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Paul Lynch. “La fine del mondo secondo me”

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Parla lo scrittore che ha vinto il Booker Prize immaginando la sua Irlanda travolta dall’estrema destra. Una distopia? Quasi
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Incontro Paul Lynch al Cork World Book Fest dove presenta Il canto del profeta nell’accogliente Triskel Arts Centre. Già mezz’ora prima la sala è piena e sono tutti seduti con il libro in mano; qualcuno tiene sulle ginocchia l’intera produzione, i volumi della persona accanto a me sono smarginati da post-it. La sua recente aggiudicazione del Booker Prize ha riempito d’orgoglio questa gente; nelle librerie si sente aria di rinascimento irlandese, e in effetti sono germogliati parecchi autori di qualità in relativamente poco tempo, merito – dice Daragh O’Connell, direttore del dipartimento di italiano alla University College Cork – di una fervente politica culturale che coinvolge le università e gli istituti governativi tra cui Literature Ireland, molto intraprendente nel sovvenzionare traduzioni di autori irlandesi nel mondo. Dovremmo prendere spunto. Lynch è spiritato, parla in automatico – dopo dirà che ancora oggi ha una media di dieci interviste al giorno; con una giornalista riper…

Incontro Paul Lynch al Cork World Book Fest dove presenta Il canto del profeta nell’accogliente Triskel Arts Centre. Già mezz’ora prima la sala è piena e sono tutti seduti con il libro in mano; qualcuno tiene sulle ginocchia l’intera produzione, i volumi della persona accanto a me sono smarginati da post-it. La sua recente aggiudicazione del Booker Prize ha riempito d’orgoglio questa gente; nelle librerie si sente aria di rinascimento irlandese, e in effetti sono germogliati parecchi autori di qualità in relativamente poco tempo, merito – dice Daragh O’Connell, direttore del dipartimento di italiano alla University College Cork – di una fervente politica culturale che coinvolge le università e gli istituti governativi tra cui Literature Ireland, molto intraprendente nel sovvenzionare traduzioni di autori irlandesi nel mondo. Dovremmo prendere spunto. Lynch è spiritato, parla in automatico – dopo dirà che ancora oggi ha una media di dieci interviste al giorno; con una giornalista ripercorre le tappe di questo cambio di vita che il Booker ha determinato («non devo più preoccuparmi dei soldi»). Analizzano Il canto del profeta fin troppo nel dettaglio e, vista la mole dei contributi usciti anche in Italia, è meglio che noi parliamo d’altro. La conversazione viene interrotta dalla fin troppo solerte ufficio stampa, che dice: «Sarebbe meglio se riposassi un po’, Paul». E lui che già aveva scelto il pub! Il dialogo via mail dei giorni successivi si fa sempre più cupo e rarefatto, come se l’Europa “destrificata” e ululante autoritarismo dalle votazioni dell’altro giorno fosse solo l’attesa appendice del suo romanzo – in coro con la profezia di Orwell, Houellebecq e del recente Marie Gulpin di Marco Mantello.

Se ripensa all’intero corpo dei suoi scritti finora – i libri pubblicati, gli appunti, le bozze –, che universo creativo le sembra di aver imbastito? Di cosa le sembra di aver parlato?

«Vedo emergere un modello che potrebbe essere chiamato “visione tragica del mondo”. Sto cercando di rielaborare, nell’ambito del romanzo moderno, una visione dell’uomo cosmica e metafisica, un uomo solo in un universo silenzioso. Sento che la vita è impermanente. Tutto è perdita. Nessuno ti dà le risposte. Eppure siamo qui, a lottare per dare un senso alle nostre vite, per affermare un barlume di dignità in un mondo che non vuole conoscerci. Mi accorgo che i miei libri pongono spesso la stessa domanda: quanto essere umano c’è in un essere umano? Ci sono forze sconosciute che agiscono contro i personaggi. E quelli, poveretti, cercano di fare la cosa giusta, ma raccolgono l’imprevedibile, esseri razionali che fanno scelte irrazionali. La follia è ovunque. Credo che nei miei libri si avverta il mio amore per il paradosso».

Per il paradosso e la forma…

«Sì, mi sento uno scrittore di forma. Parto da uno schema elementare e lascio che il libro si accresca finché non riesco a vedere che aspetto ha. Prima di Il canto del profeta stavo lavorando a un altro romanzo, ma era un libro sbagliato. Per la verità ne ero abbastanza consapevole già da prima, ma speravo di sbloccarmi e di risolvere i problemi. Da un certo punto in poi ho sentito che qualcosa di nuovo stava per venire. Ho scritto per qualche altro mese finché un giorno non è arrivata quella che è ora la lunga frase finale. Il libro è stato scritto per sentire su di me gli effetti di quella frase».

Se penso all’anima del protagonista del suo esordio - Coll Coyle in “Cielo rosso al mattino” - ritrovo i suoi tratti in tutti i libri successivi. Crede ci sia qualcosa di archetipico?

«Credo che ci siano due tipi di personaggio nei miei libri, e che ci siano essenzialmente due tipi di romanzo, quelli che chiamo romanzi A – Cielo rosso al mattino, Grace, Il canto del profeta, i libri uno, tre e cinque. Da questi emerge un’energia esplosiva che coinvolge personaggi sensibili, intuitivi, ben intenzionati, ma imperfetti, che cercano sempre di fare del bene ma si ritrovano impelagati nei loro errori. I romanzi B – Neve nera, Oltremare – hanno trame più placide e un’energia interiore e involutiva. Almeno finora, in questi libri sono finiti personaggi maschili tutt’altro che sensibili, un po’ ottusi.

Li metto alla prova nei modi più disparati e ne escono come eroi tragici, vulnerabili ed empatici. Sebbene siano diversissimi, mi sono accorto che i libri A tendono ad avere maggiore successo di pubblico, mentre i libri B vendono decisamente meno ma sono amati dagli scrittori».

Perché scrive fiction e non saggi?

«La fiction ti dà grandi possibilità per articolare le leggi della vita. Devo mettermi in gioco, sentire le mie responsabilità di scrittore. Voglio che i lettori avvertano l’abisso.

Scrivo sempre al presente perché voglio catturare il momento; uso una prosa articolata con frasi lunghe senza andate a capo perché voglio trasmettere un senso di inevitabilità. Parlo di quello che ho davanti e voglio che lo veda anche il lettore. In fondo le storie sono cheesecake per il cervello».

Ripete spesso che lei non è interessato a dare messaggi politici. Credo invece che i suoi romanzi siano politicamente rilevanti.

«Se pensa a La zona di interesse, non viene mai detto cosa c’è oltre il muro eppure alla fine del film

ne abbiamo una coscienza accresciuta. Nemmeno io dico cos’è il totalitarismo.

A me interessa connettermi con tutto ciò con cui non è possibile entrare in relazione. Per me l’apocalisse fa parte del mito».

È in questo senso che non ritiene “Il canto del profeta” un romanzo distopico?

«Credo che la fine del mondo sia qualcosa di personale».

E se tutto quello che hai raccontato succedesse davvero?

A quest’ultima domanda Lynch non ha mai risposto.

Il libro e l’autore a Roma

"Il canto del profeta” di Paul Lynch (66thand2nd trad. di Riccardo Duranti, pagg. 288, euro 18. L’autore sarà a Letterature Festival Internazionale di Roma il 16 luglio)

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