Una pensione, un esercizio commerciale, trasformato in luogo di sevizie e di torture della banda Koch, uno dei centri di polizia della Repubblica Sociale italiana più feroci della repressione dell’antifascismo durante l’occupazione nazista a Roma. Questo è stata la pensione Oltremare di Roma, situata al quinto piano di un palazzo in via Principe Amedeo, 2 in un quartiere residenziale nei pressi della stazione Termini tra febbraio e aprile 1944. Storie di Storia, newsletter di Repubblica, vi racconta – attraverso le ricerche dell’archivista Andrea Maori – la storia di questo luogo dove oggi c’è la redazione di RadioRadicale.
IL LUOGO DI TORTURE
La Pensione Oltremare
LA STORIA
Di Andrea Maori (Archivista).
Attraverso lo studio degli atti processuali ho voluto dare voce alle dichiarazioni di coloro che salirono le scale di quel palazzo in Via Principe Amedeo 2 a Roma e hanno poi avuto la sorte e la forza di raccontare i giorni di sofferenze passati nella pensione, con dichiarazioni, denunce, testimonianze rese di fronte a magistrati, cancellieri, avvocati e altri testimoni.
Un lungo iter giudiziario che si aprì subito dopo la liberazione della città, avvenuta il 4 giugno 1944, con l’istituzione dell’Alto Commissariato per punizione dei delitti fascisti, e che si protrasse fino al grande processo di Milano del 1946, apertosi con una novantina di imputati, che racchiuse i vari procedimenti contro i componenti del reparto di polizia a Roma e a Milano. Furono invece pochi i procedimenti giudiziari promossi da parenti delle vittime, successivi al processo di Milano, che finirono con assoluzioni.
I testimoni furono messi a confronto durante le udienze del processo. Emerse subito un quadro di accuse molto coerente e omogeneo contro i picchiatori e i delatori al servizio di Pietro Koch, il capo del reparto che prese il suo nome. Furono in particolare gli informatori e l’uso sistematico di sevizie che gli permisero di vantare successi nelle operazioni di polizia contro i partiti antifascisti e il fronte militare dinanzi al capo della polizia, al Ministro dell’interno e agli alleati tedeschi. Koch e i suoi crearono una rete di spionaggio molto efficace, grazie alla spregiudicatezza dei suoi uomini e all’uso indiscriminato della violenza. L’ampia autonomia di poteri polizieschi cui godette il reparto segnò però la sua fine. Infatti divenne una minaccia per lo stesso regime al punto che lo stesso Mussolini ne decise lo smantellamento ad opera della rivale legione Muti.
Le testimonianze, anche se filtrate da vincoli processuali, come la risposta a domande dei magistrati, o ricordi arricchiti di in-formazioni successive ai fatti, fotografano un microcosmo fatto di relazioni umane, che a volte sfiorano il grottesco. I ruoli tra dominatori e dominati sono ben separati; questi ultimi potevano interagire con i primi solo su loro richiesta, non c’era possibilità di mediazione. Non c’erano soggetti esterni che avrebbero potuto prendere le loro difese: il dominio è totale.
L’impatto mediatico del processo milanese fu ampio. I giornali seguirono con grande attenzione le udienze con notizie di cronaca arricchite da note di costume, soprattutto per la presenza di donne nel banco degli imputati, un fatto che incuriosì non poco; fu però l’applicazione dell’amnistia Togliatti e il confronto drammatico tra testimoni e imputati a tenere viva l’attenzione per tutto il periodo di tenuta delle udienze.
Tra i luoghi di detenzione della banda Koch a Roma, la pensione Oltremare è stata quella meno citata nel dopoguerra. L’attenzione si è concentrata sulla pensione Iaccarino di Roma e su Villa Triste a Milano. Eppure lì passarono, per quasi tre mesi, dirigenti del Partito d’Azione, comunisti, membri del fronte militare, aderenti alla rete di O’ Flaherty e semplici cittadini sospettati. Inoltre la pensione servì come luogo di detenzione per un gruppo di vittime che trasportate nel carcere di Regina Coeli poi furono martirizzate alle cave ardeatine il 24 marzo 1944, a seguito della terribile rappresaglia nazista all’attentato dei Gruppi di Azione Patriottica di via Rasella del 23 marzo.
Anche negli atti processuali la pensione è poco citata, se non nelle testimonianze, a fronte di una ampia informazione sugli altri luoghi di detenzione.
Nei resoconti del processo di Milano, molti cronisti, usando una semplificazione insopportabile, citarono quasi esclusivamente la pensione Iaccarino, facendo passare lì fatti ed avvenimenti consumati nella pensione Oltremare. Quello che avvenne alla pensione Iaccarino fu poi amplificato dalla notorietà di alcuni sopravvissuti alle torture come il regista Luchino Visconti di Mondrone e lo storico della letteratura italiana Carlo Salinari.
Il microcosmo repressivo seguiva regole comportamentali precise e monotone nella loro spietatezza. Koch e i suoi agenti procedevano con la parte investigativa e comandavano le operazioni di cattura; aguzzini ben addestrati provvedevano alle punizioni per le risposte deludenti con strumenti contundenti o con minacce di fucilazione. A margine agivano complici come le dattilografe e la cuoca, che avevano un ruolo marginale, ma che furono imputate nel processo di Milano e amnistiate. Le testimonianze rilevano un diverso grado di responsabilità degli imputati, che la Corte prese in considerazione quando emise la sua sentenza il 10 agosto 1946.
Nel dopoguerra nell’edificio, per un periodo, si installò la DELASEM, la Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, l’ente che aveva per scopo di assistere concretamente gli ebrei sopravvissuti alla deportazione che, per i suoi scopi, si appoggiò all’American Joint Distribution Committee e all’UNRRA, l’organizzazione internazionale di assistenza ai paesi usciti gravemente danneggiati dalla guerra. La pensione Oltremare ritornò alla sua attività e prese anche un nuovo nome, Domus. Poi l’oblio.
Nel 1978 i locali si trasformarono nella sede di Radio Radicale, l’emittente del Partito Radicale. Venne inaugurata una stagione di democrazia e di libertà di informazione per tutto il Paese, ma l’amnesia collettiva verso quello che successe nel 1944 tra quelle mura rimase fino al 25 aprile 2012, anniversario della Liberazione. Quel giorno infatti fu inaugurata, con una piccola cerimonia all’ingresso dello stabile, una targa commemorativa a cura del municipio Roma centro storico, dell’ANPI Esquilino Monti Celio “don Pappagallo” e dell’associazione La Lotta Continua.
(…) Organizzatore e capo di una banda armata, cui dava il nome di «reparto speciale di polizia» faceva arre-stare vari patrioti e partigiani che venivano sottoposti alle più atroci sevizie (strappamento di peli, tentativi di soffocamento, estirpazione delle unghie, conficcamenti di spilli nel corpo, scottature, applicazione delle cosiddette «tavolette alla testa» nei luoghi di detenzione siti in Roma nelle pensioni Oltremare e Iaccarino, trasformate in luoghi di tortura).
Così l’Alta Corte di Giustizia per le Sanzioni contro il fascismo, presieduta da Lorenzo Maroni, già Presidente di sezione della Corte suprema di Cassazione, introdusse i capi d’accusa nei confronti di Pietro Koch, nella sentenza che lo condannò alla pena di morte il 4 giugno 1945 mediante fucilazione eseguita il giorno dopo al forte Bravetta di Roma.
Il processo, rapidissimo, si tenne a Roma in un’aula affollata della Sapienza. Difensore di Koch era un avvocato d’ufficio, antifascista, esponente del Partito d’Azione, Federico Comandini che era già stato inserito nella lista nera della banda, come esponente di un partito a cui Koch e i suoi uomini avevano dato la caccia spietatamente, in modo sistematico.
Nella sentenza che lo condannò a morte, vennero riassunte le gesta del corpo di polizia fondato da Koch e appoggi ottenuti per organizzare la caccia agli ebrei e agli antifascisti dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943.
In quei giorni il venticinquenne Koch era a Livorno, in servizio come Tenente dei granatieri. Erano giorni caotici in cui migliaia di giovani si trovarono di fronte alla scelta di dover scegliere da che parte stare, o dalla parte del fascismo o dalla parte degli oppositori al regime di occupazione militare tedesca e alla nascente Repubblica Sociale Italiana (RSI). Koch, dopo alcuni tentennamenti optò per la seconda, rafforzata dall’idea di trovare un impiego remunerativo, al servizio del nuovo fascismo repubblicano, al quale si iscrisse. A Firenze, si mise agli ordini del famigerato centurione della milizia fascista Carità, capo di una banda di predoni e di torturatori di patrioti e di antifascisti, che egli non solo emulò, ma cercò subito di sopraffare, intollerante come era dell’altrui superiorità gerarchica.
Nel frattempo la RSI consolidò la sua struttura organizzativa: Ministro dell’interno fu nominato Guido Buffarini Guidi e Capo della polizia Tullio Tamburini. Koch nel giro di poco tempo, si fece notare ed entro il dicembre 1943 fu destinato a Roma al suo primo comando autonomo. Da Tamburini ottenne l’autorizzazione a costituire e dirigere un reparto speciale di polizia come quello del Carità, per la repressione dell’antifascismo e antinazismo e la persecuzione degli ebrei e dei patrioti
Il gruppo cominciò, quindi, la sua attività a Roma, collaborando assiduamente con le SS di Kappler. Ancora l’antifascismo era poco visibile, ma era percepita una sua costante crescita organizzativa. A Koch venne assegnata quindi la funzione di predisporre un servizio di intelligence e gli fu concessa ampia autonomia per organizzare il suo reparto. Si trattava di un organismo autonomo con l’obiettivo principale di dare la caccia agli oppositori del regime repubblichino e delle truppe di occupazione naziste.
Nella riorganizzazione dello Stato operata dalla Repubblica Sociale Italiana, di fronte allo sbandamento derivante dall’armistizio che aveva scardinato l’esercito e le altre forze armate, reparti come quella di Carità o quella di Koch agivano con un ruolo di supporto nella repressione dell’antifascismo e del dissenso politico. Formalmente queste formazioni avevano una forte autonomia organizzativa interna ma rispondevano direttamente alle gerarchie fasciste e a quelle tedesche.
La formazione della banda Koch si inserì quindi nel tentativo di rispondere, con pugno di ferro, alla ribellione antifascista e partigiana che si stava organizzando.
Esponenti del vecchio squadrismo rimasti al margine del partito fascista e giovani fanatici estremisti come Koch ritennero che con l’avvento della RSI fosse giunto il momento propizio per liberarsi dei gerarchi più corrotti e opportunisti e dare una svolta decisa alla lotta contro la nascente, variegata resistenza al regime repubblichino.
Prosegue la sentenza: La banda da lui organizzata e composta di elementi che egli stesso aveva diligentemente scelti tra i peggiori cri-minali, - riporta la sentenza che lo condanna a morte - prese il suo nome e cominciò ad operare sotto la sua direzione e alla sua esclusiva dipendenza, sovvenzionata largamente con i fondi dello pseudo governo repubblicano. Sorta in un campo di assoluta ed aperta illegalità, sotto il nome di «reparto speciale di polizia» la banda non fu che lo strumento dei fascisti e dei nazisti per soffocare, attraverso una vasta e complessa attività criminosa, ogni legittimo senso di ribellione e di riscossa, e stroncare ogni contraria organizzazione, non solo di carattere politico, ma anche militare. Il capo delle S.S. tedesche, generale Wollf [sic! Wolff], e il capo della polizia repubblicana avevano dato a Koch ampi poteri. Della scelta dei gregari e del loro armamento egli solo fu l’arbitro; l’autorizzazione a portare armi soltanto a lui era stata data, perché si credette di giustificarla con la no-mina, prima a commissario, e poi a Questore, che gli fu conferita per la grande fiducia che, a suo dire, aveva sa-puto ispirare.
Koch mostrò subito capacità organizzative notevoli e spregiudicatezza nei metodi: a dicembre 1944 riuscì ad arrestare il generale Mario Caracciolo di Feroleto, già comandante della V armata di stanza nell’Italia Centrale, uno dei pochi alti ufficiali italiani ad organizzare un tentativo di difesa del territorio italiano contro la Wermacht.
Caracciolo era stato arrestato nel convento di San Sebastiano sull’Appia a seguito di una delazione del Tenente Colonnello Marino.
Questa fase iniziale dell’attività del reparto è segnata da un’al-tra operazione clamorosa: l’attacco attuato la notte tra il 21 e il 22 dicembre 1943 al Seminario Lombardo all’epoca situato in piazza Vittorio nel complesso di Santa Maria Maggiore. L’edificio fu accuratamente perquisito alla ricerca di latitanti. Le persone sospette furono sottoposte a un esame di latino ecclesiastico da parte di don Ildefonso, al secolo Epaminonda Troya, un prete aggregato alla banda che poi fu sospeso a divinis.
Il blitz portò all’arresto di 17 persone tra cui Giovanni Ro-veda, dirigente comunista, di vari ebrei, questi ultimi destinati ai campi di sterminio, due dei quali non ritornarono, e al furto di molti beni appartenenti agli sfollati.
Dopo queste operazioni arrivò la consacrazione ufficiale: Koch ottenne anche il grado di vice Questore che in qualche modo lo legittimava di fronte al Ministero dell’Interno.
Un’altra azione prese di mira un edificio diverso legato al Vaticano: niente meno che la Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, dove la notte tra il 2 e il 3 febbraio, alla presenza anche del nuovo Questore di Roma, Pietro Caruso, vennero arrestati, dopo un’intera notte di ricerche, decine di antifascisti e di ebrei.
Così viene sintetizzata quell’operazione nella sentenza del 4 giugno 1945: Successivamente, alla testa di circa cento agenti, violando la extraterritorialità della Basilica di San Paolo, dopo di aver organizzata l’operazione in concorso col famigerato Caruso, penetrava nei locali dell’Abazia, ed occupato il corpo di guardia, e disarmata la Guardia svizzera -forte di venti uomini- arrestava molti patrioti che vi si erano rifugiati, tra cui il generale dell’Aeronautica [Adriano] Monti, che fu trovato in ambito talare e fu fatto segno al più volgare dileggio.
All’inizio delle sue operazioni il reparto era formato da una quindicina di uomini, nella loro quasi totalità toscani e dalmati che, dopo un breve periodo in cui si era installato presso la sede del co-mando tedesco di via Tasso 115 e all’albergo Bernini, a febbraio 1944 si insediò all’ultimo piano di un palazzo a Roma, in via Principe Amedeo 2, nei locali della pensione Oltremare, nei pressi della sta-zione Termini. Nello stesso isolato si trovava l’albergo Diana, allora interamente occupato dai tedeschi.
La RSI aveva bisogno di creare velocemente una nuova rete di luoghi istituzionali adeguata alla realtà di guerra che ha caratterizzato tutto il periodo della sua esistenza. Vennero espropriati edifici funzionali alle nuove esigenze: in particolare alberghi e abitazioni signorili per installare caserme, centrali di polizia, uffici, centri di detenzione. Una situazione complicata da molteplici problemi di sicurezza e di coabitazione con i civili in cui si sovrapponevano esigenze spesso contrapposte, ma che dimostrava al contempo la volontà totalizzante del nuovo regime e dell’ingombrante alleato tedesco di controllare il territorio con metodi polizieschi e autoritari.
Il Capo della polizia Tamburini autorizzò il porto d’arma per i componenti il reparto e non lo status di funzionario del Ministero dell’interno o di agenti di polizia, tranne che per alcuni. In sostanza gli appartenenti alla banda erano dei privati cittadini autorizzati a usare armi solo per difesa personale. Gli arresti e i sequestri di beni si potevano quindi considerare dei veri e propri sequestri di persona, rapine o violazione di domicilio. I beni degli antifascisti arrestati erano usati per far funzionare la banda. La giustificazione di questi sequestri arbitrari era che il denaro, i preziosi, il cibo sarebbero stati destinati ai partigiani e agli antifascisti. Molti componenti della banda fecero uso di falsi documenti, legalmente fatti rilasciare, per poter operare con la massima tranquillità: una impunità di cui i membri della banda fecero ampio uso.
In sostanza il reparto, si poteva, a ragione, considerare come una vera e propria banda, formata da soggetti non formalmente in-quadrati regolarmente nella polizia della pur illegittima Repubblica Sociale Italiana.
Scrive Massimiliano Griner, lo storico che ha maggiormente studiato la struttura del reparto: Per dare una sede, ancorché provvisoria, al reparto, viene appositamente sequestrata dal Ministero degli In-terni la pensione Oltremare, situata nelle vicinanze della stazione Termini, in via Principe Amedeo al civico 2. Il primo raggruppamento sarà ufficialmente denominato prima «reparto speciale di polizia della Questura di Roma», poi «reparto speciale di polizia del Lazio», e in-fine, al Nord, «reparto speciale di polizia della Direzione generale di Polizia» A completare l’ufficializzazione del reparto, nel giugno 1 944 Koch viene nominato commissario ausiliario di Pubblica sicurezza, e il mese successivo, Questore ausiliario di 2° classe. Le nomine hanno un preciso significato: ufficializzare la posizione di Pietro Koch quale funzionario di un di un corpo speciale dipendente dal Ministero degli Interni della Repubblica.
Prosegue la sentenza del 4 giugno 1945: Numerosi patrioti, antifascisti ed ebrei vennero depredati, arrestati e poi torturati nei locali della pensione oltre Mare in Via Principe Amedeo e della pensione Iaccarino in Via Romagna, che furono le sedi della banda; e l’atrocità di tali torture (privazione di aria e di cibo, percosse a sangue, fratture di costole, strappi di unghie e di capelli, punture di spilli e applicazioni di punteruoli nelle parti più sensibili del corpo ecc.) superò quella che gli stessi poliziotti tedeschi avevano commesso nelle insanguinate prigioni di Via Tasso.
Dopo la liberazione di Roma nel giugno 1944, il reparto speciale si trasferì a Milano dove fu inquadrato nelle SS italiane. Si stabilì nella Villa Fossati, in via Paolo Uccello numero 15, tristemente nota come «Villa Triste» a causa delle torture che Koch e i suoi uomini praticavano sulle persone fermate. Tra i frequentatori della villa e presunti appartenenti al gruppo si annoverano gli attori Osvaldo Va-lenti e Luisa Ferida fucilati alla fine della guerra.
A Milano il reparto Koch fu impiegato nella repressione degli antifascisti, nello svolgimento di indagini interne alla Repubblica di Salò, nei confronti di fascisti intransigenti, fascisti moderati, componenti della legione Muti e della X flottiglia Mas.
Fu il Ministro dell’Interno Buffarini Guidi ad incaricare Koch di svolgere indagini di polizia interna al Regime. Il reparto venne quindi usato per spiare i gruppi fascisti in competizione tra essi e loro alti esponenti come Roberto Farinacci, Junio Valerio Borghese, Concetto Pettinato.
Scrive il Questore di Milano, il Colonnello Alberto Bettini, il 6 novembre 1944: Sin dall’inizio il funzionamento del reparto suindicato si manifestò ispirato da criteri che, anche se valutati in maniera non rigidamente ortodossa, sono tuttavia da qualificarsi addirittura notevolmente illegali ed arbitrari. Da buona parte dei componenti il reparto Koch si manifestò ben presto la decisa volontà di sottrarsi ad ogni controllo dell’Autorità istituzionale di Polizia, la noncuranza assoluta delle categoriche norme emanate recentemente dal Duce, con le quali vennero fissati tassativi limiti per la permanenza delle persone in posizione di attesa e fu devoluta al Capo della Provincia la facoltà di ordinare fermi od arresti.
La minaccia che l’autonomia di Koch significava per la RSI portò Mussolini a decidere lo smantellamento del reparto proprio ad opera della rivale legione Muti comandata dal Colonnello Franco Colombo. Fu organizzata una operazione che prevedeva il trapasso alla Questura di Milano dei rispettivi beni mobili e immobili, nonché delle persone detenute, coi relativi incartamenti.
Il 25 settembre 1944 la Guardia Nazionale Repubblicana ed alcuni mutini fecero irruzione nella Villa Fossati, arrestarono circa cinquanta componenti della banda e sequestrarono gli elenchi delle persone fermate e rinchiuse nella villa. Koch, al momento assente, sfuggì all’arresto. Solo il 19 ottobre 1944 il Ministero dell’Interno ordinò ufficialmente lo scioglimento del reparto speciale. Pietro Koch fu infine arrestato il 17 dicembre 1944 e rinchiuso a San Vittore, da cui evase con l’aiuto dei tedeschi il 25 aprile 1945, giorno della liberazione di Milano.
Nel novembre 1944, in pieno regime della RSI, il consigliere istruttore del Tribunale di Milano, Nicola Jannarone aprì un procedimento contro alcuni dei personaggi più in vista del reparto per abuso di autorità, violenza privata e altri reati minori.
Mentre Koch catturato a Firenze il 15 maggio 1945, fu sotto-posto a Roma al giudizio lampo dell’Alta Corte di Giustizia, che lo condannò il 4 giugno alla pena capitale, eseguita il giorno seguente, altri componenti della banda furono giustiziati nei giorni successivi la Liberazione a Milano: Augusto Trinca Armati, fucilato il 19 maggio e Armando Tela, il 22 maggio, entrambi nei pressi di villa Triste. Armando Tela era il vicecomandante del reparto e Augusto Trinca Armati capo dell’ufficio legale.
A Roma, liberata dagli alleati il 4 giugno 1944, si aprirono altri procedimenti nei confronti dei componenti il reparto mentre a Milano si stava ancora svolgendo la fase istruttoria di un procedimento iniziato sotto il regime repubblichino. Un fatto fino allora senza precedenti nella storia delle grandi vicende giudiziarie per cui due organismi statali contrapposti, l’uno che contestava la legittimità dell’altro, giudicavano un reparto di polizia giudicato pericoloso per la stabilità del proprio ordine interno.
Tratto dal volume “Pensione Oltremare”, di Andrea Mori. © Copyright Tralerighe libri - © Copyright Andrea Giannasi editore
Via Principe Amedeo, 2 Quinto piano
“Qui oggi c’è RadioRadicale”
Di Giovanna Reanda (Direttrice di RadioRadicale)
LA TARGA
Lo scorso 4 giugno 2024, in occasione dell’anniversario della Liberazione di Roma – il Partito Radicale, Radio Radicale e la Comunità Ebraica Italiana, hanno scoperto una targa al quinto piano di Via Principe Amedeo 2, a Roma. I locali, che oggi ospitano la redazione della radio che ho il piacere di dirigere, hanno ospitato la tristemente nota “Pensione Oltremare”, luogo di torture e sevizie occupato dalla Banda Koch, squadra della polizia fascista denominata “Reparto Speciale di Polizia Repubblicana”, attiva a Roma fra il dicembre 1943 e il giugno del 1944. Famigerata per la violenza e la crudeltà durante gli interrogatori, prendeva il nome dal caposquadra Pietro Koch e la sua attività anti partigiana, in stretta collaborazione con le SS, provocò gravissime perdite alla Resistenza romana. Dal 1978 questi locali ospitano Radio Radicale, donando una nuova stagione a queste tristi mura, nel segno del motto di Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”. Mi piace ringraziare, tra gli altri, per aver aderito e partecipato all’iniziativa il Comune di Roma, con la presenza dell’assessore Zevi, la presidente dell’UCEI Noemi Di Segni, il Presidente dell’Anica Francesco Rutelli, Rebecca Peruzzotti Jametti, in rappresentanza dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e Viktor Fadlun, presidente della Comunità ebraica romana. Questo il testo che abbiamo inciso sulla targa:
“Qui ha operato, con inaudita ferocia, nei primi mesi del 1944, la famigerata Banda Koch, torturando e uccidendo antifascisti, ebrei e oppositori agli occupanti nazisti della capitale, dopo aver requisito la Pensione Oltremare. Qui oggi c'è Radio Radicale”
SEGNALAZIONI
Libri: Pensione Oltremare. Testimonianze dal processo alla banda Koch, Roma febbraio-aprile 1944, di Andrea Mori, Tralerighe Libri, Lucca, 2024
Pensione Oltremare nell’inferno incantato, di Andrea Cavalieri.
Newsletter: Il questore di Roma Caruso e i crimini contro gli ebrei, Storie di Storia di Repubblica n.10, 14 luglio 2022, a cura di Francesco De Leo.