Fred Vargas, in anteprima “Sulla pietra”: ecco il primo capitolo del nuovo libro
di Fred VargasGardon, il piantone del commissariato parigino del tredicesimo arrondissement, maniacalmente scrupoloso, era al suo posto alle sette e trenta in punto, testa piegata come al solito verso il ventilatore dell’ufficio per asciugarsi i capelli, il che gli permise di veder arrivare da lontano, a passi lentissimi, il commissario Adamsberg: palmi all’insú, con la stessa cautela che avrebbe usato per un vaso di cristallo, reggeva sugli avambracci un oggetto non identificato.Con quel cognome talmente appropriato alla funzione che ricopriva da avergli procurato prese in giro fino alla nausea, Gardon non spiccava per acume, ma adempiva al proprio compito con uno zelo quasi eccessivo.
Compito che consisteva nell’individuare ogni minima stranezza in avvicinamento da cui proteggere il commissariato. E in questo era bravissimo, tanto per l’occhio esercitato da anni di servizio quanto per l’insospettabile prontezza di riflessi. Nel sancta sanctorum che era l’Anticrimine non entrava chiunque, e dovev…
Gardon, il piantone del commissariato parigino del tredicesimo arrondissement, maniacalmente scrupoloso, era al suo posto alle sette e trenta in punto, testa piegata come al solito verso il ventilatore dell’ufficio per asciugarsi i capelli, il che gli permise di veder arrivare da lontano, a passi lentissimi, il commissario Adamsberg: palmi all’insú, con la stessa cautela che avrebbe usato per un vaso di cristallo, reggeva sugli avambracci un oggetto non identificato.Con quel cognome talmente appropriato alla funzione che ricopriva da avergli procurato prese in giro fino alla nausea, Gardon non spiccava per acume, ma adempiva al proprio compito con uno zelo quasi eccessivo.
Compito che consisteva nell’individuare ogni minima stranezza in avvicinamento da cui proteggere il commissariato. E in questo era bravissimo, tanto per l’occhio esercitato da anni di servizio quanto per l’insospettabile prontezza di riflessi. Nel sancta sanctorum che era l’Anticrimine non entrava chiunque, e dovevi avere un aspetto più che raccomandabile perché il cerbero del luogo – tutt’altro che minaccioso – acconsentisse ad aprire il cancello di sicurezza all’ingresso.
Nessuno, però, avrebbe mai avuto da ridire sull’ossessiva circospezione di Gardon, che più di una volta aveva notato l’impercettibile rigonfiamento di un’arma nascosta sotto i vestiti, o aveva dubitato di modi troppo melliflui per essere naturali, e stroncato sul nascere le velleità degli attentatori. Perlopiù si era trattato di tentativi di liberare un indiziato in custodia cautelare, ma anche, nientemeno, di fare la pelle a Adamsberg, e queste avvisaglie si andavano moltiplicando. Due tentativi in venticinque mesi. Con gli anni, e i successi del commissario nelle indagini più intricate, la sua fama si era consolidata così come le minacce alla sua vita. Rischio di cui Adamsberg non si preoccupava minimamente, ostinandosi ad andare a piedi da casa all’Anticrimine, tanto radicata era la sua innata noncuranza, spesso al limite della negligenza se non addirittura dell’indifferenza: una peculiarità caratteriale che disorientava anche i suoi collaboratori più incalliti o li esasperava, pur lasciando inspiegati molti suoi successi.
Successi sovente conseguiti con metodi opachi – se di «metodi» si poteva parlare nel suo caso – e per vie traverse su cui pochi riuscivano a seguirlo. Lungo le ramificazioni inintelligibili delle sue indagini,che talora sembravano voltare le spalle all’obiettivo,erano però costretti ad accompagnarlo, ma non sempre capivano. Quando i suoi uomini – e in particolare il suo vice, il comandante Danglard – gli rimproveravano di lasciarli annaspare in quella nebbia, lui spalancava le braccia con un gesto di impotenza, perché per lo più non era in grado di spiegare neppure a sé stesso il proprio modo di agire. Adamsberg seguiva il suo vento personale.
Quando il suo capo fu a pochi metri dai gradini d’ingresso del vecchio edificio, Gardon aprì la finestra e lo vide girarsi per rivolgere un breve saluto a due donne d’affari che avanzavano con passo affrettato a venti metri di distanza – in realtà due tiratrici scelte incaricate di sorvegliare il tragitto del commissario. Adamsberg sorrise: sapeva di dovere quella recente misura, nonché l’auto appostata di notte davanti al giardinetto di casa sua, alle attente premure del comandante. – Gardon, – disse senza entrare, sempre a braccia tese, – sarò un po’ in ritardo, ho da fare. Lo spieghi, se qualcuno chiede di me. Però mi stupirebbe: ultimamente non tira aria di crimini, giriamo a vuoto su rapine da dilettanti.
– È colpa del clima, commissario. Di questo caldo anomalo ad aprile. Non inaridisce solo il pianeta, rinsecchisce anche il cervello degli assassini.
– Se lo dice lei, Gardon.
– Che cosa sta trasportando? – domandò il piantone fissando una specie di palla rossa che Adamsberg reggeva sulle braccia.
– Una vittima, Gardon, ed è mio dovere occuparmene.
– Ma deve andare lontano? Le faccio notare che è a torso nudo, commissario.
– Lo so benissimo, brigadiere. È questione di dieci minuti al massimo. Non si preoccupi.
Come al solito, pensò Gardon chiudendo la finestra. La gente lo prenderà per il culo e lui se ne fregherà, concluse con tutta l’indulgenza che nutriva per il suo capo. Lui non avrebbe mai osato girare a torso nudo, ma va detto che era bianchiccio e grasso mentre il commissario, che peraltro era magrissimo, aveva un torace sodo, con muscoli nervosi da cui era meglio stare in guardia. La stagione dei grandi caldi era ancora lontana, sì, ma da una settimana il termometro registrava temperature record che non facevano presagire niente di buono per il futuro. Tutti gli agenti che arrivavano alla spicciolata all’Anticrimine erano in maniche di camicia, interdetti ma ben contenti di godersi quel tepore anomalo.
Al ritorno dalla sua missione il commissario aveva attraversato a torso nudo la sala comune, salutando i membri della squadra, piuttosto sbalorditi, e aveva tirato fuori dall’armadio dell’ufficio una delle sue eterne T-shirt nere.C’era da credere che non avesse nient’altro da mettersi. Il suo abbigliamento non variava mai, gli sembrava più semplice così, al contrario del comandante Danglard, patito di eleganza inglese, probabilmente per calamitare gli sguardi sui suoi abiti invece che sul viso privo di attrattive. Seduto alla scrivania davanti a un giornale aperto, concentrato com’era a spalmarsi su mani e braccia un liquido dall’odore acre, Adamsberg non girò nemmeno la testa quando il suo vice entrò nell’ufficio.
– Una nuova colonia? – chiese il comandante.
– No, una prevenzione contro la scabbia e la tigna. Ce le aveva, è normale. Sapendolo, avevo preso la precauzione di raccoglierlo usando la maglietta, ma la veterinaria mi ha consigliato di disinfettarmi lo stesso.
– Ma «raccogliere» chi? – domandò Danglard, pur così abituato alle stranezze del commissario che non avrebbe più dovuto farci caso.
– Il riccio. Un bastardo l’ha investito con la macchina, l’ho visto da lontano, e crede che si sia fermato? Ovviamente no. Se sulla terra ci fossero meno cretini non saremmo a questo punto. Sono corso sulla scena del crimine…
– Del crimine?
– Esatto. Il riccio è una specie protetta, lo sa no? La lascia indifferente?
– No, certo, – rispose il comandante, sempre attento alle notizie sull’ambiente: non facevano che accrescere la sua ansia congenita.
– E allora?
– E allora ho raccolto la bestiola, malconcia, con gli aculei abbassati, incapace di difendersi.
– Magari si era reso conto di aver trovato un amico, – commentò il comandante con il suo lieve sorriso.
– E perché no, Danglard? Adesso che lo dice, sono sicuro che lo abbia intuito. Il cuore batteva ancora, ma aveva una brutta ferita al fianco e sanguinava. Allora l’ho portato con delicatezza dalla veterinaria qui sul viale. Creatura adorabile.
– Il riccio?
– No, la veterinaria. Lo ha rivoltato come un calzino e sperava di salvarlo. Per fortuna è un maschio, quindi niente piccoli da sfamare in attesa chissà dove. Non appena si sarà rimesso dovrò riportarlo a casa, in quel boschetto che resiste coraggiosamente alle nostre aggressioni. Se dovessi essere assente, potrebbe farlo lei, Danglard?
– Assente? Adamsberg picchiettò sul giornale aperto.
– Qui, – disse.
– Non ho notato niente di particolare sulla stampa.
– Ma sí, invece, – ribatté Adamsberg sottolineando con un dito un trafiletto. – Guardi, – aggiunse, e spinse il giornale verso il suo vice. Mentre Danglard leggeva senza capire, lui chiamò il tenente Froissy.
– È libera, Froissy? – le chiese.
– Quando mai. Di che si tratta?
– Andrebbe a prendermi «France de l’Ouest»? Credo che ce l’abbiano, all’edicola.
– Torno subito. Così le prendo anche un croissant, sono sicura che non ha mangiato niente.
In realtà ne avrebbe presi quattro, Adamsberg ne era certo chiudendo la telefonata. Nutrire il prossimo era una delle soddisfazioni ossessive di Froissy, sempre preoccupata di «restare a corto di viveri», che si trattasse di sé stessa o degli altri. Infatti tornò un quarto d’ora dopo con un sacchetto bello pieno, preparò il caffè e servì ai due colleghi una colazione completa.
© 2023 Fred Vargas e Flammarion
© 2024 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Traduzione di Margherita Botto e Simona Mambrini.
