Sapete cos’è il “drift”? Si tratta di una droga sintetica che ti fa «sbocciare di sensazioni», anche se l’effetto dura poco. La pippano compulsivamente i giovani protagonisti di White people rape dogs (Einaudi Stile libero) di Jacopo Iannuzzi. In inglese significa «andare alla deriva», e si addice alle loro esistenze, deragliate e vaganti senza meta entro una notte interminabile che gli “cola” in mano.
Remo, Jem, Pingu, Enzo detto Raudi, Francoboy… passano da un furto a una bravata, dall’alcol all’amfetamina, da una festa con sesso selvaggio a una corsa in macchina, sullo sfondo di una imprecisata cittadina del Sud-Est. La loro vita quotidiana somiglia alla stanza di uno di loro: «Un tempio del macabro», nera e disordinata. Leggono fumetti di fantascienza queer, ascoltano musica chill per riprendersi dagli eccessi, quando vanno a trovare un amico in terapia intensiva scoppiano petardi nel parco dell’ospedale. Si muovono in un universo euforico e prossimo alla catastrofe: «In giro c’…
Sapete cos’è il “drift”? Si tratta di una droga sintetica che ti fa «sbocciare di sensazioni», anche se l’effetto dura poco. La pippano compulsivamente i giovani protagonisti di White people rape dogs (Einaudi Stile libero) di Jacopo Iannuzzi. In inglese significa «andare alla deriva», e si addice alle loro esistenze, deragliate e vaganti senza meta entro una notte interminabile che gli “cola” in mano.
Remo, Jem, Pingu, Enzo detto Raudi, Francoboy… passano da un furto a una bravata, dall’alcol all’amfetamina, da una festa con sesso selvaggio a una corsa in macchina, sullo sfondo di una imprecisata cittadina del Sud-Est. La loro vita quotidiana somiglia alla stanza di uno di loro: «Un tempio del macabro», nera e disordinata. Leggono fumetti di fantascienza queer, ascoltano musica chill per riprendersi dagli eccessi, quando vanno a trovare un amico in terapia intensiva scoppiano petardi nel parco dell’ospedale. Si muovono in un universo euforico e prossimo alla catastrofe: «In giro c’è come voglia di rovinare tutto, di sentirsi di nuovo soli e sbagliati».
Ora, se ci si limitasse al contenuto dell’opera prima del talentuoso Iannuzzi - che è nato a Trento nel 1993 – sembrerebbe di trovarsi davanti a una rimasticatura, fuori tempo massimo, di Welsh (Trainspotting: quello stregato vitalismo dentro l’autodistruzione) e di Easton Ellis (ossessione di marche e loghi, sadomaso), travasati in una fiction tv vagamente criminale: sottocultura dello sballo e stucchevole retorica dell’abietto. O anche a un prodotto tardivo dei lontani scrittori “cannibali”, che a metà degli anni ‘90 innovarono l’immaginario attraverso esasperazione della violenza, gusto dell’iperbole, suggestioni tarantiniane (Scarpa, Ammaniti, Nove, Simona Vinci…). Qualche anno dopo la poetica dei “cannibali”, spogliata di qualsiasi tentazione ludica e vezzo letterario, trovò la sua espressione formalmente insuperata nell’opera di Trevisan. Ma a salvare Iannuzzi dal rischio di una involontaria parodia del genere ci sono almeno due elementi: il ritmo della pagina – scandito, estenuato, equivalente della elettronica emo qui evocata – e il punto di vista di Remo, l’io narrante, che rimugina inesauribilmente sull’esistenza, sulla libertà e sul potere. Nel lessico dei protagonisti, tra gergo smozzicato («li trovava noiosi e cringe», la «sbatta», «para» per «paranoia») e una aggressiva afasia, vibra un irriducibile dissidio col mondo. Entro il discorso che intrecciano, si riversa una sgangherata sintassi dell’esistenza, apprensiva e funerea. Mentre la narrazione gli resta incollata come un meticoloso piano sequenza.
La coscienza di Remo aderisce a quell’universo slabbrato ma pure è capace di distaccarsene. Possiede una lucidità superiore: anche lui sbandato, sa sempre esattamente dove si trova. Dentro la psicosi complottista intravede un vuoto: il sogno di palingenesi si scopre solo come un altro “fetish”. Così dirà agli amici, estremisti e cospiratori, in lotta contro le “élite globali”: «Siete dei rivoluzionari, ok, ma vi arrapa l’apocalisse». Poi ci riflette su e conclude che molte altre persone nel mondo, assai piú moderate «si sarebbero riconosciute in quelle sue parole malate. Gente comune, che non mette bombe e non cospira nelle cantine, ma che vive comunque nel segreto desiderio che il mondo come lo conosciamo finisca all’improvviso, che ogni privilegio venga revocato e ogni cosa ricominci da un principio di equità radicale».
Fin dalle prime pagine sente una misteriosa attrazione verso Gioia, il suo profumo di «stoffa e lavanda», il velo di luce opalescente che la avvolge. Si ritrovano nell’intimità: «È bello questo momento, non trovi? ha detto. Quasi perfetto. Stare insieme, noi due…». La loro straziante pendolarità – si avvicinano e si allontanano – attraversa il libro, fino a un’accensione lirica nell’epilogo. Lui pensa a Gioia, trasferitasi a Budapest, che parlava di «un’ altra memoria» – la chiamava loop – in cui ogni cosa è segnata e continua a ripetersi: ci stanno tutti dentro, senza farci caso. Ma per rompere il loop non è necessario sballarsi: «Bastava tipo svegliarsi la mattina e lavarsi i denti con l’altra mano». La meglio gioventù alla deriva cerca nello strappo dell’abitudine una autenticità forse impossibile, e aspira dentro il «silenzioso dolore del tempo» a una purezza che cade dal cielo.
Il libro
“White people rape dogs” di Jacopo Iannuzzi (Einaudi Stile libero, pagg. 136, euro 16)