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Don Winslow: “La mia priorità è battere Trump”

Don Winslow al Salone del libro di Torino 

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Il re del crime americano, ospite della nostra Arena a Torino, racconta che lascerà la scrittura per impegnarsi attivamente contro la rielezione di The Donald alla Casa Bianca
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TORINO

«La vera crime story americana si chiama Donald Trump. Bisogna in ogni modo impedirne la seconda serie». Don Winslow si nutre di realtà da almeno trent’anni e all’Arena Robinson Repubblica ha confessato di non essere mai riuscito a inventare una trama nera come quella dell’uomo che potrebbe ridiventare presidente degli Stati Uniti. Al punto di decidere di non scrivere più per dedicarsi, da oggi a novembre, a un unico scopo: contrastare Trump.

Una minaccia solo per gli Stati Uniti?

«No, un enorme pericolo per il mondo intero, dove purtroppo le destre stanno crescendo di giorno in giorno. Ma, per noi statunitensi, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca significherebbe la fine della…

TORINO

«La vera crime story americana si chiama Donald Trump. Bisogna in ogni modo impedirne la seconda serie». Don Winslow si nutre di realtà da almeno trent’anni e all’Arena Robinson Repubblica ha confessato di non essere mai riuscito a inventare una trama nera come quella dell’uomo che potrebbe ridiventare presidente degli Stati Uniti. Al punto di decidere di non scrivere più per dedicarsi, da oggi a novembre, a un unico scopo: contrastare Trump.

Una minaccia solo per gli Stati Uniti?

«No, un enorme pericolo per il mondo intero, dove purtroppo le destre stanno crescendo di giorno in giorno. Ma, per noi statunitensi, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca significherebbe la fine della democrazia. Può accadere, purtroppo».

Davvero le parole di uno scrittore possono arginare un’onda simile? Qual è il compito dell’intellettuale, oggi?

«Grazie per la gentilezza, ma non penso davvero di essere un intellettuale. Mi considero solo uno scrittore di gialli che ha avuto più successo di quanto meritasse. Il primo compito di uno scrittore è scrivere bene. Il secondo, però, è far sentire la propria voce: le parole sono il mio mestiere e io ho deciso di metterle a disposizione del pubblico insieme alla mia esperienza».

Sembra un’esortazione civile.

«Lo è. Nei mesi che ci dividono dalle elezioni, ci attende una lotta da combattere tutti insieme e con tutte le nostre forze».

Ci dica che il suo addio alla letteratura dopo la trilogia che si chiude con “Città in rovine” (HarperCollins) è una fake news...

«Sorrido e di nuovo ringrazio ma no, confermo che questa notizia è vera. Ho avuto una carriera formidabile che mai e poi mai avrei immaginato così e non mi sembra giusto spingere la fortuna troppo in là. Scrivo trilogie criminali da trent’anni, può bastare. Anche perché, come dicevo, esistono al momento altre priorità».

Ma dopo le elezioni, nulla le impedirebbe di rimettersi al lavoro.

«Non sarà un lavoro, sarà scrittura. E lo sarà soltanto per me».

La sua ultima opera è stata definita un’Iliade noir: qual è il suo rapporto con la grande tradizione?

«Purtroppo ho scoperto i classici tardi, troppo tardi. Questo non mi ha impedito di ritenerli una fondamentale forma di ispirazione: i classici dell’antichità greca e latina assomigliano tantissimo non solo alla storia criminale dell’America, ma alla nostra storia vera e propria. Nel mio piccolo, ho provato a raccontare questa storia. Spero di esserci riuscito».

Perché le trame criminali ci coinvolgono tanto, nei libri e sullo schermo? Eppure, nessuna persona normale ha a che fare con il narcotraffico messicano o con Gomorra.

«Il crimine è l’accelerazione vorticosa di molte pulsioni umane, spinte all’estremo. Il dolore, la brama di potere e di denaro, il desiderio, l’onore, il tradimento, anche l’amore. Nel caso di quest’ultimo lavoro, l’argomento che mi stava a cuore è la fedeltà. A cosa siamo fedeli o infedeli? A quale prezzo decidiamo di esserlo, oppure no?».

Ha ancora senso la classificazione tra generi letterari? Possiamo forse definire “Delitto e castigo” un noir, oppure “La Divina Commedia” un fantasy?

«Forse sì e forse no, perché i grandi libri non sono mai una cosa soltanto. Di certo è sbagliato fare categorie di merito tra un genere e l’altro: un conto sono le differenze, un altro le gerarchie. Il noir non è un genere minore, anche se qualcuno lo pensa. Io scrivo storie senza curarmi di certi giudizi, e sono felice così».

Ritiene che i libri possano migliorare il mondo?

«Oh sì, ci credo e me lo auguro. I libri moltiplicano il numero delle nostre vite e quello dei nostri sguardi: spalancano universi. Io, per esempio, questa mattina in apparenza mi sono svegliato a Torino, città elegante e deliziosa. In realtà, mi trovavo a Londra ed era l’Ottocento. Questo perché mi ero appena messo a rileggere Il Circolo Pickwick di Charles Dickens: vi garantisco che le prime trenta pagine sono una meraviglia assoluta».

Don Winslow, ci racconta come funziona la sua fabbrica di scrittura?

«Si tratta di lavoro, tutto qui. Mi sveglio ogni mattina alle cinque, mi concedo una robusta colazione, leggo il giornale. E poi nessuno pensi che io vada a farmi una bella passeggiata in un giardino fiorito, dove mi verrà incontro la Musa della letteratura per dettarmi le prossime pagine. No davvero! Mi siedo al tavolo, accendo il computer e scrivo dall’alba al tramonto: qualcosa di noiosissimo anche solo a parlarne. Però, ho un metodo rigido: scrivere tanto, perché alla fine qualcosa di buono rimanga. La misura minima è cinque pagine quotidiane, quelle residue, intendo. Per l’ultima trilogia, penso di avere gettato nel cestino non meno di quattrocento pagine, ma direi a occhio molte di più».

Ci farebbe visitare la sua stanza e la sua testa?

«La mia stanza è un luogo semplice e pieno di musica, ad esempio quella di Bruce Springsteen, perché anche la scrittura è una danza nel buio. Sul tavolo ho il tablet, il computer, la tastiera, carta e penna. Ah, dimenticavo, accanto alla scrivania c’è un punching ball».

Scrivere è fare anche un po’ a cazzotti?

«Un po’ sì. È una fatica dura, uno sforzo fisico e non solo mentale».

E nella sua testa cosa c’è?

«Lì dentro non vorrei entrare con una torcia elettrica neppure sotto minaccia di una pistola».

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