Calder. Il gran mago della scultura in movimento
di Fiorella MinervinoDalla piazza dove si erge il MASI di Lugano, il Museo d’arte della Svizzera Italiana, si scorge la possente scultura Red Lily Pads (1956), che sembra fremere e muoversi nel rosso dietro la grande vetrata con vista al lago. Era tempo che si ricordasse e si rileggesse con sguardo di oggi e con un vasto e dovuto omaggio l’americano Alexander Calder (1898-1976), una delle figure rivoluzionarie che hanno trasformato l’arte nel secolo scorso, colui che ha “inventato” il movimento nella scultura. Sospendeva e faceva oscillare quelle sue forme coloratissime, organismi metallici tridimensionali, rossi, gialli, blu se non neri, tanto da parer frutto di magia. Piegava e torceva il metallo, lo legava con sottili fili di ferro, disegnando figure tridimensionali nello spazio in un continuo gioco di equilibrio per offrire la dimensione temporale alle opere.
Come se con i Mobiles (così Duchamp li denominò) scolpisse nell’aria; coglieva istanti mutevoli con le sagome e lastre ritagliate che si levav…
Dalla piazza dove si erge il MASI di Lugano, il Museo d’arte della Svizzera Italiana, si scorge la possente scultura Red Lily Pads (1956), che sembra fremere e muoversi nel rosso dietro la grande vetrata con vista al lago. Era tempo che si ricordasse e si rileggesse con sguardo di oggi e con un vasto e dovuto omaggio l’americano Alexander Calder (1898-1976), una delle figure rivoluzionarie che hanno trasformato l’arte nel secolo scorso, colui che ha “inventato” il movimento nella scultura. Sospendeva e faceva oscillare quelle sue forme coloratissime, organismi metallici tridimensionali, rossi, gialli, blu se non neri, tanto da parer frutto di magia. Piegava e torceva il metallo, lo legava con sottili fili di ferro, disegnando figure tridimensionali nello spazio in un continuo gioco di equilibrio per offrire la dimensione temporale alle opere.
Come se con i Mobiles (così Duchamp li denominò) scolpisse nell’aria; coglieva istanti mutevoli con le sagome e lastre ritagliate che si levavano o si fermavano a terra, solide e lievi. Fu Jean Arp invece a battezzare Stabiles, Standing Mobiles, le opere statiche che indagano il movimento nascosto. Calder, peraltro laureato in ingegneria, era un fervido appassionato di astronomia: lo stimolavano la terra, pianeti e satelliti. Come del resto gli animali, le piante, la natura in genere.
Raccontava Ugo Mulas, il grande fotografo che lo ha immortalato a lungo in America, che quel mago da bambino amava gli aquiloni e le marionette; non a caso un primo lavoro nel 1926 è lo strepitoso Circus, una delizia in miniatura (Whitney Museum, New York) ritagliato con fil di ferro.
Sono 35 le opere storiche presentate nella prima retrospettiva da cinquant’anni in Svizzera, dal titolo Calder. Sculpting Time al Museo della Svizzera Italiana, nella sede Lac di Lugano (fino al 6 ottobre). Espone lavori dal 1931 al 1960, forse il suo momento maggiormente creativo e innovativo, in prestito da importanti collezioni pubbliche e private, dalla Calder Foundation di New York al Guggenheim, al Whitney Museum. La mostra, a cura di Carmen Giménez e Ana Mingot Comenge, è allestita come uno spazio aperto e privo di pareti che offre l’opportunità di ammirare a pieno i prodigi dell’artista, partito da studi classici, formatosi nella Parigi anni Venti e dal 1930 avviato all’Informale. Non mancano i primi lavori astratti Sphériques, che lui descrive come «densité, sphériques, arcs e mouvements arrêtés», con un buon esemplare nello Stabile Croisière (1931) e una rilevante selezione di sei Constellations, appese a parete e di altezze diverse, che furono realizzate nel 1943 con l’aggiunta di legno per la scarsità di ferro durante la guerra; il termine fu indicato da Marcel Duchamp e James Johnson Sweeney (come ricordato nel catalogo, edito da Silvana editoriale).
La sala d’entrata presenta opere dei primi anni di sperimentazione dove la ricerca dell’equilibrio è affidata ora a un contrappeso in legno come Cône d’ébène (1933), l’unico Mobile ‘pesante’, privo del consueto movimento e leggerezza, ora a tre piedi che sostengono la lastra rossa in metallo, una fantasmagoria per dare vita al prezioso Big Bird (1937).
Alla parete si ammira uno speciale dipinto di geometrie astratte alla Mondrian, artista prediletto: un giorno mentre visitava lo studio del maestro olandese Calder gli domandò perché non provava a “muovere” le sue opere. Mondrian stizzito rispose: «Non c’è bisogno, hanno già un buon movimento da sole». Quando lo scultore tornò alla confusione del suo studio, dipinse Untitled (1937), una composizione astratta, poi ci ripensò: «no, devo usare le mani» si disse e creò quest’opera con aggiunta di fili di ferro e di una sfera, in modo da conferirle equilibrio e movimento.
La grande sala offre una sfilata di Mobiles grandiosi al centro, mentre ai lati figurano alcuni Standing Mobiles e Mobiles anni Quaranta; l’intenzione era di riproporre l’allegra confusione dei suoi diversi studi, veri laboratori di progettazione ed esperienze; compaiono inoltre alcuni Stabiles che svilupperà in dimensioni grandiose negli Anni Cinquanta–Sessanta per piazze e giardini nel mondo. Ecco Eucalyptus (1940), mobile tra i più famosi: venne presentato per la prima volta alla Galleria Pierre Matisse di New York nel 1940, poi comparve sempre nelle sue mostre più importanti; d’obbligo fermarsi davanti ad Arc of Petals (1941) fra le opere più sorprendenti con i petali che vibrano alla luce e l’aria. Triple Gong (1948 c.) composta di piatti di ottone che potrebbero perfino essere suonati, con speciale attenzione alla musica. Segue la minuscola Aspen (1948) dai fili metallici colorati: come fosse un tavolino in appoggio, è tenuta in equilibrio dai piombini rossi. Trionfa in finale la grande opera creata per la cupola del Museo Guggenheim, appunto Red Lily Pads che si osserva da piazza Luini. Nel catalogo della mostra di Calder nel 1931 alla Galerie Percier di Parigi, Fernand Léger scrisse: «è qualcosa di serio nonostante non dia l’impressione di esserlo», un commento arguto che ne coglie il senso giocoso, la semplicità e ingegnosità.
Spiegano infine le curatrici: «Muovendosi liberamente e interagendo con l’ambiente circostante, Calder sembra dare forma all’aria; cambia continuamente, giocando con il tempo». E aggiungono: «la sua eredità non è solo nella presenza fisica delle opere, ma anche nel profondo impatto del suo lavoro che ha cambiato il nostro modo di percepire e interagire con la scultura. Il suo contributo alla storia dell’arte va ben oltre l’uso innovativo di materiali e nuove tecniche, catturando la sottile essenza di momenti fugaci. Confrontarsi con questa dimensione temporale» concludono «è l’obiettivo di questa mostra».
Vale la pena ricordare che l’Italia lo celebrò solennemente nel secolo scorso, a Palazzo Vela di Torino nel 1983: Renzo Piano realizzò con entusiasmo una indimenticabile personale di Alexander Calder, un intero universo in movimento con i Mobiles che calavano dall’alto creando un’incantevole atmosfera. Così in molti compresero il talento di entrambi.