esercizio delle proprie capacità. È quello che egli chiama l’“antagonismo nella società”, ossia “l’insocievole socievolezza degli esseri umani”: con questo ossimoro Kant caratterizza in maniera incisiva la tendenza degli esseri umani “a riunirsi in società, unita però a una generale resistenza che minaccia costantemente di dividere tale società”. L’esigenza di raggiungere una pace perpetua non cancella queste considerazioni; al contrario: la proposta di Kant è radicata nella consapevolezza dell’inevitabile tendenza degli esseri umani a entrare in conflitto con i propri simili: lo stesso vale per gli stati nei loro rapporti reciproci. Anzi, nelle relazioni internazionali il problema è tanto più grave perché i diversi stati non sono sottoposti a un’autorità superiore. Su queste basi Kant arriva a sostenere: “Così come le violenze da ogni lato e la miseria che ne segue dovettero infine condurre un popolo alla risoluzione di sottomettersi alla coazione che la ragione stessa gli prescrive come mezzo, e cioè a leggi pubbliche e ad entrare in una costituzione statale, così anche la miseria che segue alle guerre permanenti nelle quali gli Stati a loro volta tentano di distruggersi o soggiogarsi a vicenda, deve infine condurli anche loro malgrado ad entrare in una costituzione cosmopolitica”.
Perciò l’ideale di una pace perpetua non costituisce un’appendice moralistica o velleitaria alle analisi di Kant sui fondamenti della condizione giuridica: in esse ha invece la propria base. L’obiettivo di una pace perpetua è presentato da lui come il culmine e l’esito necessario di una concezione del diritto come insieme di norme che ha origine dall’esigenza di riconoscere e garantire a ciascun essere umano la libertà che è sua prerogativa in quanto persona. La necessità di proteggere e consolidare tale diritto fondamentale conduce a istituire le strutture giuridiche che danno forma alle nostre comunità; esattamente allo stesso modo quell’esigenza porta, infine, anche a vedere nell’istituzione delle condizioni che determinino il superamento dello stato di guerra più o meno latente. Non bisogna arrivare a una pace perpetua per garantire il benessere ai cittadini o per consentire il pieno sviluppo della nostra economia, ma per realizzare compiutamente il diritto e ciò che esso richiede. Da ultimo, anche l’esigenza di una pace perpetua poggia, come tutte le norme giuridiche, sul valore che ci è dato dal nostro status di persone: questo è ciò che deve essere garantito. Così Kant non si limita a proclamare la necessità di superare la condizione di guerra che caratterizza i rapporti tra stati, anche in periodo di tregua, ma propone un percorso giuridico per la realizzazione di quell’obiettivo. Indica con precisione le condizioni che condurrebbero a quell’esito necessario; tali condizioni riguardano anzitutto l’assetto interno di ciascuno stato: la piena realizzazione del diritto richiede che gli stati si diano una costituzione repubblicana, superando ogni forma di dispotismo, e solo a tale condizione, propriamente, gli stati possono arrivare a formare la federazione in cui determinare il superamento della condizione di guerra. L’insistenza sulla priorità dell’autentica realizzazione del diritto all’interno degli stati, presi individualmente mostra bene la combinazione di realismo e fiducia normativa, in maniera che a noi può essere forse ancora più evidente che ai contemporanei di Kant: indicare un obiettivo ambizioso non significa che ci si basi su un’analisi ingenua delle condizioni che devono essere soddisfatte perché esso venga raggiunto. Soprattutto, che quell’obiettivo non sia ancora stato conseguito non significa che esso non debba essere perseguito ancora; al contrario, appunto nella tensione verso quell’obiettivo consiste il senso ultimo dell’intero complesso delle nostre istituzioni giuridiche. Per questo Kant chiama la pace perpetua il “sommo bene politico”: essa è il fine alla cui realizzazione devono essere orientate le nostre pratiche nella dimensione della politica e del diritto.
Il lucido realismo che sostiene il pensiero di Kant tocca anche le prospettive della riflessione filosofica. L’attività di un filosofo degno di tale nome è rivolta a indicare le condizioni per “pensare da sé stessi”, in modo da rendersi chiari i criteri da seguire nella nostra attività conoscitiva e nelle nostre scelte; l’impatto più radicale della filosofia dovrebbe essere dunque quello di condurre ogni persona a riflettere criticamente su quali principi adottare nell’usare la propria ragione. Alla regola di “pensare in ogni circostanza da sé stessi” dava il nome di illuminismo, o rischiaramento, che per lui – diversamente che per noi – non è in primo luogo un momento della storia della cultura europea, ma il processo attraverso il quale gli esseri umani si liberano da pregiudizi, superstizioni e condizionamenti, per arrivare a usare liberamente la propria ragione. Ma l’ambizione di una riflessione filosofica così intesa va al di là della dimensione degli individui presi singolarmente, come del resto è evidente dalle posizioni di Kant sulla storia, la politica e la pace. La “liberazione dalla superstizione” in cui consiste l’illuminismo deve essere realizzata nell’intera umanità, non soltanto nella riflessione personale. Kant osservava, però, che gli ostacoli che la filosofia vuole superare sono in realtà particolarmente tenaci quando li si affronta nella dimensione collettiva; egli notava, dunque: “è facile instaurare l’illuminismo nei singoli soggetti per mezzo dell’educazione; è sufficiente avvezzare di buon’ora le giovani menti ad una siffatta riflessione. Ma illuminare un’epoca è impresa lunga e ardua, giacché sorgono molti ostacoli esterni che rendono in parte vana, in parte più gravosa un’educazione del genere”. Il pessimismo di Kant sul fatto che le indicazioni della nostra razionalità vengano davvero seguite su larga scala è esplicito, ma insieme motiva la sua insistenza sulla necessità di un esame lucido di tali indicazioni. In questa luce, con il suo pensiero Kant non è soltanto l’interlocutore in un dialogo sui criteri fondamentali che stanno alla base dell’uso della nostra razionalità, che sarebbe facile intendere come un’astratta discussione accademica: ben al di là di ciò, egli mette in risalto a ogni passo che un esame di tali criteri si muove continuamente in una tensione mai superabile tra l’esigenza di giustificare le nostre pratiche razionali e la fiducia nella possibilità della ragione di trovare in sé criteri validi che la guidino in tali pratiche, nella nostra vita comune. Appunto una diagnosi disincantata delle difficoltà che incontra l’uso della ragione motiva l’impegno a precisare sempre di più che cosa dovrebbe guidare tale uso. Invece di essere un autore classico tra tanti, Kant rimane un interlocutore privilegiato anzitutto in nome della peculiare combinazione di disincantato realismo e fiducia nella nostra razionalità: una prospettiva del genere ci consente ancora di affrontare le tensioni, i conflitti e le sfide del nostro presente – come di ogni presente – con l’indispensabile convinzione che la razionalità ci renda capaci di trovare soluzioni.
Frank-Walter Steinmeier
“I principi di Kant
sulla guerra”
Frank-Walter Steinmeier, Presidente federale della Germania.
In occasione del 300/o anniversario della nascita di Immanuel Kant, che ricorre lunedì 22 aprile, il Presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha inaugurato con un discorso una mostra su parti del manoscritto dell’opera “Per la pace perpetua” del grande filosofo tedesco, avvertendo che un’intesa «ingiusta» per l’Ucraina porterebbe in futuro a un nuovo conflitto con la Russia. «Non dobbiamo mai perdere di vista la prospettiva della pace, anche in tempi di guerra», ha sottolineato il capo di Stato come evidenzia il testo dell’intervento pubblicato sul sito della Presidenza. «Kant ha formulato principi che, anche alla luce delle guerre del nostro tempo, non hanno perso validità: non deve esserci una pace ingiusta che contenga in sé il seme di una nuova guerra», ha affermato Steinmeier con implicito ma chiaro riferimento a quella di Mosca contro Kiev. «E non dobbiamo mai perdere di vista la prospettiva della pace, anche in tempi di guerra, ha aggiunto. «Entrambe le cose sono valide e le nostre decisioni odierne dovrebbero cercare di soddisfare entrambe le esigenze, per quanto difficile possa essere nelle crisi e nei conflitti attuali». «Kant, anche se - completamente figlio del suo tempo – nei suoi primi scritti trattava il concetto di razza in modo del tutto spensierato, era sicuramente uno dei pensatori più influenti della nostra costituzione liberale», ha affermato inoltre Steinmeier come sottolinea ancora il sito di Palazzo Bellevue. Nel suo “Per la Pace Perpetua” del 1795, Kant sviluppa l’ideale di una federazione di stati repubblicani che dovrebbe garantire la pace attraverso un ordinamento giuridico internazionale, sintetizza il sito, precisando che il prezioso manoscritto custodito dall’Archivio di Stato di Amburgo è ora esposto per sei mesi a Schloss Bellevue, a disposizione di tutti. (ANSA).
LA FRASE
“Nessuno Stato può intromettersi con la violenza nella costituzione e nel governo di un altro Stato”
(Immanuel Kant)
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SEGNALAZIONI
Libri:
Kant. Una biografia, di Manfred Kuehn, curato da Stefano Bacin, Il Mulino, 2011
Kant e l’autonomia della volontà. Una tesi filosofica e il suo contesto, di Stefano Bacin, Il Mulino, 2021
La “Critica della Ragione Pratica” di Kant, di Stefano Bacin, Il Mulino, 2022
Documentario: Hans Georg Gadamer legge Kant.
Lezione sul pensiero del filosofo tedesco dal Progetto filosofi, Enciclopedia Multimediale delle scienze Filosofiche. Rai Teche.
Tomba di Kant: Cattedrale di Königsberg, Kaliningrad, Russia
Una semplice lapide per ricordare il filosofo tedesco, sepolto in un piccolo mausoleo nell’angolo nord-est della Cattedrale di Königsberg, oggi Kaliningrad. Il luogo è pieno di fascino.
Ulitsa Kanta, 1, Kaliningrad, Kaliningrad Oblast, Russia, 236039