Con Repubblica il Giappone è più vicino. Una nuova collana con il nostro giornale
di Ilaria Zaffino«Quando vediamo la bellezza della neve, quando vediamo la bellezza della luna piena, quando vediamo la bellezza dei ciliegi in fiore, quando insomma ci imbattiamo e siamo risvegliati dalla bellezza delle quattro stagioni, è allora che pensiamo di più alle persone a noi care e vogliamo che condividano il piacere». Quando nel 1968 riceve il premio Nobel per la Letteratura, primo giapponese a ottenere l’ambito riconoscimento, Kawabata Yasunari pronuncia un discorso intitolato Il Giappone, la bellezza e io. Discorso che può essere considerato sì un manifesto della sua poetica — nella quale, come si capisce già da queste prime parole, il mondo della natura si lega in maniera viscerale a quello dell’esperienza umana — ma è anche un inno alla bellezza e alla sensibilità giapponese.
La neve con il suo algido chiarore, la luna compagna costante che illumina il cammino interiore dei personaggi (elemento cardine nell’universo narrativo di Kawabata e non solo), i ciliegi in fiore in primavera, se da una parte rappresentano paesaggi naturali di calma bellezza di cui il Giappone è patria, dall’altra fanno di questo Paese di cui negli ultimi anni tutto ci attrae — la letteratura, il cinema, le arti, il cibo — la terra dei paesaggi interiori.
È infatti in questo stretto legame tra il dentro e il fuori, l’individuo e il paesaggio, che risiede gran parte del fascino esercitato su di noi occidentali dal Paese del Sol Levante. C’è un termine in particolare a cui i giapponesi fanno riferimento per spiegare questa corrispondenza ed è mono no aware, di cui anche Kawabata con i suoi romanzi si è fatto portavoce: un concetto antico di oltre un millennio eppure ancora al centro di cinema, letteratura, manga e anime, che ben esprime la forte partecipazione emotiva dell’uomo nei confronti della bellezza della natura, con la consapevolezza però che questa, come tutto del resto, è in mutamento e quindi avrà presto fine.
Proprio per andare alle radici di una cultura per molti versi ancora misteriosa, un mondo dove per qualunque cosa di significati ve ne sono più d’uno, Repubblica porta in edicola la nuova collana intitolata Profondo Giappone (da domani con il giornale a 8,90 euro in più). Quindici volumi a cura di Giorgio Rivieccio che mettono al centro ciascuno una parola e da quella poi vanno ad esplorare storia, religione e filosofia, letteratura, arte e cultura del cibo per restituirci un’immagine a tutto tondo del Giappone, tra passato e presente.
Perché «in Giappone accade ciò che mostra la nota xilografia La grande onda di Hokusai, dove i piccolissimi barchini con gli equipaggi assecondano il movimento dei giganteschi flutti che vanno loro incontro», come ci spiega Giorgio Riviecci nella prefazione al primo volume. «Così tutto fluttua, nulla ha un fine prestabilito. E dato che la realtà è in mutamento, nella lingua giapponese esistono tante parole diverse, e concetti diversi, che identificano una stessa cosa, e anche una stessa persona, a seconda del contesto e di chi le osserva o le usa. Tutto ruota intorno a questa visione».
Per questo si comincia domani con il primo volume dedicato alla parola Wa, ideale verso cui tendere nella ricerca di un equilibrio armonioso, ma anche carattere utilizzato agli albori dai cinesi per riferirsi al Giappone stesso, partendo proprio dalle origini. Innanzitutto dalle origini della lingua e del lessico giapponese per scoprire anche i sistemi di scrittura e i fondamenti della calligrafia, o Shodo, arte che aiuta a conoscere se stessi. Una sezione descrive poi il processo di formazione del Giappone come Stato e l’evoluzione delle case dall’antichità a quelle di oggi. Parlando di letteratura arriviamo invece al Novecento con i due Nobel Kawabata Yasunari nel 1968 e Kenzabur? ?e nel 1994, mentre la sezione delle arti non poteva che iniziare con La grande onda, l’opera di Hokusai che è un po’ l’emblema di questa terra che tanto ci piace.
La parola da scoprire con il secondo volume è invece En, che vuol dire legame, connessione. Altro termine che però di significati ne nasconde diversi: il legame tra le persone, tra i destini, le interconnessioni umane e cosmiche, l’attaccamento, ma anche le relazioni tra le parole, come ci spiega Chiara Ghidini, docente di Religioni e filosofie dell’Asia orientale all’Università di Napoli L’Orientale, che alternandosi con altri professori, ricercatori e studiosi di lingua e cultura giapponese, firma le diverse sezioni di ciascun volume di cui è composta la collana.
E, ancora, altro volume altra parola da cui partire. Questa volta — siamo al terzo — tocca a Shizen, cioè natura: termine utilizzato nei testi premoderni giapponesi per fare riferimento a una situazione non alterata dagli esseri umani. Natura che può essere generosa o crudele come ci ricorda anche la storia del Giappone, nel corso della quale l’ambiente naturale ha mostrato ora il suo lato luminoso, donando alberi in fiore e abbondanti raccolti, ora quello più oscuro, provocando calamità e disastri, da inondazioni e tifoni ai più recenti terremoti e tsunami. Disastri che però hanno ispirato nel tempo quel ricco immaginario in forma di storie, leggende e illustrazioni che non smettono di affascinarci.
La collana
Si intitola Profondo Giappone la nuova collana in edicola da domani con Repubblica ogni sabato a 8,90 euro oltre al prezzo del giornale: 15 volumi a cura di Giorgio Rivieccio con i contributi di docenti, ricercatori e studiosi di lingua, storia, religione e letteratura giapponese. A fare da guida in ogni volume c’è un termine giapponese particolarmente significativo, che suggerisce un modo di vivere, di conoscere, di agire. Una parola che funziona come chiave per la lettura e ci accompagna nell’esplorazione dei tanti aspetti di una cultura millenaria ma ancora in costante mutamento: dagli ideogrammi al cibo, dalla moda al cinema, dalla letteratura alla filosofia all’arte.